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Politica

Rider sottopagati e aziende che macinano profitti: le contraddizioni di un sistema che non vuole distribuire ricchezza

Giovedì 26 febbraio 2026 ore 13:35 Fonte: Strisciarossa
Rider sottopagati e aziende che macinano profitti: le contraddizioni di un sistema che non vuole distribuire ricchezza
Strisciarossa

Chissà se esiste un nesso tra le note statistiche che indicano come in Italia i salari siano in media inferiori del 12/15% rispetto alla media europea (ed il potere d’acquisto calato dal 2021 di circa l’8%) e il fatto che nella nostra lingua la parola sfruttamento è utilizzata indifferentemente sia che si tratti di risorse materiali che di prevaricazione su individui. Negli altri paesi esiste una distinzione tra l’accezione positiva e quella negativa.

In inglese per lo sfruttamento, ad esempio di energia, si usano i termini “Utilize” o “harness” mentre per l’accezione negativa si utilizza “Exploit”. Identiche differenze anche in tedesco, in francese, in spagnolo e persino nel greco antico, dove la versione negativa (pleonekteó) era associata specificamente all’azione di colui o coloro che cercano di ottenere un vantaggio a spese altrui.

Da noi invece sfruttamento vale sia che si voglia ricercare l’acqua per irrigare un campo che nel caso si decida di pagare stipendi da fame ai propri dipendenti. Forse tutto è cominciato da quando si è cominciato a chiamare l’ufficio del personale “ufficio risorse umane” con ciò scippando a quel tanto deprecato signore barbuto di Treviri il concetto di riduzione dell’essere umano ad una merce.

Non si può non pensare a questo nei giorni un cui la Procura di Milano ha provveduto a commissariare, una dopo l’altra, due grandi società della cosiddetta Q-Economy, Glovo e Deliveroo, ufficializzando davanti agli occhi di tutti le vergognose condizioni di lavoro cui sono soggetti i riders. Episodi e cifre sono su (quasi) tutti i giornali; riporto qui solo le accuse più clamorose ovvero quelle di retribuire i collaboratori con somme inferiori dell’81% rispetto a quelle stabilite dal CCNL di categoria siglato nel 2020 (per altro già scaduto da due anni) e del 76% rispetto alla soglia di povertà.

La vicenda fa riaffiorare alla mente tutte le macroscopiche diseguaglianze che si sono allargate a dismisura negli ultimi anni, quelli caratterizzati dal capitalismo famelico ed egoista e dalla progressiva espansione/occupazione informatica del mondo del lavoro. Esempio eclatante la differenza che da ammissibile e socialmente accettata è diventata ingiustificabile e sguaiatamente insolente tra le retribuzioni dei top manager e quelli di impiegati ed operai, ormai nell’ordine di qualche centinaio di volte.

Anche i margini di profitto aziendali, a dispetto dei periodici lamenti degli azionisti, si sono ampliati o restano salvaguardati. Lo conferma un articolo de “Il Sole 24 ore” (quotidiano di Confindustria e non ciclostile dei Centri Sociali) del primo febbraio di quest’anno.

Gli estensori del pezzo, come sempre molto ben articolato e ricco di tabelle e dati, certificano senza indugi che “nonostante lo shock energetico e l’inflazione, le imprese hanno saputo proteggere (e in molti casi aumentare) i propri margini, hanno “traslato” i costi sui prezzi finali, mantenendo alta la quota di valore aggiunto che resta nelle casse societarie” e dunque i dati mostrano “aziende più robuste che mai confermando che la ricchezza prodotta non si è distribuita verso il basso”. L’articolo smaschera anche la ricorrente questione legata alla “bassa produttività” italiana svelandone i meccanismi non sempre limpidissimi (“La produttività del lavoro, a livello macroeconomico, non misura l’efficienza fisica – quanti bulloni stringi – ma il valore aggiunto monetario”) ed evidenziando come il nostro Paese abbia una produttività maggiore della Gran Bretagna (dove però i salari sono più alti) e addirittura di Giappone, Corea del Sud e Cina, nazioni nelle quali per scelta politica le aziende fungono anche da ammortizzatori sociali.

Il problema è che “In Italia questo valore va a coprire costi energetici folli, rendite immobiliari, tasse sul lavoro o rimane nei margini aziendali, invece di finire nella busta paga dei lavoratori”. In definitiva, conclude il quotidiano finanziario, “non abbiamo un’economia in crisi, se la si guarda dal lato dei profitti.

La crisi è tutta sul lato dei salari”. Si dovrebbe e si potrebbe intervenire.

Con controlli e con stimoli anche fiscali, con un confronto costante tra le parti in causa e senza difese aprioristiche dell’uno o dell’altro fronte perché è un sistema intero che sta cambiando pelle e il cambiamento andrebbe governato e non subito. Ma il governo insegue i fatti di cronaca per vellicare gli istinti più triviali, l’opposizione sembra ferma alle ripicche e vuota di idee.

Così, quando si leggono le parole del rider palermitano intervistato da “Repubblica” che dice “sì, ci sfruttano un po’, ma che alternative abbiamo?”, ci rendiamo conto della portata della sconfitta di questa politica e anche delle ragioni del suo abbandono da parte di tanti ma anche di quanto spazio ci sarebbe per farne di buona. L'articolo Rider sottopagati e aziende che macinano profitti: le contraddizioni di un sistema che non vuole distribuire ricchezza proviene da Strisciarossa.

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