Politica
Reza Rashidy: “L’Iran è a un drammatico bivio tra implosione e transizione”
Il testo che segue è un riassunto dell'articolo Reza Rashidy: “L’Iran è a un drammatico bivio tra implosione e transizione” generato dall'AI. L'AI può commettere errori: ogni informazione va verificata attentamente.
Intervista con l’intelletuale e scrittore iraniano residente in Italia Reza Rashidy è una fra le voci più lucide e scomode della diaspora iraniana in Italia. Attivista per i diritti umani in esilio da oltre cinquant’anni, cittadino veneziano da decenni, è un osservatore privilegiato delle dinamiche politiche e sociali della Repubblica islamica: dalle carceri alle piazze, dalle famiglie spezzate a una società che da tempo ha smesso di credere alla retorica del regime.
L’intervista si colloca in un momento cruciale. Il Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite ha infatti programmato per venerdì una sessione speciale di emergenza per discutere la situazione in Iran, alla luce delle “violenze allarmanti” esercitate contro i manifestanti e della repressione crescente da parte del regime.
Un’iniziativa sostenuta da diversi Paesi europei che segna un cambio di passo diplomatico, ma che solleva anche interrogativi profondi sui criteri selettivi con cui la comunità internazionale decide quando indignarsi e quando tacere. A partire da questa notizia, Rashidi offre un’analisi spietata e strutturale: non solo sulle proteste e sulla repressione, ma sulle radici di quarantacinque anni di fallimenti politici, sull’illusione riformista, sull’implosione economica e sul destino di una generazione che non chiede più riforme, ma la fine del sistema.
Una conversazione che, inevitabilmente, chiama in causa anche altri scenari – da Gaza al diritto internazionale – mettendo a nudo i doppi standard dell’Occidente. In un recente articolo su Strisciarossa (leggi qui) ho scritto che oggi gli iraniani chiedono un altro Paese, non semplicemente uno scià al posto degli ayatollah.
Eppure, nelle piazze si sentono slogan a favore di Reza Pahlavi. Come lo spiega?
Il fatto che migliaia di persone abbiano invocato il ritorno della monarchia è collegato allo scontro frontale tra due discorsi che costituiscono due realtà, ma due realtà contrapposte e costruite: quella del regime che insiste che i manifestanti sono agenti istruiti da americani e israeliani; quella dei manifestanti che reagiscono con l’ossimoro del portare bandiere israeliane e dell’invocare l’intervento straniero che fino ad ora nella cultura persiana è sempre stato un tabù invalicabile. Questa reattività non significa che tutti gli iraniani auspichino un ritorno al passato, ma il futuro dell’assetto istituzionale del paese verrà deciso da un referendum (come centinaia di volte è stato affermato anche dallo stesso erede al trono) quando la rabbia e il dolore avranno lasciato il posto alla ragione.
Se guardiamo ai 47 anni della Repubblica islamica, il popolo iraniano ha tentato ogni strada possibile: riforme dall’interno, elezioni, il voto al “meno peggio”. Otto anni di Mohammad Khatami, che alla fine ha ammesso il fallimento del riformismo, riconoscendo di essere stato privo di potere reale sotto la guida del leader supremo, Ali Khamenei.
Poi altri tentativi di governi presentati come giovani o rinnovatori, tutti falliti. Ogni tre o quattro anni la gente è scesa in piazza e ha ricevuto pallottole in risposta.
Migliaia di morti, decine di migliaia di arresti, persone accecate, famiglie spezzate. Nella memoria dei giovani di oggi resta un’immagine semplificata del passato: non hanno vissuto l’epoca dello scià, ma hanno sentito raccontare che allora l’elettricità non saltava, l’acqua c’era, i telefoni funzionavano, l’aria era respirabile.
L’unico nome dell’opposizione che conoscono è quello dello scià. Questo non significa che siano monarchici: significa che manca un’alternativa politica riconoscibile.
C’è poi un dato culturale: l’Iran ha alle spalle oltre 2.500 anni di monarchia. È un riferimento inciso nella memoria collettiva.
Un po’ come quando in Italia qualcuno riduce il fascismo al mito dei “treni in orario”. Si ricordano solo le cose che sembravano funzionare, non la repressione, la tortura, i prigionieri politici.
Reza Pahlavi però rappresenta interessi che non coincidono con quelli del popolo iraniano: dal petrolio agli Accordi di Abramo. Inoltre, non conosce il Paese, non ci vive da quando era ragazzo.
È vero. Ma è anche vero che la politica estera della Repubblica islamica – non a favore dei palestinesi, ma di Hamas, Hezbollah e dei proxy regionali – ha esasperato gli iraniani.
Vedono i terremotati di Kermanshah ancora nelle tende, mentre l’Iran ricostruisce in Libano. Questo genera rabbia.
Con questo non voglio dire che sono antipalestinesi per natura, ma sentono che le risorse del Paese vengono usate altrove. In questo contesto, qualcuno arriva a pensare che lo scià possa essere l’unico modo per uscire dal regime, perché avrebbe l’appoggio di Stati Uniti e Israele.
È una reazione disperata, non un progetto politico consapevole. E si dimentica che sotto lo scià non c’erano solo luce e acqua, ma anche repressione e torture.
Io ho combattuto i Pahlavi. Sono esule da 57 anni, esule di due regimi.
La monarchia non è una soluzione. L’Iran di oggi è un mosaico di etnie, culture, identità.
Un progetto accentrato e autoritario è fuori dal tempo e pericoloso. Se la monarchia non è un’alternativa, quale scenario vede possibile?
Le manifestazioni di piazza, da sole, non possono abbattere questo regime. Il cambiamento può arrivare solo da un’implosione interna.
Il sistema è attraversato da molte fazioni. Una parte fondamentale è quella tecnocratica legata ai Pasdaran, che controlla tra il 50 e il 60% dell’economia: industrie, infrastrutture, milioni di lavoratori.
Questa nuova élite non ha alcun interesse per la sharia. Sta capendo che l’ideologia messianica di Khamenei sta portando il Paese – e i loro stessi privilegi – verso il collasso.
Una rivoluzione dal basso metterebbe tutto in discussione. Per questo aspettano, ma non all’infinito.
E l’Occidente? Anche l’Occidente sembra guardare a una soluzione interna controllata: non un cambio di regime, ma un cambio dei vertici.
Circola con insistenza il nome di Hassan Rouhani, l’unico leader che ha dialogato con l’Occidente e firmato l’accordo sul nucleare. Questo potrebbe portare a concessioni minime: liberazione di prigionieri politici, un margine di libertà di stampa, un corridoio – breve e fragile – verso maggiori spazi democratici.
La crisi economica sembra il motore principale delle proteste. Mandatory Credit:
Photo by Social Media/ZUMA Press Wire/Shutterstock (16295299h) Iranian protesters demonstrate in Tehran, Iran. The nationwide protests started in late December at Tehran’s Grand Bazaar in response to worsening economic conditions.
They then spread to universities and other cities, with the slogans evolving from economic grievances to political and anti-government demands. Protests Against The Regime In Iran, Tehran – 10 Jan 2026 Senza timidezza: sì, è la ragione fondamentale.
È partita dal bazar, dai commercianti, dagli operai. Quando i prezzi aumentano del 5–10% al giorno e la moneta crolla, la sopravvivenza materiale è in pericolo.
La classe media è precipitata sotto la soglia di povertà. Non si può più progettare il futuro, neanche di settimana in settimana.
I problemi economici dell’Iran non hanno soluzioni economiche, ma politiche: apertura all’estero, relazioni con l’Europa, fine dell’isolamento. Tutto questo è impossibile finché domina l’ideologia di Khamenei.
Qui parliamo di fame. Il Consiglio ONU per i Diritti Umani ha convocato una sessione d’emergenza sulle violenze in Iran.
Che segnale è? Intanto va detto che una repressione di questa portata non si era mai vista prima.
L’Iran sta attraversando i giorni più bui della sua storia millenaria. Un massacro di queste dimensioni non ha precedenti.
Le cifre ufficiali parlano di migliaia di morti, ma sono ampiamente sottostimate. Secondo fonti interne e reti della diaspora, la realtà è molto più grave: emergono nuovi obitori, intere aree urbane colpite, città devastate.
Si parla di migliaia di vittime: fonti giornalistiche esterne e medici locali parlano di oltre 16.000 morti di cui gran parte tra i manifestanti, e centinaia di migliaia di feriti e più di centomila arresti. Lo stesso ministro dell’Interno iraniano ha ammesso almeno 3.500 morti, includendo anche membri delle forze di sicurezza.
Ma si tratta solo dei casi ufficialmente identificati. In alcune città di medie dimensioni, con poche decine di migliaia di abitanti, le stime parlano di centinaia, se non migliaia di morti.
La rivolta ha coinvolto oltre cento città iraniane. Con il blackout informativo, il mondo smette di parlare dell’Iran, ma la repressione continua, anzi si intensifica: rastrellamenti, riconoscimento facciale, irruzioni notturne.
Non c’è famiglia che non abbia un morto o un arrestato. La sessione ONU è percepita come un segnale positivo, ma resta largamente inefficace.
Senza azioni concrete – come il richiamo coordinato degli ambasciatori europei – rischia di rimanere un gesto puramente simbolico. Non posso non notare un doppio standard:
Paesi europei che si mobilitano per l’Iran hanno taciuto per anni su Gaza. Sono d’accordo.
È il segno di una selezione politica dei diritti umani. E non solo l’Europa: i Paesi della regione – Turchia, Arabia Saudita, Emirati, Pakistan – non vogliono la caduta del regime iraniano.
Temono un Iran democratico, che sarebbe una spina nel fianco per tutta la regione, Israele compreso. Un Iran democratico, stabile, con risorse e peso storico, non conviene a nessuno.
Trump non vuole una democrazia, ma una dittatura obbediente. Per questo temo che si punti a cambiare i vertici, non il sistema.
È una constatazione amara: abbiamo speso una vita per i diritti umani, e oggi sembra che non li voglia nessuno. L'articolo Reza Rashidy:
“L’Iran è a un drammatico bivio tra implosione e transizione” proviene da Strisciarossa.