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Non chiamatelo cambiamento: perché gli slogan aggravano la crisi climatica

Martedì 7 aprile 2026 ore 07:55 Fonte: MicroMega
Non chiamatelo cambiamento: perché gli slogan aggravano la crisi climatica
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Era il 1938 quando l’ingegnere britannico Guy Callendar presentò alla Royal Meteorological Society di Londra un’idea che sembrava impossibile da recepire: la combustione di carburanti fossili stava riscaldando il pianeta. Lo aveva dimostrato raccogliendo dati da 147 stazioni meteorologiche sparse nel mondo.

I colleghi scienziati lo ascoltarono con scetticismo: era difficile credere che l’attività umana potesse influenzare qualcosa di così vasto come il clima della Terra. Callendar aveva ragione: la sua teoria venne chiamata “effetto Callendar”, mentre oggi la chiamiamo riscaldamento globale.

Sono passati quasi novant’anni, e gli effetti di quella previsione sono sotto gli occhi di tutti. Gli anni 2023, 2024 e 2025 sono i più caldi mai registrati.

Gli uragani Helene e Milton, che hanno devastato gli Stati Uniti causando danni per oltre cento miliardi di dollari complessivi, sono stati alimentati nella loro violenza dal riscaldamento globale. In Europa, tra alluvioni record e tempeste mediterranee, i danni economici legati al clima estremo sono saliti a decine di miliardi ogni anno, mentre in Italia l’Osservatorio Città Clima di Legambiente ha contato 376 eventi meteo estremi nel 2025.

La parola “cambiamento”, in riferimento al clima, è fuorviante. Suona graduale, quasi naturale; non restituisce l’idea di emergenza né di irreversibilità.

Eppure è il termine che i governi, i media e la politica continuano a usare anche oggi, mentre il segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres avverte che il superamento temporaneo della soglia di +1,5°C rispetto ai livelli preindustriali entro i primi anni del prossimo decennio è ormai inevitabile. Non si tratta di un semplice cambiamento nelle temperature: è una vera e propria crisi.

La differenza non è solo semantica: se una crisi non viene chiamata con il suo nome, si tenderà a sottovalutare anche la portata delle misure necessarie per affrontarla. La parola “crisi”, in greco antico, significa “scelta”, momento di svolta.

Indica un punto in cui si decide se intervenire davvero o collassare, e nel caso del clima rende molto più chiara l’asimmetria tra la scala del problema e la lentezza delle risposte politiche. Uno degli slogan più diffusi nella lotta alla crisi climatica è il “piantiamo alberi”.

A smontarlo ci pensa un dato Nasa paradossale: le immagini satellitari mostrano un pianeta più verde rispetto all’inizio degli anni Duemila. La superficie coperta da foglie è aumentata di circa il 5% rispetto a venti anni fa, l’equivalente di un’intera Amazzonia in più.

Un dato apparentemente incoraggiante, il cui merito è dovuto principalmente a una combinazione di riforestazione e agricoltura intensiva in Cina e in India. Il problema è che una foresta Amazzonica in più in Asia non risolve una crisi così complessa come quella climatica.

Il rinverdimento antropico non compensa né le emissioni record del 2025, né la deforestazione delle grandi foreste tropicali, che sono tra i serbatoi di carbonio più importanti per gli equilibri climatici globali. Un ecosistema non è una somma di alberi: è una rete complessa di relazioni tra specie, suoli, acque, funghi, microorganismi.

E anche le foreste piantate oggi sono vulnerabili: incendi, siccità e parassiti possono restituire in poche settimane il carbonio accumulato in decenni, oltre al fatto che piantare senza criterio rischia di distruggere ecosistemi già esistenti. Lo slogan del piantare alberi non si dimostra solo insufficiente di fronte al problema, ma diventa un alibi per non dover trattare temi necessari come il taglio ai sussidi alle fonti fossili e i cambiamenti strutturali nei trasporti e nell’edilizia.

È improvvisare una soluzione semplice di fronte a un problema estremamente complesso, che inevitabilmente si dimostra inadeguata. Anche i governi italiani, di diverso colore politico, hanno spesso preferito il linguaggio della rassicurazione a quello della responsabilità parlando di sfide e di opportunità, raramente di crisi.

Si promette che la transizione non costerà nulla a nessuno, si insiste sulla tutela dello stile di vita. Si moltiplicano i piani di riforestazione urbana, annunciati con orgoglio, inseriti in strategie climatiche complessivamente deboli.

Il risultato è un’opinione pubblica a cui viene raccontato che piccoli accorgimenti basteranno, quando la scala del problema richiederebbe scelte radicali e impopolari. E le conseguenze di una mancata transizione ecologica efficace sono state messe a nudo dalla guerra in Medio Oriente attualmente in corso: l’Italia, fortemente dipendente dai combustibili fossili, mostra tutta la sua fragilità geopolitica di fronte all’impennata dei prezzi del petrolio.

Una dipendenza che una transizione energetica reale avrebbe potuto ridurre drasticamente. L’Europa cerca di andare oltre gli slogan, almeno in parte, come dimostra il Carbon Removal Certification Framework, il quadro volontario dell’Ue per certificare le rimozioni durature di CO₂.

Non solo alberi, ma tecnologie e pratiche che tolgono anidride carbonica dall’atmosfera e la stoccano in modo durevole. È un passo avanti culturale prima ancora che tecnico: riconosce che non basta compensare in modo generico e che servono criteri stringenti.

Ma anche questo strumento, da solo, non sostituisce la riduzione delle emissioni fossili. Rischia di diventare l’ennesimo annuncio rassicurante, se non accompagnato da politiche reali.

Guy Callendar morì nel 1964, sempre più sorpreso che la scienza incontrasse tanta resistenza di fronte all’evidenza dell’effetto che portava il suo nome. Aveva dimostrato che le attività umane stavano cambiando il clima del pianeta, ma il mondo ci mise trent’anni ad ascoltarlo.

Ad oggi, non abbiamo altri trent’anni per poterci permettere di continuare a parlare semplicemente di “cambiamento” climatico, senza adottare misure drastiche e concrete per fronteggiare la crisi che stiamo attraversando. Non esistono soluzioni semplici alla crisi climatica.

Continuare a raccontarla come se ce ne fossero significa solo perdere altro del tempo che non abbiamo. CREDITI FOTO:

Chris LeBoutillier | Unsplash L'articolo Non chiamatelo cambiamento: perché gli slogan aggravano la crisi climatica proviene da MicroMega.

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