Sabato 10 gennaio 2026 ore 06:00

Storia

Il Wepet Renpet, la spettacolare festa egizia di Capodanno

Sabato 10 gennaio 2026 ore 05:00 Fonte: Storica National Geographic
Il Wepet Renpet, la spettacolare festa egizia di Capodanno
Storica National Geographic

Sopdet, la stella che oggi conosciamo come Sirio, la più brillante del firmamento, sta per sorgere all’orizzonte. «L’inondazione è ormai vicina. Preghiamo affinché il dio Hapy sia generoso e porti prosperità e ricchezza al Paese delle due terre», pensa con allegria e speranza un giovane sacerdote assegnato al tempio di Amon a Tebe.

La stagione dell’inondazione (Akhet), una delle tre in cui era suddiviso il calendario egizio, era la prima dell’anno, e l’entità della piena del Nilo poteva fare la differenza tra carestia e abbondanza per l’intera popolazione dell’Egitto. Era anche il momento di celebrare il Wepet Renpet, una grande festa religiosa, della durata di circa nove giorni, che segnava l’arrivo del nuovo anno.

Wepet renpet significa infatti «apertura dell’anno». Questa ricorrenza fondamentale del calendario egizio simboleggiava il rinnovamento e la rinascita non solo del Paese, ma anche dei suoi abitanti.

Tra divino e terreno Il giovane sacerdote affretta il passo: non può arrivare in ritardo all’inizio delle celebrazioni. Sa bene cosa lo attende.

Insieme ad altri giovani novizi dovrà trasportare recipienti colmi di acqua fresca del Nilo per procedere alla pulizia e alla purificazione del tempio e delle statue delle divinità, che il sommo sacerdote provvederà poi ad adornare con vesti nuove. È una pratica osservata in tutti i templi del Paese.

Dopo la purificazione, a Tebe, avranno luogo le spettacolari processioni. I sacerdoti porteranno in trionfo le statue di culto delle divinità della triade tebana – l'onnipotente Amon, la sua sposa Mut e il figlio Khonsu – esponendole alla luce purificatrice del sole affinché si rigenerino.

Poiché il Wepet Renpet è strettamente legato all’idea di rinascita, la festa è associata anche a Osiride, il dio dell’oltretomba che, con la sua morte e resurrezione, assicurò la rigenerazione della terra. Attraversando il cortile del tempio, il giovane riflette sull’importanza che il Wepet Renpet riveste per tutti gli abitanti del Paese delle due terre.

Sia i nobili sia i contadini lo celebrano: i primi con banchetti fastosi, i secondi con ciò che hanno a disposizione. Il tutto accompagnato da musica e danze.

È un momento di grande gioia e, sì, anche di celebrazione della vita, un bene prezioso in un mondo pericoloso e imprevedibile. Ma il Wepet Renpet non è soltanto cibo, bevande e divertimento.

Si compiono anche importanti gesti di devozione. I defunti vengono commemorati visitando le loro sepolture e offrendo loro doni di cibo per il benessere delle loro anime.

Si consuma il pasto nei pressi della tomba dei propri cari e si accendono lampade a olio per illuminare la notte. Le famiglie, inoltre, puliscono a fondo le abitazioni, cercano di riconciliarsi in caso di conflitti e si scambiano doni per iniziare l’anno sotto i migliori auspici.

Tra i regali più caratteristici figurava il cosiddetto vaso di Capodanno, simile a una moderna borraccia, su cui venivano incisi auguri di felicità per il destinatario del regalo. Il MET di New York ne conserva diversi esemplari, uno dei quali era destinato a un certo Amenhotep. «Che festa antica e meravigliosa!», pensa il giovane sacerdote con profondo rispetto. «La celebravano già gli antichi faraoni, i costruttori delle grandi piramidi, sovrani divini».

Le prime attestazioni del Wepet Renpet risalgono infatti alla fine dell’Antico regno (2686–2125 a.C.). Nel corso dei millenni la festa continuò a essere celebrata, pur con alcune variazioni, ma curiosamente mai nella stessa data.

Perché? Gli egizi, in realtà, non conoscevano l’anno bisestile, introdotto solo in epoca romana.

Il loro calendario contava sempre 365 giorni e il Wepet Renpet coincideva con la levata eliaca di Sirio (il fenomeno per cui una stella sorge all’alba, che nel caso di Sirio si verifica ogni 365,25 giorni) e con l’inizio dell’inondazione. Per questo, con il passare del tempo, la data della festività slittava per continuare a corrispondere a quell’evento naturale.

Come sappiamo che gli antichi egizi celebravano il Capodanno? Le testimonianze provengono da raffigurazioni nelle tombe private, da iscrizioni templari e persino dall’orientamento di alcuni edifici verso il sorgere del sole o la levata eliaca di Sirio.

Un reperto noto come la Pietra di Palermo, conservato presso il Museo egizio di Torino, che documenta gli anni di regno dei primi faraoni, utilizza il geroglifico renpet – un ramo di palma con una tacca – per separare gli anni. Anche alcuni storici dell’antichità, come Erodoto e Plutarco, menzionano le festività legate all’inondazione del Nilo.

La festa sta ormai giungendo al termine. È stato un Wepet Renpet carico di emozioni.

Il giovane sacerdote è stanco, ma felice. Mentre si avvia verso la sua modesta casa per concludere la giornata in famiglia, vede avvicinarsi il suo superiore. «Spero di non aver commesso errori», pensa per un istante con apprensione.

Non ha però nulla da temere. Il superiore gli si avvicina sorridendo e gli porge un dono. «Prendi, Amenhotep.

Felice Wepet Renpet!», dice, porgendogli un elegante vaso di Capodanno. Il giovane lo accetta con mani tremanti e ringrazia con un inchino, prima di leggere l’iscrizione: «Che gli dèi Montu e Amon-Ra concedano ad Amenhotep un felice anno nuovo».

È lo stesso augurio che rivolgiamo a tutti i nostri lettori. ----- Questo contenuto è stato originariamente pubblicato nella nostra newsletter settimanale. Ti è piaciuto?

Iscriviti alla newsletter e ricevi gratuitamente ogni settimana i migliori reportage, fotografie e notizie direttamente nella tua casella di posta elettronica.

Articoli simili