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È troppo semplice dire “mai più bambini in carcere”. La difficile scelta delle madri detenute

Lunedì 29 dicembre 2025 ore 02:10 Fonte: Altreconomia
È troppo semplice dire “mai più bambini in carcere”. La difficile scelta delle madri detenute
Altreconomia

Come emerge dal libro “Madri detenute. Dal lavoro educativo in carcere alla ricerca sociopolitica” (La vita felice, 2025) di Valentina De Fazio, la maternità in carcere è una realtà di grande rilevanza sociale, giuridica e umanitaria ancora oggi poco conosciuta.

Si è tornato a parlarne dopo che il cosiddetto “Decreto Sicurezza” ha reso facoltativo il rinvio della pena per le madri detenute con figli minori di un anno, sollevando importanti questioni che riguardano la tutela dell’infanzia, le politiche sociali attive nell’ambito penitenziario ma anche e soprattutto i diritti umani. Uno dei motivi che probabilmente porta a sottovalutare questa condizione è il fatto che la popolazione femminile ristretta negli istituti penitenziari sia nettamente inferiore rispetto a quella maschile: le donne rappresentano infatti poco più del 4% del totale, una quota che è rimasta sostanzialmente stabile nel corso dei decenni.

“Non si può però sottovalutare il fatto che il 60% delle donne detenute sono anche madri e molte di loro hanno due, tre, quattro figli ciascuna -spiega De Fazio ad Altreconomia-. Inoltre anche in merito al numero di bambini presenti negli istituti detentivi, si parla sempre di una cifra fortunatamente bassa che si aggira intorno alla ventina.

Tuttavia questi numeri sono il risultato di una fotografia della situazione in un determinato momento. Io in realtà ho visto passare dagli istituti in cui lavoro molti più di 20 bambini in un anno.

Inoltre un altro dato che mi ha sempre colpita è il fatto che nel mondo sono oltre 20mila i bambini che vivono in carcere con la propria madre e superano il milione quelli che invece hanno almeno un genitore detenuto. Quella che descrivo è quindi una situazione che coinvolge in realtà tante persone e dunque anche tutti noi”.

De Fazio, educatrice professionista che lavora dal 2021 presso la Fondazione Arché di Milano, ha avuto infatti modo di osservare e studiare questa condizione grazie alla sua esperienza diretta nelle équipe educative all’interno dell’Istituto a custodia attenuata per detenute madri (Icam) di Milano e della sezione nido del carcere di Bollate e a un lavoro di ricerca portato avanti nel 2024. Il valore aggiunto del suo scritto è rappresentato dunque dal fatto di essere stato realizzato non guardando il carcere dall’esterno ma lavorandoci quotidianamente da quattro anni, incontrando molte donne e madri e avendo l’opportunità di intervistarle.

Al centro dell’analisi di De Fazio c’è la decisione, spesso non del tutto volontaria, in base alla quale alcune donne scelgono di portare o meno i propri figli all’interno del contesto detentivo con tutte le conseguenze sociali che ne derivano. “Attraverso la scrittura di questo libro mi ero posta l’obiettivo di comprendere se sia giusto o meno per una madre portare il proprio bambino in carcere e quello che ho capito è che a questa domanda non c’è un’unica risposta, ma tante e contrastanti tra loro.

Ho incontrato madri, la maggioranza, che mi hanno detto ‘assolutamente no, io non porterei mai mio figlio con me, il carcere non è un posto per un minore’, però allo stesso tempo dichiaravano di avere bisogno di aiuto per affrontare la lontananza, il vissuto di solitudine, le difficoltà di non riuscire a esercitare il proprio ruolo genitoriale da dentro. Ne ho incontrate altre che invece affermavano di aver scelto di portare con sé il figlio perché non sapevano a chi lasciarlo o non potevo vederlo soffrire per il distacco.

Molte delle donne con cui ci interfacciamo in quanto educatrici sono donne straniere che non hanno una rete di cui si fidano quindi molto spesso la loro è una scelta obbligata. Nel mio libro faccio anche riferimento alle teorie pedagogiche dell’attaccamento per cui passare i primi sei anni di vita accanto alla madre è importante per la costruzione della propria personalità”.

Quella che descrive De Fazio è dunque una realtà molto sfaccettata che non prevede soluzioni univoche e certe ma che dovrebbe partire dall’analisi del singolo caso e puntare su un approccio umanitario e il più individualizzato possibile affinché si possa compiere un reale percorso di riabilitazione. Il nodo centrale della questione è il fatto che sono in gioco dei diritti che allo stato attuale non sono conciliabili all’interno del carcere.

Da una parte infatti c’è quello di poter vivere la propria maternità e di poter costruire una relazione serena madre-figlio, dall’altra il diritto del bambino a vivere una vita dignitosa, piena di relazioni sociali che gli permetta di crescere in maniera sana, cosa che molto difficilmente può avvenire all’interno degli istituti penitenziari. “Ciò che accomuna tutte le donne che ho intervistato è il fatto di non sentirsi sufficientemente supportate nel loro ruolo di madri.

Le politiche sociali a sostegno della maternità in carcere risultano infatti ancora poche e mal organizzate. L'Icam di Milano e la sezione nido del carcere di Bollate sono infatti le uniche realtà che prevedono degli educatori a supporto della genitorialità e della tutela dell'infanzia.

In tutti gli altri istituti si può contare solo sui volontari, se ci sono, o sugli operatori, che però sappiamo essere molto pochi e oberati di lavoro, dovendosi occupare in media di 85 detenuti a testa”. La maternità in ambito detentivo è quindi una sfida molto complessa che richiede interventi mirati da parte di un’istituzione che già sconta un’impostazione modellata su un archetipo maschile che ha portato alla creazione di politiche penali e di gestione penitenziaria che marginalizzano le donne, trattandole come eccezione e non come parte integrante del sistema.

“Il carcere riflette al suo interno le dinamiche sociali che troviamo all’esterno e dunque anche le discriminazioni di genere. Sappiamo che per le donne è più difficile trovare un impiego, essere pagate quanto un uomo, riuscire a coordinare vita lavorativa e genitorialità e questo succede dentro e fuori dal carcere.

Essendo inoltre le donne in numero molto minore rispetto agli uomini, ci sono meno risorse e fondi a loro dedicati, e quindi meno opportunità e attività, e quelle che ci sono spesso rientrano in categorie stereotipate: la cucina, la pulizia, la spesa”. Secondo De Fazio il lavoro delle équipe educative è quindi fondamentale e andrebbe preso ad esempio ed esteso il più possibile anche alle altre realtà penitenziarie.

“Il nostro mandato è quello di sostenere la genitorialità nonostante la detenzione e tutte le dinamiche che gravitano attorno a questa, parliamo comunque di donne che devono scontare una pena, devono andare a processo e contemporaneamente devono pensare anche ai problemi che rimangono fuori. Organizziamo quindi tutta una serie di attività e di azioni volte a tutelare il legame madre-bambino e a garantire per quanto possibile il loro benessere.

Iniziamo con un percorso di accoglienza, ovvero nel momento in cui arriva una madre con figlio facciamo dei colloqui per conoscerli meglio ed entrare in relazione con loro. Una volta che abbiamo instaurato un rapporto, ci occupiamo di organizzare diverse attività, dal gruppo di parola alla cura del sé con kit di bellezza per truccarsi o sistemarsi i capelli.

Ci occupiamo anche di portare all'esterno i bambini e intratteniamo i rapporti con la scuola per poi riportare tutto quello che è successo fuori alle madri. Collaboriamo inoltre anche con le attività presenti e già avviate nel carcere, per cui ad esempio mentre le donne lavorano noi curiamo i loro figli.

Ma a parte tutto questo, il fatto di essere lì, presenti per loro e ascoltarle in qualsiasi momento della loro giornata è davvero importante. Svolgiamo un lavoro che è veramente individuale, non sempre funziona, non sempre otteniamo gli obiettivi che vogliamo raggiungere ma sicuramente è un modello che dovrebbe essere tenuto in considerazione”.

De Fazio auspica infine che si diffonda sempre di più il modello delle case famiglie protette, luoghi esterni al sistema penitenziario dove la madre sconta la pena in misura alternativa, che ancora oggi sono molto poche e con pochi fondi: “Attualmente le uniche due dichiarate sono una a Milano e una a Roma a cui si aggiungono alcuni posti messi a disposizione da singoli enti, anche Fondazione Archè ad esempio ne ha uno”.

Allo stesso tempo però riconosce che dietro slogan come “mai più bambini in carcere” si nasconde una realtà molto più complessa: “Allo stato attuale non siamo ancora pronti.

Dalla mia esperienza ho compreso che non tutte le situazioni possono essere compatibili con la vita all’interno di una casa-famiglia ma che è meglio optare per questa soluzione nei casi in cui è stato da tempo avviato un percorso, come ultimo passo prima di ritornare a pieno nella quotidianità libera. Questo perché molto spesso la società fuori non è pronta ad accogliere di nuovo queste donne, anche culturalmente a causa dei rimandi che arrivano dalle nuove leggi, per cui poi finiscono per ritrovarsi di nuovo in situazioni di precarietà e incertezza.

È capitato che alcune donne tornassero in carcere dopo essere uscite, e questo è molto doloroso. Mi auguro che in un futuro sia l'unica soluzione possibile per le madri ma oggi io partirei dal migliorare le condizioni di chi già sta vivendo questa situazione.

Non vedo il paradiso fuori se prima non si migliora l’inferno dentro”. © riproduzione riservata L'articolo È troppo semplice dire “mai più bambini in carcere”. La difficile scelta delle madri detenute proviene da Altreconomia.

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