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Storia

Giustiniano il riconquistatore

Venerdì 14 novembre 2025 ore 11:30 Fonte: Nati per la Storia
Giustiniano il riconquistatore
Nati per la Storia

La basilica di San Vitale, a Ravenna, conserva al suo interno alcuni dei più bei esempi di arte bizantina in Italia. Tra i suoi celeberrimi mosaici, risalenti alla prima metà del VI secolo, spiccano quelli che raffigurano il doppio corteo dell’Imperatore Giustiniano e di sua moglie Teodora, rappresentati in modo speculare circondati dalle rispettive corti mentre sembrano procedere verso l’altare.

Quest’opera celebra la potenza e la gloria di quello che fu uno dei più grandi Imperatori di Costantinopoli, il cui regno coincise con il periodo d’oro dell’Impero Romano d’oriente, conosciuto altrimenti come Impero bizantino. Giustiniano e il suo seguito nel mosaico della Basilica di San Vitale di Ravenna.

Quello in cui si trovò a vivere e poi a governare Giustiniano era un mondo a pezzi, che andava cercando faticosamente un nuovo equilibrio. Con la deposizione di Romolo Augustolo, l’autorità imperiale in Occidente, già erosa dalla formazione dei nuovi regni creati dagli invasori germanici – Franchi, Alamanni, Burgundi, Visigoti, Vandali – si estinse anche formalmente e nessun sovrano barbarico, perlomeno sino all’incoronazione imperiale di Carlo Magno (800) osò assumere la porpora.

Le aquile quindi lasciarono il Campidoglio per posarsi nuovamente sul Bosforo, là dove a partire dal 330 l’Imperatore Costantino aveva fondato la nuova capitale, cui aveva dato il suo nome, Costantinopoli, la Nuova Roma. Qui il potere degli antichi Cesari era riuscito a sopravvivere alla tempesta delle invasioni del V secolo e finanche a prosperare.

Pannello centrale dell’avorio Barberini, conservato al Museo del Louvre di Parigi, che raffigura Giustiniano nelle vesti di condottiero vittorioso. Il futuro Restaurator Mundi, Flavio Pietro Sabbazio Giustiniano, nacque a Tauresio – corrispondente all’attuale località di Taor, minuscolo villaggio situato nella Repubblica di Macedonia del Nord – in quella che allora era la provincia della Dardania.

Meno certo è invece l’anno della sua nascita, che generalmente viene identificato nel 482, basandosi sulla testimonianza dello storico bizantino Giovanni Zonara, il quale affermò che Giustiniano doveva avere circa quarantacinque anni ai tempi della sua ascesa al trono, nel 527. La famiglia del futuro Imperatore era di lingua e cultura latine e di probabile origine illirica o trace, due gruppi etnici che negli ultimi secoli avevano fornito tra i migliori soldati su cui potesse fare affidamento l’Impero Romano.

Lo stesso Giustiniano si arruolò ancora giovane nell’esercito imperiale. La sua carriera conobbe un’improvvisa accelerazione a partire dal 518, quando suo zio materno, Giustino, salì al trono di Costantinopoli.

Giustino era stato un contadino originario della Tracia, incolto e analfabeta ma dotato di grandi ambizioni e di una certa astuzia contadina. Arruolatosi nelle armate imperiali, ne scalò progressivamente i ranghi fino a diventare generale e comandante della guardia del corpo del suo predecessore, Anastasio.

Non avendo avuto figli dalla moglie Eufemia Lupicina – una ex schiava che era stata la concubina dell’uomo da cui Giustino l’aveva acquistata – decise di puntare sul nipote, figlio della sorella Vigilanza. L’Europa e il Mediterraneo divisi tra i regni romano-barbarici e l’Impero d’Oriente ai tempi dell’ascesa al trono di Giustiniano (527).

Elevato fin nella più ristretta élite del potere, Giustiniano divenne in tutto e per tutto l’eminenza grigia dello zio, governando de facto l’Impero in sua vece. Fra i primi successi del reggente bisogna annoverare la ricomposizione dello scisma generatosi in seguito alle vicendevoli scomuniche che il Patriarca di Costantinopoli Acacio e il Pontefice romano Felice III si erano scambiati nel 484.

Il 25 marzo del 519 Giustiniano accolse gli emissari papali a Costantinopoli. Tutte le richieste del Pontefice furono accolte: il nome di Acacio, come quelli degli Imperatori Anastasio e Zenone, furono eliminati dai sacri dittici e il Patriarca Giovanni II accettò la regula fidei formulata da Papa Ormisda.

La dottrina monofisita – che, contrariamente a quanto affermato dalla Chiesa di Roma, affermava che in Cristo fosse presente soltanto la natura divina – venne condannata come eretica e l’unità della Cristianità nuovamente ristabilita. Mosaico proveniente dalla basilica di San Vitale a Ravenna raffigurante l’Imperatrice Teodora, moglie di Giustiniano.

Nonostante le indubbie capacità del nipote, Giustino si risolse a nominarlo co-imperatore – designandolo ufficialmente come suo erede e successore – soltanto il 4 aprile 527, meno di quattro mesi prima della sua scomparsa, avvenuta il 1° agosto successivo. Nella sua ascesa al trono Giustiniano fu accompagnato dalla moglie Teodora.

La loro relazione aveva avuto inizio intorno al 522: colpito dalla sua avvenenza, Giustiniano ne fece prima la sua amante per poi elevarla al rango di patrizia. Tuttavia prima che la coppia potesse convolare a nozze dovette superare diversi ostacoli a cominciare dall’opposizione dell’Imperatrice Lupicina, la quale disapprovava che il nipote sposasse una donna di origini così modeste e dal passato decisamente scandalose.

Prima di incontrare Giustiniano, infatti, Teodora era stata un’attrice e un’artista circense e, stando alle malelingue, aveva esercitato anche il mestiere di prostituta. In ogni caso nel 525 Lupicina morì e a quel punto Giustiniano ebbe gioco facile nel convincere lo zio Giustino a concedere il suo assenso alle nozze.

L’unione di Giustiniano e Teodora durò per oltre vent’anni e si concluse nel 548 a causa della scomparsa di lei, causata pare da uno dei primi casi documentati di cancro. Per tutta la vita l’Imperatrice fu la più fidata consigliera su cui suo marito potesse fare affidamento.

Donna dotata di una fortissima personalità, Teodora dimostrò in pieno il suo piglio battagliero durante uno dei momenti più difficili del regno di Giustiniano, vale a dire la rivolta di Nika, così chiamata dal grido – “Nikā!“, cioè “Vinci!” in greco- con cui il pubblico incitava i propri aurighi durante le corse. Mosaico raffigurante un auriga.

Nel 532 le fazioni del circo generarono enormi disordini a Costantinopoli, minacciando persino di deporre Giustiniano. L’insurrezione scoppiò il 13 gennaio 532 all’ippodromo di Costantinopoli.

A quel tempo le corse con i carri erano lo spettacolo più seguito dagli abitanti della capitale e i tifosi si dividevano sostanzialmente in due fazioni, i Verdi e gli Azzurri, che avevano finito per eclissare in popolarità tutte le altre. Profondamente divisi dal punto di vista politico e religioso, i due schieramenti non si limitavano a contrapporsi nel tifo sugli spalti ma finivano per scontrarsi per le strade con una violenza da far impallidire i moderni hooligans.

Nel tentativo di porre un freno ai disordini il prefetto Eudemone fece arrestare alcuni capi di entrambe le fazioni, condannandone sette all’impiccagione. Le esecuzioni ebbero luogo l’11 gennaio ma due condannati riuscirono a salvarsi a causa della rottura del patibolo trovando asilo nella chiesa di San Lorenzo.

I Verdi e gli Azzurri inoltrarono allora una richiesta di grazia a Giustiniano, che la respinse, attirandosi così le ire dei tifosi. Ricostruzione dell’ippodromo di Costantinopoli, uno degli edifici più importanti della capitale.

Lo stadio fu l’epicentro della pericolosa rivolta di Nika del gennaio 532. La mattina del 13 gennaio, al termine delle corse, Giustiniano e Teodora vennero sonoramente fischiati dalla folla – un pessimo segnale – che successivamente iniziò a scandire slogano inneggianti alla ribellione.

Ben presto dalle parole si passò ai fatti: il popolo assalì le carceri e diede alle fiamme numerosi edifici tra cui la sede della prefettura e la Basilica di Santa Sofia. Quando i rivoltosi parvero sul punto di attaccare anche il palazzo imperiale Giustiniano manifestò l’intenzione di lasciare Costantinopoli.

Fu allora che Teodora ribatté chiaro e tondo al marito che per quanto le riguardava la morte era preferibile all’esilio e lo esortò a reagire. L’Imperatore a quel punto si riscosse e, dopo aver affidato il comando delle truppe rimastegli fedeli ai generali Belisario e Narsete, diede loro ordine di reprimere il tumulto.

Fatta convergere la folla dei rivoltosi nello stadio, i soldati vi fecero irruzione massacrando chiunque incontrassero sul loro cammino. Le fonti riferiscono che nella repressione vennero massacrate qualcosa come 35 mila persone!

Sezione del disegno architettonico originale di Santa Sofia. Riportata la calma Giustiniano si dedicò alla ricostruzione di una Costantinopoli che appariva devastata.

Già il 23 febbraio 532 venne aperto il cantiere della nuova chiesa di Santa Sofia, la cui direzione fu affidata gli architetti Antemio di Tralle e Isidoro di Mileto. Giustiniano diede loro carta bianca a patto che la nuova basilica fosse ancora più splendida della precedente e che fosse ultimata il prima possibile.

Stando alla testimonianza di un cronista contemporaneo 5 mila operai furono messi al lavoro sul lato nord ed altrettanti sul lato sud perché gareggiassero tra loro. Il risultato fu una delle più superbe creazioni dell’architettura e dell’arte bizantina: quando, il 27 dicembre 537, Giustiniano varcò i portali della basilica poté a buon diritto affermare “Salomone, ti ho superato!” riferendosi al biblico sovrano d’Israele, costruttore del Tempio di Gerusalemme.

Anche se le decorazioni musive sarebbero state completate soltanto durante il regno del successore di Giustiniano, Giustino II, Hagia Sophia restava ugualmente la più grande e splendida chiesa della Cristianità, primato che continuò a detenere per mille anni, sino all’edificazione della basilica di San Pietro a Roma. In questa mappa sono raffigurati i territori dell’Impero Romano d’Oriente (viola scuro) e i territori occidentali riconquistati durante il regno di Giustiniano (violetto).

Negli stessi anni la pace conclusa con la Persia alla fine del 532 consentì a Giustiniano di dedicarsi al suo progetto di riconquista dell’Occidente. Nonostante l’amministrazione separata delle due metà dell’Impero, l’idea dell’unità del mondo romano era rimasta viva.

Giustiniano, in quanto Imperatore dei Romani, si considerava il signore del mondo e il capo supremo dell’ecumene cristiana. Le province occidentali restavano quindi suo eterno e inalienabile possesso anche se in quel momento governate dai sovrani germanici.

Di più: era dovere dell’Imperatore liberare gli antichi possedimenti romani da quelli che erano percepiti come barbari, stranieri e per di più eretici ariani. Dati questi presupposti teorici, nel giugno del 533 una flotta con a bordo 10 mila fanti e 5 mila cavalieri salpò da Costantinopoli diretta in Nordafrica allo scopo di riportare sotto il dominio imperiale il regno dei Vandali.

Fondato nel 429 da Genserico – il sovrano che nel 455 aveva osato saccheggiare Roma – il regno vandalo versava allora in stato di crisi trovandosi per di più sotto il controllo di un usurpatore, Gelimero, che aveva deposto il legittimo sovrano, Ilderico. Il generale Flavio Belisario (500-565) raffigurato nel mosaico nella basilica di San Vitale a Ravenna.

Le truppe bizantine al comando di Belisario presero terra nell’attuale Tunisia e si misero in marcia verso Cartagine. Il 13 settembre 533 i Vandali attaccarono ma furono costretti a ritirarsi e due giorni dopo Belisario entrava in trionfo nella capitale nemica.

Gelimero tentò allora una controffensiva ma il 15 dicembre fu nuovamente battuta nella battaglia di Ticameron. Belisario a quel punto marciò su Ippona impadronendosi del tesoro del Re vandalo, che si arrese definitivamente nel marzo 534.

Deportato a Costantinopoli, Gelimero terminò i suoi giorni in una tenuta di campagna offertagli da Giustiniano. Belisario tornò nella capitale a godersi il trionfo accordatogli dal suo Imperatore ma non ebbe tempo di adagiarsi sugli allori.

Dopo la felice conclusione della guerra-lampo in Nordafrica, Giustiniano iniziò a concentrare le sue attenzioni sull’Italia. La nostra Penisola era stata dal 493 al 526 il regno di Teodorico, Re degli Ostrogoti, il quale aveva sempre dichiarato di regnare in nome dell’Imperatore di Costantinopoli, quale suo viceré.

Tuttavia il grande sovrano era morto lasciando come erede il nipote minorenne Atalarico, figlio di sua figlia Amalasunta, la quale esercitava le funzioni di reggente. Tuttavia il 2 ottobre 534 l’adolescente Atalarico morì e la corona passò al cugino Teodato, il quale fece imprigionare e strangolare Amalasunta, mettendo fine alla discendenza di Teodorico.

Battaglia dei Monti Lattari combattuta tra Bizantini e Goti realizzata dall’illustratore tedesco Alexander Zick (l’equipaggiamento è anacronistico). L’assassinio della reggente offrì a Giustiniano il pretesto che cercava per invadere l’Italia.

Nel 535 Belisario ricevette l’ordine per sbarcare con 7.500 uomini in Sicilia, che fu occupata senza colpo ferire. L’isola divenne così la base per l’attacco contro la Penisola: nella tarda primavera del 536 il generale passò sul continente e conquistò Napoli dopo un assedio di tre settimane.

Tuttavia questa campagna si sarebbe rivelata tutt’altra faccenda rispetto a quella combattuta contro i Vandali: I Goti opposero infatti una resistenza tenace guidati dapprima da Vitige e poi da Totila, che si dimostrarono dei sovrani energici e dei leader militari estremamente validi ed esperti.

Città come Roma furono prese, perdute e poi nuovamente conquistate passando più volte sotto il controllo di entrambi gli schieramenti. L’Urbe in particolare uscì devastata dai numerosi assedi che, assieme alle epidemie di peste, ne ridussero la popolazione a poche migliaia di abitanti.

Gli acquedotti che per secoli aveva rifornito la Città Eterna furono tagliati mentre diversi monumenti dell’antichità vennero danneggiati come nel caso della Mole Adrianea – trasformata nel corso dei secoli in Castel Sant’Angelo – le cui statue furono scagliate sugli assalitori goti durante l’assedio del 538 come raccontato dallo storico bizantino Procopio di Cesarea. Ricostruzione della colonna trionfale di Giustiniano elaborata dallo storico dell’arte Cornelius Gurlitt.

Era situata nella grande piazza dell’Augustaion, tra Hagia Sophia e il Gran Palazzo. Risalendo la penisola, le forze di Belisario sconfissero le truppe gote di Teodato prima e Vitige poi, riconquistando molte importanti città tra cui le stesse Roma e Ravenna.

L’ascesa al trono goto di Totila ed il richiamo di Belisario a Costantinopoli portarono alla riconquista da parte dei Goti di molte delle posizioni perdute. Solo con l’arrivo di una nuova armata sotto il generale Narsete le forze imperiali poterono riprendersi; dopo la morte in battaglia di Totila e del suo successore Teia, la guerra si concluse nel 553 con una completa vittoria per i Bizantini.

La conquista della Penisola tuttavia si rivelò effimera: lo stato di guerra ventennale causò sconvolgimenti dai quali l’Italia impiegò secoli per riprendersi. Nel corso dei loro spostamenti lungo tutta la Penisola entrambi gli eserciti si resero responsabili di saccheggi e devastazioni mentre la popolazione civile, per non essere coinvolta, abbandonò in massa le città per rifugiarsi nelle campagne o sulle alture fortificate meglio protette, portando a compimento quel processo di ruralizzazione e di abbandono dei centri urbani iniziato nel V secolo.

A rendere ancora più precaria la situazione a partire dal 536 una tremenda epidemia, detta peste giustinianea – probabilmente provocata dal batterio yersinia pestis, lo stesso che fu responsabile otto secoli dopo della Morte Nera del XIV secolo – si abbatté sul bacino del Mediterraneo aprendo paurosi vuoti nella popolazione e riducendo sia il numero dei contribuenti sia quello delle potenziali reclute per l’esercito imperiale rendendo difficile assicurare il controllo sui territori occupati e aprendo quindi la strada a nuove invasioni come quella longobarda del 568. Solido (moneta d’oro introdotta da Costantino) coniato durante il regno di Giustiniano.

L’Imperatore regge un globo sormontato da una croce, simbolo di dominio universale. Appare quindi evidente come il bilancio delle campagne di riconquista intraprese durante il regno di Giustiniano debba considerarsi in larga misura fallimentare.

Tuttavia l’Imperatore è passato alla Storia per un’altra impresa, altrettanto titanica e dagli effetti decisamente più duraturi: la riorganizzazione del diritto romano attraverso la raccolta di tutte le costituzioni imperiali emanate dai tempi di Adriano eliminando le ripetizioni, le contraddizioni e le norme in contrasto con l’insegnamento cristiano. Il nuovo Codice fu redatto da una commissione nominata da Giustiniano nel febbraio del 528 e presieduta dal giurista più importante dell’Impero, Triboniano, e fu pronto in appena quattordici mesi, nell’aprile del 529.

Tuttavia, evidentemente insoddisfatto, nel 530 Giustiniano nominò una nuova commissione sempre presieduta da Triboniano a cui questa volta affidò il compito di sistematizzare le fonti giuridiche. Il risultato fu la compilazione del Digesto – o Pandette – opera in 50 libri contenente passi e frammenti attribuiti ai più eminenti giuristi romani delle epoche precedenti pubblicata nel dicembre del 533.

Nello stesso anno furono pubblicate le Istituzioni, sommario delle due opere precedenti destinato agli studenti del diritto nelle scuole dell’Impero. Assieme, Codice, Digesto e Istituzioni formarono il Corpus iuris civilis, che sino all’emanazione del Codice napoleonico (1804) rappresentò la base del diritto comune europeo.

Con questa vera e propria rivoluzione in campo giuridico Giustiniano conquistò fama imperitura presso i posteri venendo ricordato anche da Dante nelle terzine della Commedia: «Cesare fui e son Iustinïano, che, per voler del primo amor ch’i’ sento, d’entro le leggi trassi il troppo e ‘l vano.» Quale bilancio possiamo trarre del regno di Giustiniano? Meritò davvero l’appellativo di “Grande” che gli fu assegnato dalla posterità?

Certamente fu l’ultimo vero Imperatore “romano”, non solo per lingua e cultura ma anche e soprattutto perché pensò sempre il suo Impero nei termini di quello antico. Sotto di lui Costantinopoli si arricchì di gioielli architettonici come Santa Sofia, la basilica di Sant’Irene e la chiesa dedicata ai Santi Sergio Bacco.

Tuttavia Giustiniano nella sua ambizione non si rese conto di essere ormai fuori tempo massimo. Edizione del Corpus Iuris Civilis della prima metà del XVIII secolo dedicata all’Imperatore Carlo VI.

Il Corpus Iuris Civilis fu all’emanazione del Codice napoleonico (1804) rappresentò la base del diritto comune europeo. Il suo sogno di restituire all’Impero dei Cesari l’antica grandezza era certamente meraviglioso ma anche troppo costoso in termini di denaro, navi e soldati.

Le guerre di riconquista furono costosissime e, pur avendo ottenuto successi temporanei, indebolirono le finanze e le difese dell’Impero, soprattutto sul fronte orientale contro i Persiani. I suoi progetti, pur grandiosi, finirono quindi per sovraccaricare un impero già fragile.

Giustiniano si spense nella notte tra il 14 e il 15 novembre del 565. Fatto non trascurabile per un Imperatore bizantino, morì nel suo letto, di morte naturale, e per di più ad un’età decisamente avanzata per quel periodo, ottantadue anni.

Non avendo avuto figli dall’amata Teodora si rassegnò a nominare suo successore il nipote Giustino II, il quale ereditò dallo zio un Impero all’apparenza splendido ma dalle casse drammaticamente vuote. Ciò non impedì ugualmente alla Chiesa ortodossa di elevarlo alla gloria degli altari per quanto il suo culto non si diffuse in maniera evidente, perlomeno non come quello del suo grande predecessore Costantino.

Per saperne di più: Storia dell’Impero bizantino – di Georg Ostrogorsky Bisanzio.

Splendore e decadenza di un Impero 330-1453 – di John Julius Norwich

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