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Nulla di nuovo in Venezuela. E noi lì immobili a osservare il disfacimento delle Nazioni Unite
Il testo che segue è un riassunto dell'articolo Nulla di nuovo in Venezuela. E noi lì immobili a osservare il disfacimento delle Nazioni Unite generato dall'AI. L'AI può commettere errori: ogni informazione va verificata attentamente.
Chi ha sufficiente arroganza per affermare il proprio potere su un vicino che offre un più o meno banale pretesto per essere dichiarato "nemico", o "pericolo per la sicurezza", o "terrorista" di qualsiasi tipo, allora può ignorare tutte le regole esistenti del diritto internazionale e delle relative Corti. E "fare quello che vuole".
Anche catturarti e sottoporti a un processo-spettacolo dai tratti surreali. Dal punto di vista di un organismo che da 50 anni si occupa del rapporto tra la legalità del potere degli Stati e la legittimità dei diritti dei popoli, come appunto il Tribunale permanente dei popoli, senza fregiarmi in alcun modo del titolo di esperto di politiche internazionali, dico però "nulla di nuovo in Venezuela".
La "non-novità" deve essere ricondotta, per assumerne lucidamente le implicazioni, a quanto continua ad accadere, ormai ridotto a notizie secondarie e di routine, a Gaza o in Cisgiordania (le due realtà sono di fatto coincidenti nella loro complementarità). Con nomi solo parzialmente diversi per i protagonisti, si sta ripetendo la stessa "lezione".
Un "veto" esplicito, temuto, o dato per acquisito nel Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, permette di esercitare tutte le forme di crimine: dal genocidio all'aggressione, alla cattura, alla guerra in tutte le sue forme. Il tempo necessario per "finire il lavoro" può variare ma i criteri per deciderlo non dipendono più dai "danni", diretti o collaterali, che possono capitare alla vita dei popoli coinvolti.
Gaza, Cisgiordania e Venezuela non hanno più nemmeno bisogno di addurre "ragioni documentate o controllabili" per motivare o giustificare un'aggressione formalmente dichiarata (non meno criticabile, eventualmente, come l’Ucraina). Un bullismo rozzo -che Donald Trump esercita anche verbalmente come esperto insuperabile, dati i suoi precedenti personali e politici perfettamente noti, dal sodale Epstein in giù- può sostituire non tanto una politica più o meno seria.
Provocando a sua volta risposte imbarazzate, frammentate, incredule, da parte di tutti quegli Stati che in qualche modo rimpiangono di non avere la stessa forza-arroganza-impunità. O il silenzio connivente degli altri imperi che non vedono per ora il bisogno, l’interesse o l'opportunità di opporsi in modo efficace.
Il Venezuela integra il messaggio tragico del genocidio che aveva almeno mobilitato masse mondiali non più tardi di pochi mesi fa (anche se ormai pare avviato a divenire una storia dove i palestinesi sono derubricati). E tutto ciò rende evidente l'intollerabilità di crimini "semplicemente" inumani, e la responsabilità innegabile del silenzio complice dei governi "democratici".
La Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948, con tutto il suo seguito di convenzioni, trattati e regole, deve essere considerata decaduta. Non serve, è troppo impegnativo e controverso dichiarare che non vale più.
Molto più semplice fare come se non ci fosse. Gli imperi (solo apparentemente politici ma sempre più economici e militari) stanno bene così: anzi, minacciando sempre il peggio della guerra esercitano una "suasione" sui tanti sudditi senza memoria.
O, più realisticamente, che hanno declinato le proprie democrazie in "democradure" (l’America Latina post democratica, che viene ricacciata ad essere giardino di casa?) che proibiscono il chiamare per nome ciò che succede. Ormai 50 anni fa, nel 1976, mentre la "democrazia esemplare" degli Stati Uniti celebrava i suoi 200 anni di una civiltà che includeva la schiavitù e programmava il genocidio degli Indiani e ancora negli anni 60 assassinava Martin Luther King, ad Algeri un'assemblea dei popoli convocata da Lelio Basso adottava una Dichiarazione che proponeva un futuro in cui si facesse un passo in avanti e diverso rispetto a quello degli Stati.
Con le sue 50 e più sessioni dedicate ai tanti popoli che lungo questi anni hanno subito destini di repressioni, genocidi, vecchi e nuovi colonialismi, il Tribunale permanente dei popoli ha cercato di mantenere aperta, sempre attuale, diversificata, la Dichiarazione con cui dopo una Seconda, devastante, Guerra mondiale di Stati-Imperi si guardava a un futuro senza più colonizzazioni. "Noi, popoli della Terra" siamo i soggetti i cui diritti sono l’indicatore imprescindibile della legittimità degli Stati.
Dovremmo esserlo. Sembra, certo, una pretesa ingenua mantenere una coscienza di questo tipo: è ancor più improponibile ad ogni modo l'accettazione di essere sudditi rassegnati verso governi che coprono la propria debolezza e capacità di menzogna con la promessa di futuri diversi solo per rapporti rigorosamente coloniali e di guerre-genocidi cui soccombere, e che bisogna nel frattempo finanziare.
Nella loro evidentissima diversità, Gaza-Cisgiordania e Venezuela sono i promemoria complementari che la narrazione, e l’imposizione violenta e bugiarda della storia da parte di vecchi e nuovi imperi è direttamente proporzionale all'incapacità di ricerca e lotta per la democrazia che sta caratterizzando la regressione attuale, interna e regionale, di Paesi-regioni verso regimi autoritari che hanno come prima regola quella di rendere la vita reale delle popolazioni invisibile e la loro voce inascoltabile. Gianni Tognoni è medico, con una lunga storia di ricerca, largamente pubblicata a livello internazionale, nei campi della sperimentazione clinica, salute pubblica, politica dei farmaci, con un’attenzione particolare alla epidemiologia comunitaria e di cittadinanza, con collaborazioni estese anche in America Centrale e Latina.
Ha fatto parte dell’Istituto Mario Negri, ed è stato associato all’Università di Milano. Dalla sua fondazione, è Segretario generale del Tribunale permanente dei popoli. © riproduzione riservata L'articolo Nulla di nuovo in Venezuela.
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