Politica
L’arco di trionfo di Trump, un gigantismo che richiama Hitler e le dure lezioni del passato
Trump è visibilmente uno di quegli uomini per cui “le misure contano”. La sua idea architettonica è una proiezione del suo complesso machista.
Tutto deve essere molto grande. Con la guerra promette si faranno una montagna di soldi, se deve costruire una sala da ballo deve avere le dimensioni di uno stadio e un Arco di Trionfo deve essere alto 75 metri.
Lui con l’architettura deve avere un conto in sospeso. Costruisce un albergo a New York?
E allora deve avere le dimensioni della Trump Tower (se porta il suo nome non può mica esser piccola), si fa una casa in Florida per svernare? E allora deve avere le dimensioni non di una villa ma di un residence come quello di Mar a Lago.
Quando ha deciso di buttare giù l’ala Est della Casa Bianca ha commissionato il progetto ad un architetto ma quando l’ha visto l’ha rifiutato: era troppo piccola. Così una parte dello storico palazzo presidenziale (che effettivamente per dimensioni non può competere col Quirinale o col Cremlino e neppure con Buckingham Palace o con l’Eliseo) viene buttata giù e sostituita con una ballroom di 9.000 metri quadrati, le cui dimensioni oscurano quella della storica West Wing, l’ala “politica” e presidenziale dell’edificio.
E la commissione per le belle arti che approva il progetto (praticamente senza neppure averlo visto) è composta da un gruppetto di amici e tifosi nominati da lui stesso e da neppure un architetto paesaggista. Trump mostra il modellino del suo arco di trionfo Un’opera che mostra la sua goffa bruttezza Stavolta però, con l’idea dell’arco di trionfo (di cui la stessa commissione per le belle arti ha mostrato e diffuso una sorta di rendering) Trump si sta superando: l’opera appare in tutta la sua goffa bruttezza piantata davanti al fiume Potomac e vedrete che se davvero dovesse esser costruito – speriamo di no – finirebbe per mettergli il proprio nome come sta facendo un po’ ovunque con edifici pubblici importanti, cominciando dall’ex Kennedy Centre (ma JFK non se lo era intitolato in vita).
Tra tutte le simbologie e i “monumenti” è andato a scegliere proprio quello che non ha mai avuto un valore civile, ma che appare solo come il simbolo di una vittoria militare. Gli archi di trionfo li hanno inventati i romani:
Roma ne è piena e sono disseminati da un punto all’altro dell’immenso impero (dalla Francia all’Algeria alla Spagna). Erano luoghi di celebrazione e se volete anche di racconto.
Coperti di bassorilievi erano il modo di testimoniare nel tempo una impresa militare, un po’ come le colonne. Paradossalmente erano dei “film” di propaganda scolpiti su travertino sotto i quali venivano fatte sfilare le legioni, i generali, il bottino di guerra, i prigionieri.
A Roma c’è ancora il tracciato della via Trionfale che è anche l’unica strada della città in cui i numeri civici indicano la distanza dal Campidoglio proprio perché era il cammino delle truppe vincitrici (per esser precisi di una loro rappresentanza, perché Roma non faceva entrare le legioni in città). I simboli contano molto e il tentativo di Trump di rimodellare l’immagine urbana di Washington è l’altra faccia della medaglia dell’attacco portato dal presidente all’architettura del moderno, nella sua specificità americana del “brutalismo”.
Trump odia l’architettura moderna e ha una idea dell’architettura classica basata sui film “peplum” (molti dei quali, a cominciare da Ben Hur furono per altro girati a Cinecittà) e al massimo dal classicismo americano dei luoghi istituzionali come il Campidoglio. Dei tanti archi di cui è disseminata l’Europa il più famoso è probabilmente il parigino Arche de Trìomphe voluto da Napoleone per celebrare la vittoria di Austerlitz.
Poi ci furono quelli in Russia ma anche a Londra per celebrare le vittorie antinapoleoniche. Forse l’ultimo grande arco è quello della Defence voluto da Mitterrand all’interno del moderno quartiere direzionale di Parigi.
Non è un Arco in senso tradizionale ma un immenso edificio cubico svuotato all’interno e intitolato alla Fraternité, ovvero alla terza parola chiave della rivoluzione francese. È un edificio sorprendente perché è insieme un luogo vissuto ma indubbiamente ha l’impatto iconico di un monumento.
È frutto di un grande concorso architettonico internazionale e non delle manie di grandezza di un presidente, che certo non aveva una bassa considerazione di sé, ma dell’idea di uno sviluppo moderno della capitale francese in coerenza con la città storica, anzi in allineamento con essa lungo un asse non solo ideale ma anche visivo che collega i luoghi maggiori della città. Che il progetto sia riuscito o meno è questione dibattuta ma era un progetto, non un capriccio.
Il progetto di arco di trionfo disegnato da Hitler I resti di quello che doveva essere l’arco di trionfo hitleriano Quando Hitler pensò a un arco gigante e impossibile Questo Arco di Trump celebra non si sa cosa, non si sa neppure chi abbia firmato il progetto o se le immagini diffuse non siano che una specie di “sogno” del presidente che nella sua testa ha chiuso sette guerre e ne ha vinte almeno un paio, senza che nessuna guerra sia finita e che invece altre se ne siano aggiunte all’elenco con morti e distruzione. Non ci resta che sperare che il suo Arco faccia la fine di quello progettato personalmente da Adolf Hitler per la città che avrebbe dovuto sostituire l’odiata e cosmopolita Berlino per una nuova capitale chiamata Germania.
Il Fuhrer ne aveva fatto degli schizzi e Albert Speer ne disegnò il progetto: doveva collocarsi alla conclusione di un gigantesco viale largo 120 metri e lungo 7 chilometri ai due capi del quale erano previste una Grosse Halle (una gigantesca sala per adunate con decine forse centinaia di migliaia di posti) e questo Arco di trionfo grande più del doppio di quello di Napoleone a Parigi. Il progetto era talmente gigantesco (ed Albert Speer era un architetto, nazista ma pur sempre un architetto) che nacquero dei dubbi sulla sua realizzabilità.
Per fugarli venne realizzata una colonna di cemento di 14 metri di altezza e 21 di diametro per un peso complessivo di 12.650 tonnellate. Per la sua realizzazione furono usati dei “lavoratori forzati” francesi, degli schiavi, insomma.
Sprofondò nel suolo di venti centimetri in soli tre anni. E il progetto venne abbandonato.
Poi ci pensò la guerra a buttarlo nel libro dei sogni, anzi degli incubi. Oggi a Berlino nel quartiere semiperiferico di Templehoff resta ancora traccia di questo manufatto che porta il nome per nulla poetico (e quasi impronunciabile) di Schwerbelastungskörper, letteralmente “corpo che sopporta un grande carico”.
Ciò che rimane – come una reliquia ammonitrice – è la struttura portante di dodicimila tonnellate che oggi viene visitata dai turisti. Ovviamente il paragone tra Hitler e Trump è sbagliato e improponibile.
Per fortuna. Almeno per ora.
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