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Cultura

I figli della rivolta: Claude Arnaud e i suoi fratelli

Martedì 17 marzo 2026 ore 14:37 Fonte: La ricerca
I figli della rivolta: Claude Arnaud e i suoi fratelli
La ricerca

Una formazione tra rivolta e appartenenza Tra i massimi conoscitori di Jean Cocteau – forse il più autorevole, se si considera la monumentale e stratificata biografia pubblicata da Gallimard dedicata al grande funambolo delle lettere francesi – Claude Arnaud è oggi uno degli scrittori più colti e raffinati del panorama editoriale francese. Tra le sue opere tradotte in italiano, la più personale resta senza dubbio Che hai fatto dei tuoi fratelli?, pubblicata da Bompiani.

Questo libro è molto più di un memoir: è il racconto di una formazione inquieta e appassionata, dove la vicenda privata di Arnaud si intreccia con la Storia – quella con la S maiuscola. Poco più che adolescente, lo scrittore si trova immerso nei fermenti del Maggio ‘68, un momento decisivo che segna profondamente la sua crescita personale e intellettuale.

L’impegno politico diventa presto una presenza centrale nella sua vita: anche solo distribuire il giornale gauchista La Cause du peuple, il cui direttore editoriale è nientemeno che Jean‑Paul Sartre, rappresenta per il giovane Arnaud un gesto carico di significato e di ribellione. Famiglia, rottura e ricerca di sé Cresciuto in una famiglia agiata e piuttosto conservatrice, dominata dalla figura severa del padre Hubert – ufficiale di marina durante la seconda guerra mondiale – Claude sente presto, come uno dei suoi fratelli, Philippe, il bisogno di liberarsi dall’atmosfera soffocante della rispettabilità borghese.

Philippe rompe per primo gli equilibri familiari dichiarando la propria omosessualità e impegnandosi con radicalità nella militanza politica, suscitando l’immediata ostilità paterna. Anche Claude avverte la stessa urgenza: trovare un posto nel mondo, dare un senso alla propria esistenza, persino a costo di sacrificare gli studi.

Col tempo, tuttavia, si fa strada in lui un’altra esigenza: quella di costruire una solida formazione culturale. Frequenta allora le lezioni di figure gigantesche del pensiero novecentesco come Jacques Lacan – anche per cercare di comprendere la malattia mentale che nel frattempo ha colpito il fratello Pierre – e Roland Barthes, che per Arnaud rappresenta «l’immagine stessa dell’abbondanza e dell’umanità» («Il suo gozzo può tradire la borghesia provinciale, ma evoca prima di tutto la dispensa naturale del pellicano, piena di cose buone per i suoi discendenti»).

Studia lettere all’università di Université de Vincennes, dove dedica la propria tesi a Vautrin, l’enigmatico eroe dei romanzi di Honoré de Balzac, e viene ammesso al concorso degli Institut de préparation aux enseignements de second degré (IPES). Politica, ideologia e disincanto La passione rivoluzionaria, però, con il tempo si incrina.

Man mano che i regimi comunisti sparsi nel mondo rivelano il loro volto autoritario, anche le certezze ideologiche di Arnaud vacillano. Diventa sempre più chiaro che l’adesione all’ultrasinistra non era stata soltanto una scelta politica, ma soprattutto il sintomo di una necessità più profonda: fuggire dalle convenzioni asfittiche della borghesia e affermare la propria esistenza, conquistare il diritto di dire finalmente “io”.

In uno dei passaggi più vibranti del libro – pagine che scorrono con l’energia di un brano rock – Arnaud racconta che per riconoscersi gli basta leggere Confessioni di una maschera, identificandosi con il giovane Yukio Mishima, «che si è costruito da zero un corpo e una personalità». Il rapporto con il padre resta uno dei nodi più dolorosi del libro.

Non a caso Arnaud lo chiama quasi sempre Hubert, raramente “mio padre”. Lo scontro emerge con particolare forza quando la malattia mentale di Pierre peggiora:

Hubert vorrebbe rinchiuderlo in manicomio, mentre Philippe vi vede il simbolo di una repressione politica – come gli ospedali psichiatrici dove a Mosca venivano internati gli oppositori del regime. Incapace di accettare la malattia del figlio, Hubert la attribuisce al sangue corso della famiglia materna: sangue “viziato”, sostiene.

Nella sua stirpe, proveniente dalle regioni fredde e composte del Giura, della Franca Contea e della Bresse, non si sarebbero mai verificati casi simili, nemmeno di epilessia. Alla stessa origine attribuisce perfino la leucemia della moglie.

Arnaud osserva con lucidità come il padre sia rimasto prigioniero delle ossessioni sanitarie dell’Ottocento: come nei romanzi di Émile Zola, è convinto che le famiglie si trasmettano di generazione in generazione «mali orribili». Identità, generazione e conflitto Riflettendo sulla malattia di Pierre e, più in generale, sul tema dell’identità, Arnaud si pone una domanda radicale: «Perché essere sé stessi quando si può essere qualcun altro?».

Era una delle domande che animavano la sua generazione. Perché restare il prodotto del proprio ambiente quando ci si può reinventare?

E riconosce che le “stranezze” del fratello sono forse la sua risposta al falso “io” imposto dal padre. Lo scontro generazionale emerge con forza in un passaggio memorabile: «Pierre da avventuriero mentale, Philippe da pensatore globale, io da Gavroche alato, siamo ben decisi – ciascuno a modo suo – a scuotere il mondo di nostro padre, a misurare la nostra potenza distruttrice».

Non sanno ancora se questo li condurrà «a una seconda Genesi o a un suicidio collettivo», ma per il giovane Arnaud una cosa è certa: qualsiasi cosa è meglio di quella che gli appare come «una società di morti viventi». Anche l’impegno politico, tuttavia, finisce per scontrarsi con la realtà.

Arnaud smette poco a poco di credere nell’«ineluttabile» ruolo storico della classe operaia. Con l’ironia che attraversa queste pagine spesso dolorose, racconta di aver iniziato a dubitare già a undici anni, quando scoprì che l’altare della chiesa di Sainte-Jeanne-de-Chantal, nascosto sotto la tovaglia, era fatto degli stessi mattoni rossi della palestra dove si allenava.

Eppure, segno di quanto il bisogno di appartenenza fosse forte, essere considerato «uno del popolo» valeva allora – nella scala di valori sua e dei suoi compagni – quanto possedere «un atomo di sangue regale». La fotografia di Mao Zedong in prima pagina su La Cause du peuple non lo irrita: lo affascina.

È il segno di quanto potesse apparire soffocante, a un giovane, la Francia borghese e provinciale del dopoguerra. Con ironia retrospettiva, Arnaud confessa: «Rido dell’idolatria che i settecento milioni di cinesi hanno per il Buddha stalinista», e tuttavia «il suo viso paffuto sotto il berretto delle Guardie rosse mi sembra il buon spicchio d’aglio contro il vampiro borghese».

All’epoca – ammette con brutale sincerità – non sembravano esistere alternative: «Il caos dittatoriale dell’Impero di mezzo mi eccita più del noioso ordine democratico». Come Jean Genet, Arnaud resta affascinato anche dalla carica rivoluzionaria delle Black Panthers: il loro basco nero lo emoziona più della «veletta delle visitatrici in prigione».

Parlando del sé di allora – che un compagno aveva soprannominato “Arnulf” – è altrettanto drastico: «La democrazia gli sembra insulsa come un uovo senza sale». Esperienza, eccesso e fuga Un’altra via di fuga, per il giovane Arnaud, è rappresentata dalle droghe.

Ne sperimenta molte, tra cui la psilocibina, che gli procura un’esperienza di liberazione sensoriale: suoni che diventano colori, odori che si trasformano in immagini. I sensi si fondono in un gioco sinestetico e vertiginoso: l’odorato, la vista e l’udito si intrecciano fino a quando «la mia coscienza troneggia sull’universo, enorme e sovrana», per poi ritirarsi improvvisamente, fino a fargli vedere «un grattacielo in ogni filo d’erba».

Scrittura, identità e possibilità di trasformazione Ma queste fughe non bastano a proteggere Arnaud dall’accanirsi del destino sulla sua famiglia, cui si aggiungerà un altro evento traumatico che segnerà profondamente la sua vita. È allora che lo scrittore scopre una risorsa più duratura e segreta: la capacità di ritrovare dentro di sé la gioia vitale del bambino che è stato.

Da quella sorgente intima nasce anche una nuova consapevolezza. Se il mondo appare spesso assurdo o incomprensibile, l’arte – come per il Sartre della Nausea – può offrirgli una forma e un senso.

Per Claude Arnaud, quella forma è la scrittura. Claude Arnaud, Che hai fatto dei tuoi fratelli?, trad. it. di Daniela Bargiarelli, Bompiani, Milano 2023, pp.

336. L'articolo I figli della rivolta:

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