Politica
Sei ore che volano come 6 minuti, il dramma di Tortora nella grande serie di Bellocchio
Non si sa più cosa dire su Marco Bellocchio. A novembre farà 87 anni.
E continua a realizzare opere di smagliante bellezza e, soprattutto, complesse e faticose sotto tutti i punti di vista. Scrivere, girare e montare una serie di sei ore non è come fare un film di un’ora e mezza.
Significa avere una padronanza della scrittura, del set e della costruzione narrativa che ha qualcosa di soprannaturale. Ovviamente Bellocchio ha dei complici magnifici.
Nel caso di Portobello, appena partita sulla piattaforma streaming HBO Max, la sceneggiatura vede in campo Stefano Bises, Giordana Mari e Peppe Fiore; e il primo, Bises, andrebbe studiato a parte perché ha collaborato ai copioni (è sempre un lavoro di squadra) di Esterno notte dello stesso Bellocchio, di molte puntate di Gomorra, di The New Pope di Sorrentino e di M – Il figlio del secolo, la fiction su Mussolini. Bises è l’esempio di come si sia sviluppata in Italia un’arte “del racconto lungo” per immagini che ci sta mettendo sulla mappa molto variegata (mica esistono solo gli americani!) della serialità mondiale.
Va sottolineato il lavoro pazzesco di Maurilio Mangano, direttore del casting, che ha permesso a Bellocchio di mettere insieme una squadra di attori (decine e decine) di livello astrale, a cominciare ovviamente da Fabrizio Gifuni e Lino Musella – ma l’elenco sarebbe infinito. In fase di ripresa non si finirà mai di lodare la fotografia di Francesco Di Giacomo e le scenografie di Andrea Castorina.
Il montaggio è come sempre di Francesca Calvelli, che oltre a essere per Bellocchio una preziosa compagna di vita è una montatrice formidabile, che segue le riprese, monta il materiale man mano che il marito gira e ha sempre un’idea globale della storia da costruire che permette a Portobello, così come a Esterno notte su Moro, di essere un racconto coerente, di avere delle “rime” interne che rimandano da una puntata all’altra. Facciamo un esempio.
È molto probabile che chi ci legge abbia visto solo la prima puntata, che termina con l’ingresso in scena di un oggetto cruciale. Durante un arresto provocato dall’ondata di “pentimenti” in seno alla NCO, la Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo, viene prelevato dai poliziotti un camorrista di secondo piano, tale Giuseppe Puca; in casa sua viene sequestrata e inserita fra le prove un’agendina dove compare il nome “Enzo Tortora”; tale agendina viene poi mostrata (nel montaggio della puntata, subito dopo) a Giovanni Pandico, altro camorrista, sedicente “segretario particolare” di Cutolo in realtà ampiamente liquidato dal boss che di lui si è sostanzialmente vendicato.
Pandico vede quel nome e dice: “C’è pure isso”.
E il magistrato che lo sta interrogando dice: “Ah, c’è pure ‘o pappagallo!”.
A Pandico, che da Tortora è ossessionato, non pare vero di poterlo incastrare. La puntata finisce così.
Quell’agendina tornerà. Sarà protagonista di altre scene.
Ovviamente non vi sveliamo nulla, vi lasciamo al piacere della sorpresa. Ma ovviamente si capirà, a tempo debito, perché quel nome (“Enzo Tortora”?
Ne siamo sicuri?) sta su quell’agenda. E in un’altra scena che lascia trasparire tutta la sua follia, Pandico spiegherà anche il numero che sta accanto al nome, e che non coincide con alcun numero di telefono del popolare presentatore… Sei ore come sei minuti A questo punto, però, si impone una riflessione.
E una confessione. Noi cronisti abbiamo avuto modo di vedere la serie nella sua interezza.
Sei ore che passano come sei minuti (i cinema sono pieni di film lunghi tre ore che passano come tre giorni). HBO Max ha scelto una strategia all’antica: le puntate vengono messe a disposizione del pubblico con cadenza settimanale.
Servirà quindi un mese e mezzo per vedere tutto (una messa in onda “normale” sulla Rai avverrà solo fra qualche mese). HBO Max ha fatto i suoi conti: è una piattaforma appena arrivata sul mercato italiano (è di proprietà della Warner Bros.) e Portobello è la sua testa di ponte.
Scandendo le puntate con questo ritmo punta ad avere abbonamenti “lunghi”, evitando il “mordi e fuggi” di chi magari si abbonerebbe per vedere Portobello e poi disdirebbe – si fa per dire – sei ore dopo. Insomma, è marketing.
Leggiamo sui social la perplessità, e a volte la rabbia, di molti utenti: siamo ormai abituati al binge watching (la visione immediata, in full immersion, di serie anche molto lunghe) e aspettare ci sembra qualcosa di insensato, quasi un’offesa. E pensare che i più vecchietti fra noi sono cresciuti con “sceneggiati” che andavano in onda sulla Rai la domenica sera, una puntata alla volta, dai Promessi sposi a Sandokan!
Questo “conflitto”, chiamiamolo così senza drammatizzare, fra i nostri desideri e la scelta di HBO Max ci dice qualcosa su ciò che siamo diventati da quando le piattaforme tv si sono impossessate delle nostre vite. Al tempo stesso non possiamo negare che Portobello è un’esperienza immersiva, e che noi stessi l’abbiamo vissuta come un film di sei ore, e che film!
Però – e in questo contraddiciamo noi stessi – all’interno di questo “film” la scansione in puntate è fondamentale, perché Bellocchio e Calvelli hanno ormai un senso del ritmo micidiale: ogni puntata si chiude su un cliffhanger clamoroso (ovvero su un gancio narrativo che ti fa venir voglia di andare avanti), la stessa tecnica con cui i romanzi best-seller o i gialli più accattivanti ti spingono a girare pagina per vedere che succede. Insomma, è un problema irrisolvibile: sarebbe bello vedere Portobello senza interruzioni ma HBO Max ha deciso così.
Una soluzione è attendere un mese e mezzo quando le sei puntate saranno tutte a disposizione, ma capiamo che è come consigliare a un viandante assetato di fermarsi al limitare dell’oasi e attendere un mese per bere. C’è un altro fattore, che crediamo sia casuale:
Portobello esce in piena campagna referendaria. Non era previsto: la serie è pronta da settembre 2025, quando ha avuto un’anteprima alla Mostra di Venezia – solo le prime due puntate.
HBO Max ha fatto i suoi calcoli, presumiamo, senza tener presente le scadenze della politica italiana. In realtà Laura Carafoli, della HBO, ha dichiarato:
“La piattaforma è stata lanciata il 13 gennaio e ovviamente questo è il primo prodotto italiano che volevamo lanciare in un momento di grandi investimenti, perché ci sono anche le Olimpiadi in questi giorni. Ma poi abbiamo scoperto che proprio il 20 febbraio del 1987 Enzo Tortora tornava in scena sulla Rai e diceva la famosissima frase ‘dove eravamo rimasti’.
Ci sembrava un bellissimo modo per omaggiare questa storia drammatica e straordinaria”. Comunque, come era ovvio, c’è già chi sta tirando Bellocchio per la giacchetta: visto che in sostanza si racconta il più clamoroso errore giudiziario del dopoguerra, votiamo “Sì” e le cose cambieranno!
L’assurdità di questo pensiero è evidente a qualunque cittadino senziente, ma sappiamo come vanno le cose in questo sventurato paese. Bellocchio e il suo interprete principale, Fabrizio Gifuni, non ci stanno cascando: sono troppo intelligenti per farlo.
A domanda, Bellocchio ha ribattuto: “Non rispondo!
Questa serie su Enzo Tortora l’abbiamo fatta a prescindere, quindi va giudicata per quello che è. Il referendum lo rispetto ma non c’è nessun rapporto”.
Hanno fatto bene, lui e Gifuni, a sottolineare come la serie racconti il piacere “barbarico” di veder crollare un personaggio famoso. E chi c’era nel 1983, quando Tortora venne arrestato, sa di che si parla.
Perché magari questo “piacere” o almeno questa curiosità, per qualche ora o per qualche giorno, li ha provati. In fondo Portobello è la storia di una fake news, e di come una fake news possa sembrare vera se è ben costruita e ben veicolata.
Semmai colpisce, nel ripercorrerne le tappe, vedere come tale fake news fosse una bufala colossale dovuta alla paranoia di un pentito – il citato Pandico – che oltre a essere un camorrista era pazzo come un cavallo; e all’ansia di protagonismo di alcuni magistrati che non erano abituati a gestire i pentiti (sarà bene ricordare che i “pentiti”, o dissociati, della NCO furono tra i primi, ben prima del caso Buscetta) ed erano semplicemente entusiasti di poter infilare un nome famoso e inaspettato come quello di Tortora in una pletora di camorristi che nessuno aveva mai sentito nominare. Nella seconda puntata vedrete (non è uno spoiler, e scusate la parolaccia!) i responsabili dell’indagine a colloquio con un superiore; il succo del discorso è:
“Questi pentiti ci hanno messo in mano 821 indagati, se anche uno su 821 non fosse vero, che sarà mai di fronte agli altri 820?”. Quell’uno era Tortora.
I magistrati devono, molto semplicemente, lavorare bene. In quel caso alcuni di loro lavorarono male.
Il che, con il referendum, non c’entra veramente nulla. L'articolo Sei ore che volano come 6 minuti, il dramma di Tortora nella grande serie di Bellocchio proviene da Strisciarossa.