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Cultura

Spostare gli antichi templi egizi

Mercoledì 14 gennaio 2026 ore 14:21 Fonte: La ricerca
Spostare gli antichi templi egizi
La ricerca

Il Nilo visto dal tempio di File Non avrebbe senso fare una descrizione di tutti i meravigliosi siti archeologici che ho visitato in Egitto – oltre alle piramidi di Giza e il GEM, dei quali già ho scritto – anche perché si tratta di monumenti noti, sui quali non è difficile reperire informazioni dettagliate: chi infatti non ha mai visto, ad esempio, le immagini dei templi di Karnak e Luxor? Vorrei dunque soffermarmi su due strutture particolari, entrambe ubicate nell’Alto Egitto, in territorio nubiano, non lontane dall’attuale Sudan: il tempio di Abu Simbel e quello di File.

Ciò per almeno due buoni motivi, che vanno oltre la loro imponente bellezza. Conseguenze delle due dighe di Assuan Il primo motivo è che entrambi hanno subìto, nel corso del Novecento, uno spostamento dalla loro sede originaria, per scongiurare il rischio che fossero sommersi dalle acque del Nilo, a seguito di importanti interventi umani di natura idraulica.

Infatti durante il XIX secolo sono state realizzate sul fiume, presso Assuan, ben due – celeberrime – dighe: la cosiddetta Diga Vecchia, iniziata nel 1898 e soggetta a numerose modifiche successive, e la gigantesca Diga Alta (1960-1964), che ha portato alla creazione del bacino artificiale detto “Lago Nasser”. Il secondo motivo è che – come vedremo – la storia di entrambi questi templi egizi si mescola con la quella greco-romana che è da sempre al centro dei miei studi e interessi.

Ma andiamo con ordine. Abu Simbel, tra sabbia e acqua Abu Simbel, tempio grande Il grande tempio di Abu Simbel, scavato nella roccia nel XIII secolo a.C. per volontà del faraone Ramesse II, è celebre perché sulla sua fronte compaiono quattro statue colossali – alte circa 20 metri – che raffigurano il sovrano.

Così la dedicazione del luogo di culto al dio Amon-Ra è – per così dire – oscurata da tale ingombrante presenza: d’altronde i faraoni egizi si consideravano essi stessi figli di divinità o epifanie terrene di queste. Abu Simbel, tempio piccolo Lo stesso si può dire per il vicino, più piccolo, tempio consacrato alla dea Hator, alla quale però fa ombra la ripetuta raffigurazione della regina Nerertari, moglie di Ramesse, che proprio della dea della bellezza assume le affascinanti sembianze.

Incisione ottocentesca con il tempio di Abu Simbel parzialmente insabbiato Il complesso fu riscoperto nel 1813 dall’esploratore svizzero – grande orientalista –Johann Ludwig Burckhardt, ma solo alcuni anni dopo venne completamente riportato alla luce dalla sabbia del deserto: le incisioni ottocentesche, infatti, che lo mostrano ancora parzialmente insabbiato. In queste condizioni l’accesso al tempio era molto difficoltoso, per non dire impossibile; ma non per l’intrepido archeologo-antiquario-faccendiere etc. padovano Giovan Battista Belzoni – sì, sempre lui… – che fu il primo a riuscire a penetrarvi nel 1817 e vedere le meravigliose sculture e decorazioni che ancora contiene: tra queste, a mio avviso, spiccano le raffigurazioni parietali di Ramesse intento a combattere contro gli Hittiti a Qadesh (1274 a.C. ca).

I colossi di Abu Simbel durante i lavori di trasferimento del 1965 (da Wikipedia) Come già anticipavo il sito, già liberato dalla sabbia, venne poi minacciato dall’acqua del Nilo: infatti la costruzione della Diga Alta di Assuan avrebbe sommerso i templi sotto le acque del lago Nasser. Pertanto tra il 1964 e il 1968, grazie a un grande progetto internazionale promosso dall’UNESCO, i due templi di Abu Simbel sono stati smontati in enormi blocchi e ricostruiti a circa 200 metri dall’ubicazione originaria ma su una collina artificiale – fatta di acciaio e cemento rivestiti di pietra – più elevata di 64 metri.

Oggi, dunque, Ramesse e la moglie Nefertari (una delle tante, in verità, ma di sicuro la favorita…) possono godersi il panorama del lago in tutta sicurezza, e l’unico rischio è quello di essere sommersi dalle migliaia di turisti che qui arrivano dopo oltre tre ore di viaggio in pullman attraverso il deserto. Le fotografie da me scattate credo che mostrino questo affollamento con evidente chiarezza… Presenze “epigrafiche” greche in Nubia Chi mi legge, ora, potrebbe però legittimamente chiedersi dove sia il legame – prima evocato – di questo monumento con la storia greca o romana.

Per capirlo, basta avvicinarsi alle statue del faraone e scoprire che – mescolate con incisioni di visitatori d’ogni tempo – ce ne sono alcune in caratteri greci. Varie iscrizioni sulle gambe di Ramesse II In particolare, sulla gamba di una delle statue colossali compare un’iscrizione di cinque linee che menziona i nomi di due mercenari greco-carii reclutati dal faraone Psammetico II (XXVI dinastia) per una spedizione contro le popolazioni nubiane (593-592 a.C.).

Ne riporto ora una traduzione offerta dall’epigrafista greco Stefano Struffolino in una recente riedizione del testo: Giunto il re Psammetico a Elefantina, queste cose scrissero / coloro che navigavano con Psammetico, il figlio di Theokles, / e arrivarono oltre Kerkis, fin dove il fiume si poteva / risalire:

Potasimto conduceva gli stranieri, mentre Amasi gli Egiziani. / Ci ha scritto Archon, figlio di Amoibichos, e Peleqos, il figlio di Eudamos. (S. Struffolino, Iscrizioni dei mercenari greci di Abu Simbel, in «Axon», 2, 1, 2018, pp. 7-17).

La nostra rivista sarebbe sede inadeguata per affrontare tutte le complesse problematiche che questa iscrizione pone. Però è indubbio che Archon e Peleqos (insieme ad altri greci dei quali leggiamo i nomi) sono la dimostrazione vivente (per modo di dire…) di quanto Erodoto – la guida spirituale del mio viaggio – ci racconta in merito ai faraoni della XXVI dinastia (672-525 a.C. ca.), che lo storico considerava amanti della cultura greca e sempre alla ricerca di contatti con il mondo ellenico.

Costoro infatti, dopo avere liberato l’Egitto dalla tirannide assira, trovarono nei Greci degli interlocutori privilegiati – nei rapporti politici, commerciali e finanche militari – prima che il popolo egizio dovesse subire una nuova e lunga dominazione, quella dell’impero persiano. È forse possibile che i nostri mercenari abbiano anche trasmesso agli Egizi nozioni e tattiche belliche a loro sconosciute; di sicuro con i loro graffiti – un po’ vanagloriosa esibizione di un “io sono qui” (Instagram e Facebook non li avevano ancora inventati…) – dimostrano come l’Egitto dell’epoca faraonica cosiddetta “saitica” (in quel tempo la capitale era infatti Sais, nel Delta) non fosse una realtà isolata dal restante contesto mediterraneo, se è vero che Greci (ma anche Fenici) si sono spinti fino qui, verso il cuore dell’Africa.

Ho osservato con emozione queste scritte, con un commosso pensiero alla memoria della professoressa Ida Calabi Limentani, che nei primi anni Ottanta le fece conoscere (e studiare a fondo!) a chi – come me – frequentava alla Statale di Milano il suo corso di Storia Greca dal titolo I rapporti tra i Greci e l’Egitto. Furono le sue lezioni, dottissime, densissime e assai “moderne” per qui tempi, che mi fecero capire davvero per la prima volta come il mondo greco (anche quello arcaico, non solo quello ellenistico) e quello egizio non fossero due capitoli diversi di un manuale, bensì due realtà assai più connesse – storicamente, culturalmente e antropologicamente – di quanto la mia ingenuità di allora potesse pensare.

Ma prima di allora – lo confesso – la mia conoscenza di Erodoto era piuttosto limitata! Il tempio di File, tra religione e politica Il tempio di Iside a File, ingresso Il tempio di File, dedicato alla dea Iside, si trovava originariamente (e ovviamente…) sull’isola di File, lungo il Nilo, ed era uno degli ultimi grandi centri del culto dell’antica religione egizia; in realtà dobbiamo parlare di un complesso di edifici, la cui erezione è iniziata durante la XXVI dinastia, per proseguire in età tolemaica e – soprattutto – in epoca romana.

Abbiamo infatti, oltre al tempio isiaco, costruzioni di età imperiale (tempio di Augusto, padiglione di Traiano, porta di Adriano e Marco Aurelio) che sono testimonianza della fortuna del culto di Iside in quell’epoca: d’altronde ben lo sanno i lettori delle Metamorfosi di Apuleio. Infatti, soprattutto quando i valori tradizionali della classicità iniziarono a essere messi in discussione provocando una diffusa inquietudine, Iside, la dea che vince la morte riportando alla vita il marito Osiride e generando il dio falco Horus, veniva spesso invocata anche da Greci e Romani (anche se questa distinzione, forse, non ha più senso:

Paul Veyne parlava di «impero greco-romano») a protezione sia della vita terrena sia di quella nell’Aldilà. File, il colonnato del tempio di Iside Ed è proprio a File che alla fine dell’Ottocento è stata trovata una stele trilingue (in greco, latino, lingua egizia scritta in geroglifico) che menziona le imprese di Cornelio Gallo, grande poeta d’amore e primo prefetto incaricato da Augusto di governare a suo nome l’Egitto, orfano di Cleopatra avvelenata dai serpenti.

Gallo, del quale proprio nel sud dell’Egitto (a Qaṣr Ibrîm) è stato trovato nel 1978 un rarissimo papiro con alcuni suoi versi, morì nel 26 a.C. in circostanze misteriose e non manca chi pensa che proprio certi suoi eccessi (possiamo dire “faraonici”?) nella gestione del potere abbiano indispettito l’imperatore, forse fino a indurre il prefetto a un suicidio “obbligato”. L’ultimo geroglifico egizio A proposito di iscrizioni: sulle pareti tempio di Iside si trova inciso l’ultimo geroglifico egizio da noi conosciuto, databile addirittura al 394 d.C.

Si tratta di una preghiera al dio nubiano Mandulis, figlio di Horus, a dimostrazione che l’editto di Teodosio del 380 d.C. che vietava i culti non cristiani era in certe parti dell’impero largamente disatteso. Cristiani e musulmani, però, si vendicarono con gli interessi nei secoli successivi, scalpellando numerose immagini di divinità egizie effigiate in questo tempio.

Da un’isola all’altra del Nilo Ma torniamo ai nostri edifici, che erano noti a viaggiatori e studiosi europei a partire dal XVIII secolo, e che subirono gravi danni dopo la costruzione della prima diga di Assuan all’inizio del Novecento, che ne causò frequenti inondazioni. Con la realizzazione della seconda diga, il complesso rischiava di essere completamente sommerso e così accadde qualcosa di simile a quanto avvenuto ad Abu Simbel: tra il 1972 e il 1980, infatti, grazie a un intervento internazionale coordinato dall’UNESCO, i monumenti furono smontati blocco per blocco e ricostruiti sull’isola vicina di Agilkia, più elevata e sicura.

Oggi ci si arriva con delle piccole imbarcazioni, che avvicinano i visitatori progressivamente all’area sacra attraverso le acque (nel mio caso placide) del fiume: per me File è stato il congedo dall’Egitto archeologico, ed è stato un congedo davvero molto suggestivo. A bordo di quel modesto natante, come pure di navi di maggiore dimensione, si ha davvero la coscienza di cosa intendesse Erodoto quando diceva che l’Egitto era un «dono del Nilo»; infatti, vedendo a poca distanza dal verde delle sue rive le rocciose montagne circostanti e le aride distese del deserto, ci rendiamo conto con i nostri occhi che senza questo fiume la millenaria e prospera civiltà egizia – detta appunto “idraulica” – non sarebbe mai sorta.

Un tempio egizio a Torino Vorrei chiudere con una nota non del tutto pertinente al mio viaggio, ma credo di un certo interesse, ricordando come in queste operazioni di salvaguardia dei monumenti egizi anche l’Italia abbia fatto la sua parte. Testimonianza di ciò è la donazione nel 1966, da parte del governo egiziano, al Museo Egizio di Torino del tempietto rupestre di Ellesija, fatto realizzare da Thutmose III intorno al 1450 a.C.: è stato anch’esso smontato – come quelli che abbiamo visto – per evitare finisse nel lago Nasser, ma rimontato solo in quel di Torino.

Inutile ricordare l’importanza di questa straordinaria e antica istituzione museale italiana (formalmente aperta nel 1824), uno dei “poli culturali” di eccellenza del nostro Paese, al quale Christian Greco – che lo dirige dal 2014 – ha dato un ulteriore impulso. Tra l’altro Greco è pure membro del Comitato scientifico del nuovissimo GEM di Giza, museo del quale ho parlato nel mio scorso articolo: con questa menzione, dunque, il cerchio si chiude e posso terminare anche questa mia seconda “chiacchierata” egizia con i lettori de «La ricerca».

P.S. Le fotografie (ad eccezione di quella del 1965) sono opera dell’Autore. L'articolo Spostare gli antichi templi egizi proviene da La ricerca.

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