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Cultura

Scrivere o non scrivere? Questo è un problema di classe

Martedì 31 marzo 2026 ore 11:57 Fonte: Lucy. Sulla cultura
Scrivere o non scrivere? Questo è un problema di classe
Lucy. Sulla cultura

Qualche anno fa ho smesso di essere un lavoratore dipendente. Il mio ultimo giorno di lavoro ho ricevuto un messaggio da quella che sarebbe diventata la mia editor.

Era interessata a pubblicare il romanzo al quale avevo lavorato per un paio d’anni ai margini della giornata, di notte, nei weekend, nei giorni liberi, durante le ferie. Ripensandoci oggi, in quel periodo, non avevo nessun piano e devo ammettere che è stata una bella coincidenza.

Conviene dirlo subito. Non ho una casa di proprietà, non ho ereditato patrimoni, non ho rendite.

Lavoro da quando sono maggiorenne e vivo del mio lavoro da quando sono andato via di casa, poco più che ventenne. Ho fatto tutta la trafila dei lavoretti occasionali, ho consegnato pizze, ho portato a pisciare i cani degli altri, ho fatto il cameriere, il commesso, finché non ho trovato lavori più stabili nell’ambito della comunicazione digitale.

In parallelo scrivevo il più possibile e ho cominciato presto a collaborare con riviste e quotidiani, che via via hanno rappresentato una percentuale sempre più significativa delle mie entrate. Per anni ho tenuto insieme due vite professionali.

Una da lavoratore dipendente, prima in un negozio di abbigliamento e poi in un’agenzia creativa, con un contratto nazionale del commercio, un monte ore e una busta paga a fine mese. L’altra da collaboratore esterno per i magazine, con una costanza variabile secondo il tempo, le energie e le idee che ero in grado di metterci.

Per anni mi sono chiesto chi fossi e mi sono ripetuto, con una vaga sindrome dell’impostore e attraversando fasi alterne – di sconforto e di fatica, oppure di fiducia ed entusiasmo –, che ero uno che si guadagnava da vivere per permettersi di scrivere. Il tempismo perfetto con cui si è presentata l’opportunità di ricevere un buon anticipo per lavorare al mio primo romanzo, mi ha spinto a pensare che fosse l’occasione per dedicarmi completamente alla scrittura, almeno per un periodo o finché sarebbe stato possibile.

Ho firmato il contratto con l’editore e ho iniziato a lavorare all’editing del romanzo, imponendomi alcune regole. Non avrei toccato i pochi risparmi accumulati negli anni di lavoro dipendente e non avrei chiesto supporto economico ai miei genitori.

Per pagare l’affitto e i costi della vita potevo contare su parte della liquidazione, sulle tre rate dell’anticipo e sui guadagni provenienti dalla pubblicazione di articoli e racconti, che avrei dovuto intensificare. Sono abbastanza bravo a spendere poco.

Non bevo, non fumo, compro vestiti usati, faccio una vita sociale morigerata e decisamente poco glamour, ho l’immensa fortuna di avere amici che mi ospitano in vacanza, una compagna che scrive a sua volta, il che ci permette di condividere le spese, ma anche le gioie, le frustrazioni e il tempo dilatato della scrittura. Anche questo aiuta parecchio.

Ero consapevole che sarebbe stato molto difficile provare a vivere solo di scrittura, e che il minimo imprevisto avrebbe mandato all’aria tutti i miei piani, ma me la sono cavata piuttosto bene. Così bene che un anno dopo stavo ritirando un premio letterario con quaranta euro sul conto.

Gli imprevisti non si erano fatti attendere e la maggior parte dei compensi che avrei dovuto ricevere per le collaborazioni svolte nel corso dell’anno erano in ritardo. Ancora oggi mi stupisco per non essere andato nel panico più totale.

In attesa di ricevere i pagamenti, sono corso ai ripari vendendo parte del mio guardaroba su Vinted, e parte dei libri che potevo sacrificare. Una specie di decluttering da austerità.

Tra quei libri potrebbero esserci finite anche alcune copie ricevute in anteprima dagli uffici stampa, forse perfino un paio di copie del mio stesso romanzo, che fruttava bene finché era una novità in libreria. Sono stato seduto su un palco accanto ad assessori e sindaci con un unico pensiero in testa: i soldi del premio o del gettone, da reclamare puntualmente il giorno dopo.

Dall’autore ci si aspetta non solo che presenti il proprio romanzo, ma che lo rappresenti, ovvero che lo metta in scena, che si spenda per esso con entusiasmo, che riesca a dargli corpo, voce, che lo renda più desiderabile insomma. Raramente però queste performance vengono considerate lavoro, e quindi retribuite.

Certo, essere invitati a parlare della propria opera dovrebbe inorgoglire al punto da compensare il tempo, l’energia, le ore sottratte a ciò che avrebbe potuto produrre un reddito effettivo. Questo è in buona parte vero: sono stato lusingato per gli inviti e grato ai librai che si fanno in quattro per incentivare la circolazione di un esordio.

Ma la promozione spezza la routine, interrompe i lavori continuativi, costringe a spostarsi, disperde la concentrazione. Io sui treni lavoro male, mi distraggo guardando fuori dal finestrino, non faccio quasi nulla.

Ho partecipato a book club e presentazioni sperando che la cena fosse offerta, che non ci fossero imprevisti con i treni, che non fosse necessario anticipare soldi per il pernottamento. Ma può anche succedere di peggio.

Mi è capitato di partecipare a incontri nei quali il moderatore non aveva neppure aperto il libro che doveva presentare, e ad altri ai quali non si è presentato letteralmente nessuno. Per fortuna passeggiare verso l’albergo con il proprio vuoto esistenziale è gratis.

Persino le esperienze peggiori sono state interessanti, se non altro perché, mi dicevo, prima o poi avrei potuto scriverne. I problemi di chi lavora nell’industria culturale sono molteplici.

Contratti sfavorevoli o inesistenti, tutele minime o inadeguate, lavori sottopagati o non pagati affatto. Su questi lavoratori ricadono ore di straordinario non retribuito, richieste di disponibilità oltre l’orario di lavoro, mansioni date per scontate anche se non dovrebbero esserlo affatto.

Questo è lavoro precario o svolto in condizioni decisamente sfavorevoli. Spesso, più che lavoro, è semplicemente sfruttamento.

Ne consegue una maggiore difficoltà ad aprire un mutuo, ad avere giorni liberi o di malattia retribuiti, a pianificare un progetto pensionistico decente – al punto che sembra preferibile l’idea di morire abbastanza presto, così da risolvere il problema. Il lavoro culturale, dunque, rientra in un orizzonte più vasto di precarizzazione e impoverimento generale del lavoro contemporaneo, che divora tempo, diritti, prospettive, capacità di progettare una vita dignitosa.

Ho spesso l’impressione che non si riesca ad ammettere fino in fondo che scrivere, diciamo scrivere narrativa letteraria, risponde a delle logiche diverse da quelle di una normale professione, anche di una normale professione che si svolge nel settore culturale. Nel 1966 Joan Didion aveva trentadue anni, aveva pubblicato il suo primo romanzo e lasciato il lavoro a «Vogue», nel suo diario “registrava zero entrate ad aprile, 305,06 dollari a maggio, zero a giugno e 5,29 dollari a luglio”.

Più o meno nello stesso periodo, Don DeLillo lasciava il lavoro in pubblicità e si chiudeva in un appartamento di Manhattan, riducendosi a una vita quasi monastica per pagare un affitto di sessanta dollari al mese e scrivere Americana, il suo romanzo d’esordio. Cito due esempi eclatanti, a me particolarmente cari, per sottolineare che il rapporto tra scrittura e instabilità economica non è affatto nuovo.

È un calcolo di costi e benefici a cui molti hanno dovuto ricorrere, indipendentemente dal talento letterario che possedevano. La scrittura è soprattutto una questione di tempo.

Tempo per leggere, per pensare, per tornare su una frase, per restare dentro un’idea senza essere continuamente interrotti o minacciati da altre incombenze. Richiede presenza mentale, una certa protezione dalle urgenze esterne.

È principalmente questo che la rende una questione di classe. Chi può permettersi tutto quel tempo?

Solo chi non deve impiegarlo in questioni più urgenti. Fino a qualche tempo fa, chi non poteva permettersi questo privilegio – e chi era dotato e fortunato abbastanza – poteva tradurre, scrivere soggetti e sceneggiature, fare il ghostwriter, collaborare coi giornali.

Per molti questo era un modo per guadagnarsi da vivere all’interno del settore, continuando a scrivere le proprie cose nel tempo libero. Oggi, riuscire a  farlo sembra essere diventato più difficile.

Parlo per esperienza personale. Ho avviato le mie prime collaborazioni all’inizio dello scorso decennio, al culmine dell’esplosione dei social media e della crisi delle riviste cartacee.

Persino in quel periodo (non esattamente florido), gli articoli sui mensili e sui settimanali cartacei venivano pagati meglio di quelli per l’online, ed erano in genere più brevi. Oggi la maggior parte delle edizioni cartacee hanno chiuso e le versioni online di molte riviste, anche un tempo gloriose o quanto meno rispettabili, sembrano meno rilevanti, ridotte, in alcuni casi, a contenitori di pubblicità.

Le tariffe, nella maggior parte dei casi, non hanno tenuto il passo del costo della vita. Quando ho iniziato io, una recensione, un articolo di costume o un pezzo di opinione per una testata online veniva pagato intorno ai cinquanta euro lordi.

Quella cifra oggi non è cambiata granché. Non più tardi di qualche settimana fa Valerio Mattioli, in un’intervista su «Rivista Stanca», ha ricordato che  vent’anni fa non era raro che un pezzo di diecimila battute venisse pagato cinquecento euro, una cifra che bastava per pagare un mese di affitto.

Oggi cinquecento euro qualcuno li dà ancora,  di solito per una storia di copertina o per un reportage oltre le diecimila battute, ma non ne capitano più di una manciata all’anno e di certo non bastano più a pagare neanche una stanza. Oltretutto, quando una filiera intera si impoverisce – anche chi lavora come editor o caporedattore in una rivista lo fa spesso in condizioni precarie – la povertà si trasferisce nella lingua, nelle scelte, nella fretta, nella disponibilità a correggere, tagliare, riscrivere.

Si perde precisione, si perde cura e la conseguenza, spesso, è anche quella di offrire un servizio più scadente al lettore, con il quale non si prova neppure più a costruire un rapporto. Nessuno mi ha mai detto, “ti paghiamo in visibilità”.

Forse sono un’eccezione, visto che pare essere capitato a tutti o quasi? Ho scritto gratis, quando ritenevo che fosse opportuno farlo, magari per realtà indipendenti, che non ottenevano nessun ricavo.

Quello che detesto è un ricatto più sottile. Mi è capitato innumerevoli volte di sentire accampare scuse dal datore di lavoro: la ritenuta d’acconto era andata persa, la rivista aveva problemi con alcuni grossi fornitori, il giornale si stava ristrutturando, il pagamento sarebbe arrivato il mese seguente.

Ho mandato decine di solleciti e non mi è mai pesato, ma conosco parecchie persone che per carattere e inclinazione personale faticano a farlo e finiscono per non essere pagate. Le capisco, non tutti hanno la faccia tosta di pretendere i propri soldi e, per quanto ne so, in nessuna scuola di scrittura insegnano a trattare o a sollecitare un pagamento a cui si ha diritto.

Nel frattempo l’intelligenza artificiale ha cominciato a intaccare una parte del lavoro sommerso con cui si poteva quantomeno arrotondare e che teneva in piedi molte esistenze precarie. Secondo la prima indagine dell’AIE sull’uso dell’intelligenza artificiale nelle case editrici italiane, condotta lo scorso autunno su 184 marchi editoriali, il 75,3% “dichiara di utilizzare strumenti di AI all’interno dei propri processi” – la percentuale sale al 96,2% per marchi con fatturato superiore ai cinque milioni annui – e che nel 49,3% dei casi l’impiego riguarda proprio attività di editing, traduzione o revisione bozze.

In un sondaggio pubblicato dalla Society of Authors del 2024, il 36% dei traduttori ha dichiarato di aver già perso il lavoro a causa dell’AI generativa. Mentre il settore, con estrema lentezza, prova a darsi delle regole di trasparenza e nuove forme di tutela, Audible ha annunciato un servizio di AI narration con oltre 100 voci sintetiche tra cui scegliere in inglese, spagnolo, francese e italiano affiancato da un programma di traduzione AI in beta con revisione umana opzionale.

Sul mercato proliferano servizi come Nuanxed, che combina traduzione automatica, editing e proofreading umano, Trados, Phrase e Smartcat che integrano traduzione, gestione della terminologia e stima della qualità letteraria, o assistenti come DeepL Write Pro per correzione grammaticale, tono di voce e riscrittura. Il contesto che per decenni ha permesso la sussistenza di scrittrici e scrittori, e con essa il tempo e la ricerca che la scrittura richiede, si sta inaridendo di possibilità e occasioni.

La crisi materiale di chi scrive non si capisce fino in fondo guardando soltanto ai compensi individuali. Va letta anche come effetto di una lunga riorganizzazione industriale che, in molti casi, ha trasformato il libro in contenuto, l’editor in manager, l’autore in brand e la forma stessa del romanzo in una risposta strategica a queste pressioni.

Il testo pubblicato riflette una voce e insieme una catena di decisioni: gusti dell’agente, richieste dell’editor, soglie del marketing, aspettative del buyer, logiche di comparabilità, dati di vendita precedenti. Il testo smette di essere solo testo e diventa un oggetto da prevedere, classificare, rendere spendibile.

I piccoli editori sono spesso penalizzati dal sistema di distribuzione, i grandi editori faticano a reinventarsi. Gli esordi occupano una quota rilevante del mercato, qualunque editore è alla disperata ricerca di nuove voci, ma raramente queste nuove voci vengono supportate nel percorso di crescita, preferendo investire sulla novità successiva.

Tutto questo finisce per favorire chi ha una rete, una visibilità pregressa, una collocabilità immediata. Al tempo stesso rende più fragile la posizione di chi arriva senza capitale sociale, senza sostegno economico familiare, senza la sprezzante sicurezza che deriva dall’essere cresciuti in ambienti dove i libri circolavano già, dove l’idea stessa di scrivere non appariva eccentrica o inopportuna.

Citazione “Detto tutto questo, mi chiedo: ma io cosa desidero? Quale sarebbe lo scenario ideale per me?

Ho scritto un romanzo mentre avevo un altro lavoro, e ancora oggi le idee migliori arrivano mentre sto facendo altro, in mezzo alle frizioni e al conflitto tra ciò che devo fare e ciò che vorrei fare”. Per questo la domanda che più mi interessa riguarda la fedeltà.

Come si resta fedeli alla propria classe sociale e culturale scrivendo dentro un sistema che spesso viene letto e parla a un’altra classe? Come si scrive sapendo che molte persone che vengono dal tuo stesso mondo probabilmente non leggeranno quello che fai, perché non hanno tempo, accesso o, più semplicemente, non riconoscono in quel campo qualcosa che li riguardi?

Non voglio scrivere solo per un pubblico anziano e benestante. Il problema non si riduce soltanto alla rappresentanza.

Se il sistema espelle certe voci, perde qualità, immaginazione e complessità. Quando la scrittura resta praticabile soprattutto da chi ha tempo e denaro, si restringe anche la qualità e la varietà delle storie.

Viene da chiedersi quanto tutto questo incida anche sui i lettori. In media nell’Unione Europea, nel 2022, il 52,8% della popolazione sopra i sedici anni aveva letto almeno un libro, mentre in Italia la quota si fermava al 35,4%.

Eppure il mercato del libro italiano è il quarto in Europa, il che lascia pensare che si regga su una minoranza che legge molto. Cosa dicono questi dati?

Forse che molti romanzi oggi non sono in grado di parlare a una fetta enorme della società, quella che non legge. In molta narrativa contemporanea di area anglosassone si è notato un sintomo eloquente.

I soldi, nelle vite dei personaggi, sembrano spariti. Una letteratura  che evita il denaro si pone al di fuori della realtà.

Io stesso ho scritto di una coppia di trentenni di successo per giustificare il loro esaurimento e la loro crisi esistenziale al di fuori di un contesto di classe. Un buono stipendio fa comodo anche per la costruzione di una trama e di un arco narrativo.

Detto tutto questo, mi chiedo: ma io cosa desidero? Quale sarebbe lo scenario ideale per me?

Ho scritto un romanzo mentre avevo un altro lavoro, e ancora oggi le idee migliori arrivano mentre sto facendo altro, in mezzo alle frizioni e al conflitto tra ciò che devo fare e ciò che vorrei fare. Rivendico questa specie di ispirazione che nasce dalla rivalsa e dal contrasto.

Dall’altro lato, quando riesco a scrivere, posso continuare per ore, mando all’aria l’agenda, rinvio tutti gli appuntamenti. Mi sveglio all’alba e dormo un po’ dopo pranzo.

Come si concilia tutto questo con una stabilità economica? Sto imparando a mettere a bilancio una vita simile.

L’anno di promozione del mio romanzo si è concluso ed è già una fortuna che sia durato tanto. Per il momento sono riuscito, non senza fatica, a trovare una fragile stabilità economica che mi lascia una certa indipendenza per continuare a scrivere senza andare in bancarotta.

Sono ancora uno che si guadagna da vivere per permettersi di scrivere. Mi chiedo però se con più tempo, più tranquillità, più tempo per leggere potrei essere uno scrittore migliore, se potrei diventare più bravo.

Più in generale: come si permettere a chi parte da una situazione di svantaggio di scrivere? Anche se  non esiste un unico modello virtuoso,  un po’ di esempi positivi ci sono.

Il Canada Council sostiene le fasi di ricerca e creazione del lavoro artistico, finanzia residenze, letture, traduzioni, in Francia il Centre national du livre assegna borse per permettere agli autori di dedicarsi al proprio progetto, la Germania offre a chi scrive stipendi fino a tremila euro al mese per un periodo che può durare anche dodici mesi e, più in generale, la Künstlersozialkasse garantisce ad artisti autonomi una copertura contributiva pubblica con costi dimezzati. Il Regno Unito remunera gli autori per i prestiti bibliotecari, l’Irlanda ha introdotto e confermato per i prossimi tre anni un reddito di base di 325 euro a settimana di cui usufruiranno duemila artisti.

Quello che spesso manca, qui, è la sensazione complessiva di un ambiente meno ostile, meno improvvisato, meno fondato sulla resistenza privata e sulla buona volontà residuale. Mi pongo queste domande mentre provo a scrivere un nuovo romanzo, a trentasei anni, età ancora relativamente appetibile per il mercato del lavoro; ancora in forze, provo a immaginare cosa accadrà fra due anni, fra dieci o quando sarò vecchio.

Guardo le persone che conducono una vita simile alla mia, tra esaurimenti e ansie, e la qualità che mi colpisce di più in molti di loro è una certa intransigenza ottusa e commovente. Si accetta che il denaro diventi un pensiero costante, si accetta che il proprio tempo sia sempre minacciato, si accetta di intrattenere con l’incertezza un rapporto quotidiano si.

Con queste persone, capita di riconoscersi come simili, di condividere informazioni,solidarietà, persino vergogna. Quello che mi interessa, in fondo, è capire come rendere questa solidarietà occasionale più stabile, se  esiste un modo meno feroce di stare in questo ambiente, di essere scrittore.

Mi interessa una comunità che abbia ancora tempo per le storie, per i dubbi di forma, per la cura dei testi. La scrittura è una forma di vita economicamente instabile e affettivamente contraddittoria.

Cercherò di conviverci finché ne vale la pena. Finché scrivere mi sembrerà più utile di quanto mi renda stressato, ansioso, arrabbiato.

Accetto il rischio e le mie responsabilità. Continuo a vedere tutte le storture che questa scelta incontra nel mondo editoriale e nel giornalismo culturale, continuo a provare invidia, irritazione, stanchezza, rancore, continuo a sentirmi inadeguato, non abbastanza talentuoso e continuo pure a provare immensa gratitudine per chi mi ha aiutato, per le amicizie che ho costruito e che hanno un valore non quantificabile, per le persone che altrimenti non avrei mai incontrato, per le occasioni nate da una fiducia reciproca.

In altre parole, continuo a negoziare costantemente una soluzione decente per restare vivo dentro questa scelta e spero che resti, per molti, una scelta che valga ancora la pena di intraprendere. Non è affatto scontato.

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