Cultura
Quando il mondo cambia orbita... e noi restiamo indietro
Il nuovo album di Caparezza sembra scritto apposta per me, per chi oggi ha cinquant’anni e si guarda intorno con una sensazione difficile da nominare. Si intitola Orbit Orbit ed è molto più di un disco musicale: è una riflessione lucida sul momento storico che stiamo attraversando e sull’età in cui ci troviamo a viverlo.
Caparezza non parla tanto dell’invecchiare in senso biologico, parla piuttosto di una forma nuova di vecchiaia, che non ha a che fare con il corpo, ma con lo scarto improvviso tra noi e il mondo. In una delle canzoni dice:
“Sono vecchio come la musica elettronica”. È una frase che colpisce perché ribalta l’idea stessa di vecchio: qualcosa che era avanguardia è già diventato archeologia.
E noi con lei. Il mondo corre A cinquant’anni ti accorgi che alcune cose non ti funzionano più.
Non perché tu non sia capace di usarle, ma perché i valori, i riferimenti culturali, persino le categorie morali con cui sei cresciuto sembrano essere andati in pensione prima di te. Il mondo corre a una velocità che non riconosci, e improvvisamente ti scopri a fare la fatica che facevano i nostri nonni due generazioni fa (ma loro avevano ottant’anni, non cinquanta).
Orbit Orbit racconta proprio questo spaesamento, la sensazione di non capire più il mondo, non perché tu sia diventato conservatore, ma perché il mondo ha cambiato lingua senza concederti un corso accelerato. Ti ritrovi a difendere valori che non hanno più cittadinanza, a cercare un senso comune che sembra dissolto, e piano piano ti ritiri.
Non per stanchezza, ma per disorientamento. Caparezza e l’adultità C’è poi un altro tema potente nell’album: la difficoltà dell’adultità.
Noi non ci siamo entrati gradualmente, ci siamo piombati dentro, come se non avessimo avuto il tempo di prepararci. Eppure, il tempo c’era, solo che eravamo distratti, eternamente distratti, a cercare un posto nel mondo.
Perché è questa la beffa più grande: siamo una specie che cerca ostinatamente un senso dentro un cosmo che senso non ha. Orbit Orbit non offre risposte, né vie d’uscita, ma fa qualcosa di più raro: dà parole a una condizione condivisa.
Ascoltarlo oggi significa riconoscersi. Capire che non siamo soli in questo sentirci “vecchi” non per età, ma per attrito.
Non perché siamo finiti, ma perché il mondo ha cambiato orbita. E noi, restiamo sospesi.
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