Politica
Cambogia vs Thailandia, la pace di Trump è carta straccia
L’intervento del presidente statunitense, che pure continua a dipingersi come un formidabile paciere, ha sortito effetti assai scarsi sullo scontro che da decenni oppone la Cambogia e la Thailandia, e che negli ultimi mesi ha conosciuto una tragica recrudescenza. Dall’8 dicembre, infatti, le forze armate dei due Paesi asiatici hanno ripreso a scontrarsi dopo pochi mesi di relativa calma.
I combattimenti e i bombardamenti stanno interessando diversi punti lungo un confine di 817 chilometri, e finora hanno causato decine di vittime e centinaia di feriti, tra militari e civili, mentre seicentomila persone hanno dovuto precipitosamente abbandonare le proprie case, su entrambi i lati della contestata frontiera, per mettersi in salvo. Già a maggio, si erano verificati i primi scontri dopo diversi anni, che avevano causato una sola vittima – un soldato cambogiano –, rinfocolando però una tensione mai sopita, ciclicamente attizzata da discorsi incendiari.
I due governi avevano imposto sanzioni reciproche, ma sembrava che quello di maggio fosse stato un incidente isolato, finché a luglio la situazione è degenerata e i due eserciti si sono scontrati per cinque giorni utilizzando l’artiglieria, i droni e l’aviazione. All’origine della nuova esplosione di violenza, l’uccisione di un soldato thailandese saltato in aria su una mina piazzata da Phnom Penh in un’area contesa della frontiera.
Prima che l’intervento della Casa Bianca e della Malesia portasse alla sospensione dei combattimenti, questi avevano causato la morte di quarantotto persone e lo sfollamento di trecentomila abitanti. I negoziati, mediati da Donald Trump e dal primo ministro malese, Anwar Ibrahim, si erano trascinati fino a ottobre, quando un accordo era stato firmato a Kuala Lumpur permettendo al leader statunitense di vantare l’ennesimo successo come “pacificatore globale”.
Ma l’intesa si è rivelata subito molto fragile, con il governo thailandese che già a novembre ha sospeso il cessate il fuoco quando l’esplosione di una mina ha ferito un suo militare. Dopo due giorni, un nuovo scontro a fuoco causava la morte di un civile cambogiano.
Lunedì scorso, la situazione è nuovamente degenerata con i due Paesi che si accusano reciprocamente di aver ripreso le ostilità. Interessi politici e militari Il primo ministro thailandese, Anutin Charnvirakul, ha promesso di continuare a combattere, respingendo gli appelli della Casa Bianca, “finché non sentiremo più danni e minacce alla nostra terra e al nostro popolo”.
Anutin ha spiegato che la sua decisione di sciogliere il parlamento, annunciata giovedì dopo la rottura di un patto tra il suo Partito dell’orgoglio Thai e il Partito del popolo all’opposizione, non influirà sull’andamento del conflitto. L’esercito thailandese, che ha un ruolo preminente sulla scena politico-istituzionale del Paese asiatico, non ha grande interesse a porre fine allo scontro che, al contrario, rafforza le forze armate in vista delle elezioni anticipate.
La nuova ondata nazionalista e bellicista, fomentata dai combattimenti, potrebbe incrementare i consensi per il suo Bhumjaithai Party (Partito dell’orgoglio Thai), impedendo al Partito popolare di vincere la competizione. Anutin può usare lo scontro bellico per deviare l’attenzione dell’elettorato dalle numerose accuse di corruzione, che gravano su vari componenti del suo governo, alcuni dei quali sono accusati di aver ricevuto tangenti da parte di un’organizzazione criminale che opera in Cambogia.
Per esempio, il viceministro delle Finanze, Vorapak Tanyawong, si è dovuto dimettere a causa delle accuse di avere stretti legami con la Bic Bank cambogiana, considerata da molti uno strumento per il riciclaggio dei proventi di numerose attività illegali. Alcuni generali thailandesi, inoltre, hanno esplicitamente dichiarato di volere approfittare degli scontri per decapitare e ridimensionare le forze armate cambogiane.
“L’obiettivo è rendere la Cambogia militarmente inoffensiva per lungo tempo”, ha chiarito per esempio Chaiyapruek Duangprapat, il capo di stato maggiore dell’esercito di Bangkok. Del resto, l’esercito thailandese può disporre di forze soverchianti rispetto a quello cambogiano, potendo disporre di 250mila effettivi, 400 carri armati, 2.600 pezzi di artiglieria e una quarantina di caccia contro i 75mila soldati, i 200 carri armati e i 500 pezzi di artiglieria di Phnom Pehn, che oltretutto non può contare neanche su una vera e propria aviazione da guerra, limitata a soli sedici elicotteri.
Paradossalmente, però, neanche il governo della Cambogia ha interesse a rinunciare allo scontro per non apparire debole di fronte a un’opinione pubblica mobilitata attivamente contro i vicini. Ma anche alcuni generali cambogiani della vecchia guardia, protagonisti della guerra contro i “khmer rossi”, contrari alle riforme promesse dal premier Hun Manet, starebbero cercando di indebolirlo fomentando la tensione con la Thailandia.
Le origini del conflitto Le ostilità tra i due Paesi risalgono all’inizio del secolo scorso, quando sorsero i primi contenziosi sul possesso di varie aree di confine, in particolare del cosiddetto “triangolo di smeraldo” dove sorgono alcuni dei templi più importanti della regione dal grande valore storico, artistico, religioso e simbolico. Al centro della disputa c’è soprattutto la proprietà del tempio indù di Preah Vihear, risalente all’XI secolo (chiamato Khao Phra Viharn in Thailandia).
Nel 2008, il tentativo da parte della Cambogia di far includere l’edificio tra i siti patrimonio dell’umanità dell’Unesco provocò scontri tra i due Paesi, che si protrassero per tre anni e causarono una dozzina di vittime. Nel 2003, invece, una folla inferocita incendiò l’ambasciata di Bangkok e varie attività commerciali thailandesi a Phnom Penh, a causa di una presunta affermazione di una celebrità thailandese che metteva in discussione la giurisdizione cambogiana sul famoso tempio di Angkor Wat.
A tracciare i confini per la prima volta era stata, nel 1907, la Francia, che occupava la Cambogia, e che fissò una linea di divisione mai accettata dal regno di Thailandia. Dopo il ritiro della Francia, nel 1953, la Cambogia si rivolse alla Corte di giustizia internazionale, che nel 1963 e di nuovo nel 2013 le diede ragione.
Ma la decisione non fu accettata dalla Thailandia, che non riconosce la giurisdizione dell’organismo internazionale. E non c’è solo l’annosa disputa territoriale a opporre Bangkok e Phnom Penh.
Dietro la recrudescenza dell’ultimo anno ci sono anche motivazioni di altro tipo, che si sovrappongono alla contesa territoriale, già in passato sfociata in scontro armato anche a causa del protagonismo di alcuni comandanti dell’esercito che tentano di utilizzare l’escalation per scalare le rispettive nomenclature militari. Oltre la disputa territoriale A Bangkok il potere è stato per un anno, fino all’estate scorsa, nelle mani della trentottenne Paetongtarn Shinawatra, figlia dell’ex primo ministro e tycoon delle telecomunicazioni Thaksin, che dopo essere stato deposto da un colpo di Stato militare, nel 2006, trovò asilo in Cambogia.
Ad accoglierlo fu Hun Sen, padre dell’attuale premier Hun Manet, che poi nominò il politico thailandese suo consigliere economico, causando una crisi diplomatica con il regime militare insediatosi a Bangkok. All’inizio dell’estate scorsa, la diffusione dell’audio di una telefonata tra la premier Shinawatra e Hun Sen, pensata per abbassare la tensione tra i due Paesi dopo lo scontro a fuoco di maggio, ha causato un nuovo conflitto politico e diplomatico.
Nella registrazione, infatti, l’allora premier thailandese si rivolgeva in modo deferente al politico cambogiano chiamandolo “zio”, e criticava l’operato del capo del comando nord-orientale dell’esercito thailandese Boonsin Phadklang, responsabile delle truppe che avevano aperto il fuoco contro una pattuglia cambogiana al confine. A diffondere l’audio era stato Hun Sen, probabilmente per indebolire la giunta militare thailandese.
A Bangkok il partito di destra Orgoglio Thai usciva dalla maggioranza di governo e trentasei senatori denunciavano la premier Shinawatra, prima sospesa e poi destituita dalla Corte costituzionale alla fine di agosto. Secondo vari analisti, Hun Sen avrebbe diffuso la registrazione della compromettente telefonata anche per vendicarsi della famiglia Shinawatra, inadempiente rispetto alla promessa di accelerare i negoziati sulla definizione della cosiddetta “Area di rivendicazioni sovrapposte”, una zona di ventiseimila km quadrati nel Golfo della Thailandia, che ospita, secondo le stime, giacimenti di gas e petrolio, finora non sfruttati, del valore di trecento miliardi.
Nel 2024, erano stati i conservatori di Orgoglio Thai a contestare il piano del governo di negoziare con la Cambogia un progetto per esplorare e sfruttare congiuntamente questi giacimenti offshore. Hun Sen, inoltre, sarebbe stato fortemente irritato da una legge, approvata dal governo di Bangkok a marzo, che legalizza i casinò e consente la realizzazione di alcune case da gioco anche all’interno del “Corridoio economico orientale”, al confine con la Cambogia.
A Phnom Penh il gioco d’azzardo è permesso solo ai turisti stranieri ma è vietato ai residenti locali, e i casinò cambogiani sono frequentati quindi soprattutto da visitatori cinesi e thailandesi. Ora la concorrenza thailandese danneggerà un settore economico, che rappresenta tra il 5 e il 10% del Pil nazionale cambogiano.
Al centro della contesa tra i due Paesi ci sono anche i “centri truffa”, strutture illegali gestite da gruppi criminali che operano in vari Paesi del Sudest asiatico per condurre frodi online, scommesse clandestine, falsi investimenti, furti di criptovalute ecc. Negli ultimi anni, anche a causa della repressione operata dalla giunta militare thailandese in collaborazione con Pechino, molte di queste attività si sono spostate in Cambogia grazie alla tolleranza del governo locale.
Nei mesi scorsi, dopo il rapimento di un attore cinese da parte di una gang, le autorità thailandesi hanno preso di mira anche i centri truffa insediati in territorio cambogiano, tagliando per esempio le connessioni internet verso la provincia cambogiana di Sa Kaeo. Mentre l’Asean – l’Associazione delle nazioni del Sudest asiatico – si è dimostrata finora incapace di intervenire efficacemente per raffreddare i conflitti regionali, sulla crisi tra Cambogia e Thailandia incide sicuramente anche la disputa globale tra Cina e Stati Uniti.
Entrambe le potenze, infatti, stanno contribuendo – ovviamente in competizione tra loro – a potenziare le forze armate della Cambogia, impensierendo così la Thailandia desiderosa di mantenere la propria supremazia militare nell’area. Phnom Penh ha finora sfruttato le sue relazioni con la Cina per modernizzare il proprio esercito, acquisendo nuove armi e potenziando la base navale di Ream, nel tentativo di dotarsi di forze difensive che fungano da deterrente nei confronti del Vietnam e della Thailandia.
Per evitare di dipendere troppo da Pechino, però, la Cambogia si è rivolta episodicamente anche a Washington. Anche perché i legami militari tra Cina e Thailandia, negli ultimi anni, sono cresciuti, soprattutto dopo l’allontanamento di Bangkok da Washington, in seguito ai golpe militari del 2006 e del 2014.
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