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La Colombia potrebbe essere la prossima? Lo scenario dopo l’attacco Usa in Venezuela

Mercoledì 7 gennaio 2026 ore 07:04 Fonte: Altreconomia

Il testo che segue è un riassunto dell'articolo La Colombia potrebbe essere la prossima? Lo scenario dopo l’attacco Usa in Venezuela generato dall'AI. L'AI può commettere errori: ogni informazione va verificata attentamente.

La Colombia potrebbe essere la prossima destinazione di un'azione americana dopo l'attacco dello Stato Unidos in Venezuela, evento che ha portato a una conferenza stampa di Donald Trump in cui ha definito l'operazione "imperiale" e ha segnato un punto di non ritorno per Bogotà, anche se lo Stato guidato da Gustavo Petro è molto diverso dal precedente governo che ha avuto relazioni più strette con Washington.
La Colombia potrebbe essere la prossima? Lo scenario dopo l’attacco Usa in Venezuela
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L’azione militare statunitense in Venezuela non è un episodio isolato ma un messaggio sistemico, rivolto all’intera America Latina e in particolare ai governi progressisti che negli ultimi anni hanno tentato di riaprire spazi di autonomia politica, energetica e diplomatica, come il governo colombiano di Gustavo Petro. Dopo una fase in cui la competizione globale sembrava concentrarsi sull’Ucraina e sull’Indo-Pacifico, Washington torna a rivendicare apertamente il proprio “cortile di casa”.

Lo fa non attraverso un’invasione tradizionale ma con un’azione selettiva, rapida e asimmetrica, capace di rompere il tabù della sovranità senza assumersi i costi di una guerra lunga. Il nodo centrale è il petrolio.

In un contesto di transizione energetica proclamata ma mai davvero realizzata, le riserve venezuelane -tra le più grandi al mondo- tornano a essere strategiche. Il rientro progressivo di Chevron in Venezuela, reso possibile negli anni da deroghe mirate al regime sanzionatorio, segnala una gerarchia che non cambia: l’energia viene prima della democrazia.

È dentro questo quadro che l’operazione contro Caracas assume il valore di un avvertimento generalizzato: chi controlla il sottosuolo ma non si allinea pienamente resta vulnerabile. Di Venezuela e Colombia, narcotraffico e geopolitica si occupa da più di 20 anni Simone Bruno, giornalista italiano residente a Bogotà.

Bruno è corrispondente dal Venezuela e dalla Colombia per France24 e ha prodotto diversi documentari per Al Jazeera tra cui "Falsos Positivos", che indaga lo scandalo dei “falsi positivi” in Colombia, civili innocenti uccisi dall’esercito e fatti passare per guerriglieri per ottenere promozioni. È membro fondatore e presidente dell’Associazione internazionale della stampa in Colombia (Apic).

Nonostante la profonda conoscenza dei contesti colombiano e venezuelano e la sua ormai cinica lettura dei rapporti di potere tra impero e “cortile di casa”, ciò che è accaduto a Caracas lo stupisce e preoccupa più di altri avvenimenti recenti. Bruno, che cosa sorprende dell’operazione militare statunitense in Venezuela?

SB L’operazione dimostra una superiorità degli Stati Uniti che esiste da decenni e che appare schiacciante. Parliamo di una potenza tecnologica tale da consentire mesi di pianificazione, un'intelligence capillare, il controllo totale dello spazio aereo e una capacità di intervento selettivo.

Il paragone che viene spontaneo è quello con Panama e l’arresto di Manuel Noriega, ma le differenze sono decisive. A Panama, nel 1989, c’è stata un’invasione militare classica, su un territorio piccolo, con un esercito debole.

Il Venezuela è tutt’altra cosa: è enorme, ha una struttura statale complessa, un apparato militare diffuso e un contesto regionale molto più instabile. Qui non siamo davanti a un’operazione di polizia internazionale, ma a una dimostrazione di forza chirurgica, che evita l’invasione totale ma ottiene comunque un risultato politico. [caption id="attachment_235184" align="alignnone" width="2560"] © Charles-McClintock Wilson/ZUMA Press Wire/Shutterstock / IPA[/caption] Quali sono le forze militari in campo tra Stati Uniti, Venezuela e Colombia?

SB Le forze statunitensi schierate nel Mar dei Caraibi sono imponenti ma non sarebbero sufficienti per occupare militarmente il Venezuela. Non siamo di fronte a una guerra di conquista ma a un’azione mirata profondamente intimidatoria.

In questo contesto pesa la debolezza dell’apparato militare venezuelano, meno addestrato tanto dell’apparato statunitense come di quello colombiano. I soldati colombiani combattono da sessant’anni una guerra reale contro guerriglie, paramilitari e narcotraffico.

Sono forze temprate, addestrate, abituate al combattimento continuo. L’esercito venezuelano, invece, è rimasto a lungo un esercito di parata: poca disciplina, addestramento discontinuo, equipaggiamenti spesso obsoleti.

L’embargo ha fatto il resto. L’aviazione venezuelana, che un tempo era competitiva e in alcuni momenti persino superiore a quella colombiana, oggi è in gran parte inutilizzabile.

Ci fu un periodo, con Chávez ancora vivo e Álvaro Uribe presidente della Colombia, in cui il rischio di un conflitto armato veniva evocato apertamente. Chávez arrivò a minacciare l’invio di truppe al confine.

Tra noi giornalisti circolava una battuta piuttosto eloquente: la guerra colombiano-venezuelana durerebbe il tempo che impiega un camion colombiano ad arrivare da Cúcuta a Caracas. Era un modo per dire che l’idea di un conflitto simmetrico era del tutto improponibile perché la Colombia ha sessant’anni di guerra reale alle spalle, una capacità operativa concreta e una superiorità evidente anche sul piano logistico e fisico.

Un’operazione mirata può davvero far cadere il regime chavista? E che cos’è diventato secondo te oggi il chavismo?

SB Anche eliminando alcune figure chiave, il regime potrebbe reggere. E se non cadesse, il rischio sarebbe il caos.

Se invece cadesse, la domanda è: chi prenderebbe il potere? Molti pensavano a una transizione ordinata, con María Corina Machado pronta a entrare trionfante a Caracas.

Invece non la vogliono né i militari venezuelani né gli Stati Uniti. Ci si aspettava una transizione guidata, invece ci si trova davanti a un vuoto politico e a un’incertezza profonda su ciò che potrebbe emergere dopo.

All’inizio il chavismo è stato un movimento potentissimo. Chávez non nasce di sinistra ma lo diventa attraverso l’azione di governo: redistribuzione, politiche sociali, inclusione delle classi popolari.

Oggi il Venezuela è governato da un apparato militare segnato da una corruzione diffusa e da una gestione economica disastrosa. La classe dirigente chavista attuale è peggiore di quella precedente poiché è più chiusa, più cinica, più distante dalla base sociale originaria.

Ma il chavismo ha creato una coscienza politica nelle classi popolari e questo patrimonio non è ancora scomparso. Forse la domanda a cui dovremmo rispondere è: può un regime che si è sempre proclamato anti-imperialista, nel momento di maggior intervento proprio dell’impero, negoziare e coesistere con esso?

La mia risposta è sì perché ormai è un regime di interessi privati. Quanto sono strumentali le accuse di narcotraffico contro Maduro?

SB Si tratta di accuse debolissime. La produzione globale di cocaina è concentrata in Colombia, Perù e Bolivia.

Le principali rotte passano dal Messico verso gli Stati Uniti. Dal Venezuela transita solo una quota minoritaria, diretta soprattutto verso l’Europa.

Il vero problema degli Stati Uniti non è la coca ma la crisi degli oppioidi, che si sono creati da soli attraverso il loro sistema sanitario e farmaceutico. Il vero caso di narcotraffico presidenziale documentato è quello dell’Honduras, con Juan Orlando Hernández in carcere negli Stati Uniti (e perdonato da Trump nel dicembre 2025).

Che implicazioni ha tutto questo per la Colombia e per Gustavo Petro e quanto è realistico uno scenario di intervento o destabilizzazione della Colombia? SB La conferenza stampa di Trump è un punto di non ritorno.

È un messaggio politico messo in scena ed è un messaggio anche alla Colombia: “Attento, Petro.

Potresti essere il prossimo”. La Colombia non è il Venezuela ma una dimostrazione di forza statunitense può paralizzare qualsiasi Paese e questa minaccia serve a spostare il confine del possibile, non necessariamente a intervenire domani.

La Colombia è sempre stata un Paese strategico per gli Stati Uniti. Lo è per l’accesso ai due oceani, lo è perché per decenni è rimasto il bastione della destra mentre gran parte del Sud America virava a sinistra.

È anche il Paese con la maggiore presenza militare statunitense nella regione. I militari colombiani vengono formati negli Stati Uniti e poi sono gli stessi che vanno in giro per il mondo a insegnare strategie militari. [caption id="attachment_235240" align="alignnone" width="2560"] Il presidente della Colombia, Gustavo Francisco Petro Urrego © Monasse T/ANDBZ/ABACAPRESS.COM / IPA[/caption] Quanto è realistico, allora, uno scenario di intervento o destabilizzazione della Colombia?

SB L’idea di un intervento diretto contro la Colombia è molto più complicata di quanto sembri. Immaginare che gli Stati Uniti bombardino infrastrutture sul suolo colombiano o “facciano fuori” il presidente è uno scenario azzardato.

Non c’è un mandato di cattura, non c’è una frode elettorale conclamata, non c’è una situazione come quella venezuelana. C’è poi un aspetto che viene spesso sottovalutato.

Se si apre una fase di instabilità, o di controllo frammentato del territorio, la Colombia non è un terreno neutro, ci sono aree dove operano gruppi armati che sanno combattere e che sono radicati, che farebbero saltare i pozzi, saboterebbero le infrastrutture, renderebbero ingestibile il territorio. È qui che il controllo diventa infinitamente più complicato di quanto appaia sulla carta.

Quali sono le possibili ripercussioni sugli scenari elettorali? SB Sul piano politico interno siamo alla vigilia di un passaggio delicato.

Petro arriva alla fine del mandato in un contesto di forte polarizzazione. La destra e il centro lo descrivono come un presidente che “non ha fatto nulla”, ma in realtà molte cose le ha fatte: ha aumentato il salario minimo del 23%, ha fatto pagare più tasse ai ricchi, ha portato avanti una riforma del lavoro.

È un governo di minoranza, e questo pesa. Alle prossime elezioni la partita è apertissima, la destra si è rafforzata, ma non ha ancora un candidato forte e credibile, e il centro in Colombia storicamente non regge.

L’estrema destra non è automaticamente vincente, ma il quadro è fragile. Io non credo che la Colombia sia l’Argentina di Milei o l’Honduras, cioè Paesi che si fanno spaventare facilmente dalle minacce.

Gli Stati Uniti non possono smettere di aiutare i militari colombiani, che sono quelli che combattono il narcotraffico, sarebbe un controsenso per chi dice di voler fermare il traffico di droga. Per questo vedo il potenziale di intervento diretto degli Stati Uniti in Colombia come molto limitato, a meno che non si parli di operazioni estremamente precise, chirurgiche, concordate.

Non di un’azione destabilizzante su larga scala. Perché a quel punto non sarebbe come il Venezuela di oggi.

Sarebbe un Paese che esplode. E questo, anche per gli Stati Uniti, è uno scenario che fa paura.

Laura Greco è antropologa, attivista ecologista, fondatrice e presidente dell’Associazione A Sud © riproduzione riservata L'articolo La Colombia potrebbe essere la prossima? Lo scenario dopo l’attacco Usa in Venezuela proviene da Altreconomia.

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