Politica
Dalla Striscia all’Iran: la “Dottrina Gaza” e la nuova occupazione del Libano
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Un boato. Una città che trema sotto il peso dei bombardamenti.
Case che scompaiono, scuole e ospedali ridotti in macerie, soccorritori che scavano tra le rovine. Non è un episodio isolato: è la Dottrina Gaza, il paradigma della guerra israeliana che ho descritto già nel 2024 su Affaritaliani, quando in Italia ero fra le pochissime voci che raccontavano quotidianamente lo sterminio in corso nella Striscia, per il quale da tempo si parla apertamente di genocidio.
Non è semplice guerra: è bombardamento indiscriminato, distruzione totale delle infrastrutture civili, a partire dagli ospedali, è pressione psicologica sulla popolazione, governance del caos come strumento di dominio. Negli stessi anni in cui l’Occidente adottava 19 pacchetti militari per la Russia e zero per Israele, si è sancito un pericoloso doppio standard globale: per alcuni Stati la guerra è tabù, per altri è pratica quotidiana.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: l’abominio è la nuova normalità. Libano: il laboratorio della “Dottrina Gaza” Plumes of smoke rise following reported explosions in Tehran, Iran on March 1, 2026, after Iran s supreme leader, Ayatollah Ali Khamenei, was killed a day earlier in a large U.S. and Israeli attack, prompting a new wave of retaliatory missile strikes from Iran.
Photo by Mahsa/Middle East Images/ABACAPRESS.COM Oggi, forte della certezza di essere impunibile, Israele applica la stessa dottrina ad altri Stati sovrani incapaci di difendersi, come il Libano. Non si tratta solo di guerra o occupazione: è disegno di terra, espansione, colonizzazione.
Due giorni fa le forze israeliane hanno annunciato piani per controllare militarmente il Sud del Libano fino al fiume Litani, definendolo “zona di sicurezza” contro Hezbollah. Sul campo, però, le operazioni parlano chiaro: espulsioni forzate, bombardamenti su infrastrutture civili, milioni di sfollati, più di 1,2 milioni di libanesi costretti alla fuga.
La nozione di “zona di sicurezza” diventa un mero eufemismo per il controllo territoriale permanente. La guerra, iniziata come escalation legata alla crisi con Iran, ha trasformato il Libano in laboratorio operativo della Dottrina Gaza, con città devastate e confini riformulati senza consenso.
Non sono solo bombe e bulldozer: sono milioni di dollari americani che, invisibili, sostengono la trasformazione del territorio libanese in un laboratorio di occupazione. Distruzione e morte seminata e sostenuta da fondi pubblici USA, con un numero di vittime civili spaventoso ovunque, in Libano come a Gaza e ora in Iran.
La responsabilità della diplomazia americana diventa politica ed etica. Il nuovo asse mediatore:
Pakistan, Turchia, Egitto Mentre le violenze si intensificano, nel teatro di guerra entra un ‘nuovo’ attore diplomatico: il Pakistan, unico Stato con armi nucleari in grado di mediare tra Washington e Teheran, si è proposto come centro di mediazione tra Stati Uniti e Iran – che nega ogni negoziato diretto – offrendo di ospitare colloqui e trasmettendo messaggi tra le parti, ruolo finora svolto anche da Turchia ed Egitto. Questa dinamica, tutt’altro che banale, nasce dal fatto che Islamabad mantiene relazioni istituzionali con entrambe le parti e non è percepita da Teheran come ostile.
L’offerta pachistana di ospitare un summit con la possibile partecipazione di alti funzionari statunitensi come il vicepresidente J.D. Vance segnala l’importanza della mediazione regionale, l’unico canale percorribile per evitare escalation irreversibili. La guerra con l’Iran: tra narrativa e realtà Nonostante le dichiarazioni ufficiali della Casa Bianca sulla continuazione dei colloqui, Teheran nega qualsiasi negoziato diretto con Washington, mentre i mediatori regionali affermano che i contatti, se ci sono, sono indiretti e facilitati da Paesi terzi come Pakistan, Turchia ed Egitto.
Trump appare confuso, e come tale viene dipinto da molti. Ma è solo la facciata: dietro, i veri registi – Witkoff, Kushner e le reti fiduciarie del potere – muovono fili invisibili, orchestrando guerre, negoziati e strategie globali come se nulla fosse lasciato al caso.
Il caos è la loro scenografia, e il presidente il volto pubblico di un disegno lucido e spietato. Le dichiarazioni contrastanti di Trump, che oscillano tra aperture diplomatiche e negazioni di contatto, hanno mosso borse e quotazioni finanziarie, lasciando più di qualcuno a sospettare che siano state calibrate ad hoc per favorire interessi economici selezionati.
Allo stesso tempo, gli attacchi incrociati tra Iran e Israele continuano, con bombardamenti e scambi missilistici che mostrano come la tensione sia tutt’altro che smorzata. Diplomazia fiduciaria In questo quadro di caos e dispersione, la diplomazia americana mostra un tratto chiaro: sempre più privatizzata e fiduciaria, affidata a figure personali di Donald Trump piuttosto che a processi multilaterali consolidati.
Steve Witkoff e Jared Kushner ne sono l’emblema, con mandati personali che li pongono al centro dei tavoli più sensibili: dal Medio Oriente alla guerra in Ucraina, fino alle trattative con l’Iran, comprese questioni nucleari e di de-escalation. Un episodio rivelatore: il 22 gennaio 2026, Witkoff e Kushner incontrano Vladimir Putin a Mosca, con accanto Josh Gruenbaum, commissario del Servizio Federale per gli Approvvigionamenti (FAS), presentato con un semplice “This is Josh.”.
Non è un dettaglio marginale: è la prova di una diplomazia che agisce come “cosa di famiglia”, modellando conflitti e interessi secondo logiche personali e fiduciari, spesso in linea con l’agenda israeliana più che con quella americana. Witkoff non è un caso isolato;
Kushner, con i suoi legami economici e politici nella regione, e figure come Gruenbaum, completano la rete. Il risultato è una diplomazia che consente a Israele margini quasi illimitati, sostenuti dal denaro dei contribuenti statunitensi.
Terra, impunità e la bussola dell’inganno A questo punto la domanda non è più se Israele stia cercando di espandersi, ma come e perché sia riuscito e stia continuando a farlo impunemente, trasformando spazi sovrani in zone di controllo permanente, dal Golan ai Territori occupati della Cisgiordania, dal Libano a Gaza. La bussola è nota: muoverai la guerra con l’inganno.
Ogni mossa militare e diplomatica segue questa stella polare invisibile. Gli Stati Uniti avrebbero potuto fermare tutto questo.
Hanno scelto di non farlo. Il servilismo, a tratti orwelliano, dei vertici europei – la cui bancarotta morale e incapacità politica è ormai sotto gli occhi di tutti – ha amplificato e continua ad amplificare l’impunità.
Ascoltare von der Leyen condannare la risposta legittima dell’Iran, ignorando completamente gli attacchi illegali di Usa e Israele, o esponenti del nostro governo che trasformano l’aggredito nell’aggressore e viceversa, lascia sconcertati e impone a ciascuno di noi uno sforzo cognitivo e psicologico enorme per non perdere la bussola. E mentre la diplomazia ufficiale parla di negoziati, sul terreno domina l’espansione, l’occupazione, l’inganno.
Col Libano Israele ha già infranto il confine oltre 7.500 volte; a Gaza, da ottobre 2025, lo ha fatto di media dieci volte al giorno, uccidendo oltre 700 persone, un terzo dei quali bambini. La Dottrina Gaza è diventata standard operativo: dalla legge alla bomba, dai negoziati agli esecutori, tutto si tiene.
Witkoff è la punta dell’iceberg, ma l’iceberg è la nuova geografia del potere. Chi oggi media, dall’ombra o con l’indice puntato, decide il destino dei popoli senza che il mondo se ne accorga.
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