Politica
Merz e il nuovo disordine europeo
Interpretato dai nostri media per lo più come una sorta di temporaneo bisticcio tra fidanzati, il discorso con cui Friedrich Merz ha aperto la conferenza sulla sicurezza di Monaco, e ha preso le distanze dal mondo trumpiano e da Giorgia Meloni, presenta invece una serie di aspetti importanti. Dal testo del cancelliere emerge come punto fondamentale la distanza “abissale” da quello che Merz ha chiamato il Kulturkampf in corso negli Stati Uniti.
Il termine è stato tradotto, da molte testate nostrane, come “cultura”, quando sarebbe più corretto renderne la forza originale: battaglia culturale, guerra tra culture. Dietro la sigla Maga, c’è uno scontro violento, una conflittualità aperta che la Germania ripudia.
In pericolo è la libertà di parola, che va dovunque difesa, insieme alla dignità umana, come peraltro afferma il Grundgesetz, la legge costituzionale tedesca. Sono parole di grande impatto, che, se prendono le distanze dall’ideologia dei sostenitori di Trump, spingono anche per un’Europa più indipendente dagli Stati Uniti, più forte e in grado di muoversi con maggiore libertà nell’ambito di una nuova partnership transatlantica.
Il messaggio è chiaro: la Germania e l’Unione non possono più fare affidamento sugli Stati Uniti, pur continuando a dipendere da loro. Con rinnovata chiarezza, il cancelliere ha accusato l’America di avere minore influenza politica globale di un tempo:
“La pretesa di leadership degli Stati Uniti è messa in discussione, forse smarrita”, ha detto quasi esitante alla sala gremita. È trascorso solo un anno da quando, dal medesimo palco, il vicepresidente statunitense, J.D. Vance, aveva inveito contro l’Europa sostenendo che “l’immigrazione di massa” e la condanna dei movimenti di estrema destra fossero più pericolosi della guerra in Ucraina.
Merz ha respinto l’ideologia dei sostenitori di Trump: “La guerra culturale condotta dal movimento Maga non è nostra”, ha dichiarato.
Facile immaginare che abbia ricevuto l’apprezzamento di una parte della delegazione statunitense recatasi a Monaco. Gli americani sono stati infatti rappresentati da un folto gruppo – dal governatore democratico della California, Gavin Newsom, alla stella politica della sinistra, Alexandria Ocasio-Cortez.
Entrambi sono stati invitati dal responsabile della Conferenza sulla sicurezza di Monaco, Wolfgang Ischinger, a partecipare a diversi panel, con lo scopo di riflettere sul progressivo logoramento delle relazioni transatlantiche. Nella riflessione di Merz, non sono mancate le note di allarme: la nuova fase in cui si trova il pianeta è gravida di pericoli:
“Abbiamo varcato la soglia di un’era che è di nuovo apertamente caratterizzata da politiche di potenza”, ha affermato il cancelliere. La Germania non starà a questo gioco – ha aggiunto –, riferendosi ripetutamente agli anni più bui della storia del Paese.
Un mondo in cui contano solo le politiche di potenza è un mondo in cui predominano forze distruttive. “Il nostro Paese ha già percorso fino alla fine questa strada amara e malvagia nel ventesimo secolo”, ha detto Merz.
Il cancelliere, nel suo discorso, ha ripetutamente sottolineato la necessità di un ordine internazionale universalmente rispettato, ricordando che, anche in virtù della stabilità di un tempo, gli Stati Uniti hanno raggiunto la loro forza attuale. Ha sostenuto che, per ottenere la stabilità, è necessario il riconoscimento di un fondamento giuridico, e che questo vale anche per la politica tedesca e per quella dell’Unione.
Le dichiarazioni di Merz sollevano interrogativi anche sotto un altro aspetto. Pur respingendo una visione politica che vede una grande potenza tedesca in Europa, egli ha continuato a ribadire che la Bundeswehr deve diventare l’esercito convenzionale più forte del continente.
Ha sottolineato, inoltre, che la Germania investirà, nei prossimi anni, “diverse centinaia di miliardi di euro” nella sicurezza, e ha criticato aspramente il ricorso ai dazi, che confligge con la fede tedesca nel libero scambio. Merz ha concluso che l’Europa deve liberarsi dalla dipendenza che si è autoinflitta nei confronti degli Stati Uniti.
Allo stesso tempo, la cancelleria tedesca ha sottolineato che una “nuova partnership transatlantica” (con un’Europa più forte) continuerà ad apportare valore aggiunto per entrambe le parti. Un’Europa più indipendente non significa necessariamente rinunciare alla Nato, ma “costruire un pilastro europeo forte e autosufficiente” – ha affermato Merz –, che ha anche ammesso pubblicamente, per la prima volta, di avere avviato colloqui con la Francia sulla realizzazione di un possibile ombrello nucleare europeo.
Egli ha anche sottolineato, tuttavia, che la Germania continuerà a rispettare l’impegno assunto, dopo la Seconda guerra mondiale, di non sviluppare o possedere armi nucleari. Il discorso di Merz ha avuto vasta eco nazionale e internazionale.
In Germania non sono mancate le critiche: da parte della Spd si è giudicato il suo intervento “intempestivo”, anche se alcuni aspetti ne sono stati apprezzati, la vicepresidente del gruppo parlamentare della Spd, Siemtje Möller, ha commentato che “la strategia di adulare e corteggiare il presidente degli Stati Uniti ha raggiunto il suo limite”. Secondo il “New York Times”, il discorso di Merz non è da leggersi come un “inno al vecchio ordine mondiale.
Piuttosto, è una duplice critica: agli Stati Uniti, per aver rotto con i valori transatlantici condivisi, e all’Europa per non aver fatto abbastanza per difendere la propria sicurezza e promuovere l’indipendenza economica dall’America”. È stato inoltre osservato che non solo le relazioni con gli Stati extraeuropei sono in fase di ridefinizione, ma anche quelle all’interno del continente stesso.
L’idea che l’Unione possa essere spinta avanti solo dal motore franco-tedesco è una tesi sempre meno condivisa. La Cdu-Csu (il partito di Merz) ha per qualche tempo preso in considerazione la cooperazione con l’Italia, ma ora le strade sembrano divergere, nel momento in cui Meloni sceglie una stretta osservanza trumpiana.
Certo, i rapporti con la Francia appaiono però sempre più complicati. Molti a Berlino considerano Macron un’anatra zoppa, e per due motivi: al presidente francese resta solo poco più di un anno di mandato, e, durante questo periodo, dovrà continuare a fare i conti con maggioranze parlamentari precarie.
A questo, si aggiunge l’incertezza del futuro: non è esclusa la possibilità che, nel 2027, vinca un esponente del Rassemblement national, con conseguenze imprevedibili per il ruolo della Francia in Europa. Al confronto, l’Italia è per ora (purtroppo) un modello di stabilità politica.
Ma permangono differenze importanti tra i governi dei due Paesi: mentre Merz vede l’alleato statunitense ormai forse irrimediabilmente perduto – e parla di un nuovo assetto delle relazioni transatlantiche –, per Meloni la strada da seguire è un’altra: rafforzare l’integrazione tra le due sponde dell’Atlantico e concentrarsi sugli elementi di convergenza. Si spiega così il “no” di Merz alla partecipazione al Board trumpiano, cui invece il governo Meloni – tra i pochissimi che partecipano – sarà presente.
Il discorso di Merz ripropone dunque, attualizzandola, la questione del destino dell’Europa, che appare congelata in una sorta di animazione sospesa, senza avanzamenti e senza risposte, mentre nel mondo si operano giochi di potere alla ricerca di nuovi equilibri. Si delinea un tema di fondo dell’attuale congiuntura: non solo l’Occidente non sembra più così unito, ma è anche sempre più diviso dal resto del mondo.
Si rafforza l’impressione, di cui già parlammo a suo tempo (vedi qui), di trovarci in una situazione caratterizzata da una “transizione egemonica”. Una prospettiva per nulla rassicurante, che getta una luce sinistra sui conflitti del nostro presente e sul moltiplicarsi delle divisioni.
Notava Giovanni Arrighi che le transizioni egemoniche, nel capitalismo storico, si sono sempre determinate attraverso il “completo e apparentemente irrimediabile collasso dell’organizzazione del sistema”, nonché attraverso una concatenazione di conflitti. Questo l’orizzonte su cui si moltiplicano le posizioni divergenti in Europa.
L’idea guida degli ultimi anni, da Draghi in poi, che si dovesse “accelerare il processo di integrazione”, procedendo oltre il principio di unanimità, e andando verso decisioni prese a maggioranza qualificata, pare segnare il passo, mentre si ridefiniscono sempre più nettamente interessi nazionali e contrattazioni spicciole, come avvenuto sulla questione dei dazi. Ben lontani dall’ottica di un “federalismo pragmatico”, che vada ad affiancare il “federalismo ideale”, ognuno vorrebbe rifondare l’Unione a modo suo.
E c’è il rischio che la rifondazione dell’Unione, con troppi contendenti e prime donne in lizza, finisca per diventare l’anticamera della sua dissoluzione. L'articolo Merz e il nuovo disordine europeo proviene da Terzogiornale.