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Il miracolo di Trump: sostituire Khamenei con un altro Khamenei
C’è una battuta amara che gira sui social: gli USA ci hanno messo 20 anni per far tornare al potere i talebani, e una settimana per sostituire Khamenei con Khamenei. Una battuta che riassume la tragedia dell’Afghanistan e quella dell’Iran di oggi, dove molti speravano che una pur tragica guerra di USA e Israele contro il proprio paese li avrebbe in poco tempo liberati della Repubblica Islamica.
Il popolo iraniano lotta per il suo futuro oltre la guerra e il regime E invece ormai, all’undicesimo giorno di guerra, le vittime civili sono state quantificate dall’agenzia Hrana in 1245 –inclusi 194 minori, fra cui le bambine uccise nell’attacco che ha distrutto una scuola elementare a Minab, nel sud del paese – e a cui si aggiungono altri 327 morti che potrebbero essere sia civili che miliari: un numero che ormai supera il bilancio finale del conflitto dei Dodici giorni dello scorso giugno ma destinato a crescere. Mentre la guerra aperta da Washington e Tel Aviv, in piena violazione del diritto internazionale, ha sì ucciso Ali Khamenei, seconda Guida suprema dopo l’Ayatollah Khomeini, ma ha anche spinto l’Assemblea degli esperti ad eleggere il figlio Mojtaba: un esponente del fronte più oltranzista, vicino alle Guardie della rivoluzione, fautore della linea dura contro i dissidenti interni e ostile a ogni possibilità di negoziato con la Casa Bianca, almeno finché la prosecuzione della guerra non permetterà alla Repubblica Islamica – per gli auspicati effetti di logoramento della controparte statunitense - di trattare da una posizione di maggiore forza.
Con la sua elezione annunciata la sera dell’8 marzo, dunque, si può dire che i pasdaran abbiamo preso il totale e definitivo controllo del paese. Pessima notizia per chi sperava in un prossimo cessate il fuoco, dunque, come per tutti gli oppositori e anche per l’ala più dialogante della dirigenza politica.
La scelta dell’Assemblea degli Esperti è chiaramente una decisione presa in stato di emergenza di guerra, ma l’esito non era forse così scontato. Anche la parte moderata e riformista aveva i suoi candidati: si sono fatti i nomi di Hassan Khomeini, il nipote del fondatore della Repubblica Islamica, o dell’ex presidente Hassan Rouhani, il convinto fautore di quell’accordo sul nucleare del 2015 tradito dalla prima amministrazione Trump tre anni dopo.
Forse avrebbe potuto essere eletto anche l’ayatollah Alireza Arafi, scelto tra i membri del Consiglio dei guardiani come terzo componente di quel consiglio di transizione previsto dalla Costituzione della Repubblica Islamica proprio per traghettare il Paese nell’interregno. A farne parte c’erano anche il capo della magistratura Gholam-Hossein Mohseni-Ejei e il presidente riformista Masoud Pezeshkian.
Del resto, secondo alcune voci anche Khamenei senior non avrebbe guardato con favore all’elezione del secondogenito, che di fatto avrebbe sancito una successione dinastica proprio in una Repubblica nata dalla rivoluzione contro la monarchia. Il processo che ha condotto all’elezione di Mojtaba Khamenei – per la quale era comunque richiesta una maggioranza di almeno due terzi – non risulta essersi svolto in modo del tutto chiaro.
Per evitare di essere presa di mira da un nuovo attacco, l’Assemblea non si sarebbe riunita in sessione plenaria e almeno una parte dei voti è stata espressa su delega o da remoto, dopo un dibattito interno sicuramente combattuto. In ogni caso, il risultato è stato un vero schiaffo in faccia per il presidente Trump, che nei giorni scorsi non solo si era espresso contro l’ipotesi di Mojtaba (un peso piuma, l’aveva definito), ma aveva anche chiaramente detto di volere voce in capitolo nella scelta del nuovo leader.
In questo dimostrando non solo una profonda ignoranza degli assetti istituzionali della Repubblica Islamica e della compattezza che i suoi vertici avrebbero potuto ancora mostrare, ma anche e soprattutto una completa indifferenza alle aspirazioni di democrazia di quel popolo di manifestanti che, in quelle giornate di gennaio finite tanto tragicamente nel sangue di migliaia di vittime della repressione, lui stesso aveva incoraggiato a continuare nella protesta, assicurando perfino che sarebbe venuto in loro aiuto. Insomma, sembra ormai acclarato che lo scopo della guerra per Trump non è quello di portare la democrazia quanto piuttosto, con ogni probabilità, di controllare il governo e le risorse economiche di un paese per lui non molto dissimile dal Venezuela.
E lo dimostra anche l’ultima delle sue ondivaghe e contraddittorie dichiarazioni, affastellatasi scompostamente negli ultimi giorni: "Penso che la guerra sia praticamente completa", ha detto parlando con la CBS - "[L'Iran] non ha una marina, né comunicazioni, né aeronautica.
I suoi missili sono ridotti a una manciata di unità. I suoi droni vengono fatti saltare in aria ovunque, compresa la loro produzione." E l'esercito americano, ha aggiunto, ha colpito più di 3.000 obiettivi nella prima settimana di operazioni.
Diversi invece resterebbero gli obiettivi di Benjamin Netanyahu, che come noto persegue invece l’obiettivo di indebolire l’Iran e di ridurne a zero la potenziale capacità offensiva - anche a costo di creare le condizioni perché rimanga dilaniato da una guerra civile, alimentata da gruppi di opposizione armati e da frange militanti del separatismo etnico. E che nel frattempo è impegnato nella recente riapertura del fronte libanese con Hezbollah, dove si contano altre centinaia di morti: uno dei tanti tasselli del nuovo ordine medio-orientale che Israele punta a riconfigurare e dominare.
Mojtaba Jr, l’uomo che ha costruito il suo potere nell’ombra Mojtaba Khamenei, 56 anni, è nato l’8 settembre 1969 a Mashad, secondo di sei fratelli. Oltre al padre, ha perso in uno dei primi attacchi israelo-statunitensi anche la madre, la moglie, un figlio e altri familiari, pagando un alto prezzo anche personale in questa seconda guerra contro il suo paese.
Lui stesso sarebbe rimasto ferito e non è ancora apparso in pubblico – al momento in cui scriviamo - per il primo discorso dopo l’elezione. Da giovane, prima di trasferirsi a Qom per gli studi religiosi, ha partecipato alla guerra contro l’Iraq, mettendo probabilmente così le basi dei suoi solidi legami con i Guardiani della rivoluzione: i quali, come noto, devono proprio a quegli otto anni di conflitto dopo l’invasione di Saddam Hussein, nel 1980, il consolidamento della propria potenza militare, ma anche il primo nucleo di quel potere in economico e industriale che hanno consolidato nei decenni successivi.
L’influenza di Mojtaba Khamenei deriva anche dall’aver direttamente partecipato, quando era in carica il padre, alla gestione dell’ufficio della Guida suprema, ufficio che sovrintende anche a quella vasta rete di fondazioni e istituzioni economiche, che si stima controllino capitali per circa 200 miliardi di dollari. Lui stesso ha un proprio impero economico, con beni accumulati tra Emirati, banche svizzere e immobili a Londra.
Nel contempo ha svolto nell’ombra un decisivo ruolo politico, consolidando contatti con istituzioni politiche e di sicurezza, e prendendo posizioni contrarie ai riformisti. Ma la maggior parte degli iraniani non ha mai sentito la sua voce e le sue apparizioni pubbliche sono state finora molto rare, in occasione di cerimonie importanti come quelle per l’anniversario della Rivoluzione dell’11 febbraio.
Gli scenari, dal giro di vite interno alla guerra di resistenza a oltranza Ma ora, quali scenari si aprono sul piano interno, e quali in rapporto alla guerra aperta da Trump e Netanyahu in piena violazione del diritto internazionale? "Il mondo sentirà la mancanza dell'epoca di suo padre", ha dichiarato alla Reuters un funzionario regionale vicino a Teheran.
"Mojtaba non avrà altra scelta che mostrare il pugno di ferro... anche se la guerra finisse, ci sarebbe una dura repressione interna". Insomma, giorni difficili attendono gli iraniani sotto la guida di Mojtaba, con controlli e pressioni più forti insieme a un atteggiamento più aggressivo e ostile all'estero: se il padre era un conservatore intransigente, ma capace di mediare tra i diversi orientamenti politici interni al sistema - tanto da aver dato il via libera ai negoziati per l’accordo del 2015 - Mojtaba non sarebbe insomma un uomo pronto agli accordi, tantomeno con Trump.
Sempre che possa svolgere il suo incarico a lungo: Israele ha chiarito che ogni successore di Ali Khamenei rischia di fare la stessa fine, mentre Trump, ingoiato il rospo della sua elezione, ha chiarito che gli iraniani hanno “commesso un grave errore”.
“Non so se durerà", ha aggiunto parlando con la NBC. E ribadendo nelle ultime ore che ha altre persone in mente per quel ruolo.
In questo forse accreditando certe tesi complottiste, secondo cui la scelta di Mojtaba, ora nel mirino come il padre, potrebbe avere prevalso in vista dell’apertura di altre strade, magari per più pragmatiche figure. Per ora tuttavia l’elezione di Mojtaba – salutata da raduni di massa nelle strade e dal dichiarato sostegno al nuovo leader da parte delle maggiori cariche istituzionali - sembra indicare il progetto della leadership oltranzista di continuare nella guerra ma da una posizione di forza, dimostrando che la Repubblica Islamica è ancora viva e in grado di proseguire nella strategia perseguita finora: quella cioè di coinvolgere l’intera regione, in quanto disseminata di basi USA, in modo da compromettere la stabilità dei mercati energetici e costringere le controparti a venire a patti con una Teheran in posizione di forza – seppur mettendo ad alto rischio le delicate relazioni con le vicine monarchie arabe del Golfo.
Secondo vari analisti, dunque, la Repubblica Islamica per ora non vede altre possibilità se non proseguire nel confronto diretto, nelle azioni di ritorsione e nella resistenza. Ma il neo-eletto dovrà anche confrontarsi con una popolazione che, ancora sotto choc per la repressione di gennaio, sta tornando per la seconda volta in soli nove mesi a vivere l’incubo della guerra.
Guerra che stavolta è sempre più diretta alle infrastrutture civili ma anche al patrimonio architettonico più prezioso, in molti casi dichiarato patrimonio Unesco: basti pensare ai preoccupanti danni registrati nel palazzo Golestan a Teheran e ai gioielli intorno a cui è intessuta la splendida Isfahan, scrigno di quella piazza Imam indimenticabile per chiunque vi sia stato. Ma soprattutto sta vivendo il disastro dei devastanti incendi dei depositi di petrolio nella capitale, che hanno sparso piogge e polveri tossiche in tutta la capitale, inizio di una catastrofe ambientale probabilmente di lunga durata.
La guerra non è più contro il regime ma contro i civili, e sembra destinata a portare distruzioni in tutto il paese. Il cielo nero di Teheran: diario di una città che respira fumo e paura Comunque vada, l’Iran che abbiamo conosciuto non ci sarà più: se anche la guerra finisse domani, ne emergerà un paese ferito e lacerato per sempre.
Nella carne e nello spirito degli iraniani che la stanno subendo, nel mirabile tessuto di bellezze lasciate dalla sua storia millenaria, nelle conquiste della sua pur contrastata modernità. L’Iran, mi diceva un amico che vede nel suo futuro solo altre distruzioni, non sarà più lo stesso.
Immagine in anteprima: Tasnim News Agency, CC BY 4.0, via Wikimedia Commons