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Politica

Spazi urbani e violenza di genere

Lunedì 22 dicembre 2025 ore 16:00 Fonte: Terzogiornale
Spazi urbani e violenza di genere
Terzogiornale

Scarsa illuminazione, sottopassaggi, vicoli, binari: per le donne le città non sono quasi mai luoghi sicuri. Nella notte tra il 7 e l’8 dicembre, poco dopo la mezzanotte, fuori dalla fermata della metro B Jonio di Roma, nel quartiere Tufello-Valmelaina, una studentessa di 23 anni è stata violentata da tre sconosciuti che, secondo le ricostruzioni, l’avrebbero seguita già all’interno dei vagoni.

Un tipico caso di no eyes on the street: portoni chiusi, strade vuote, visuali ostruite, come lo definisce l’urbanista Nourhan Bassam, autrice di The Gendered City (“La città sessista”). Roma – puzzle di quartieri residenziali completamente deserti per gran parte delle ore, poco illuminata, sterminata, segnata da un disagio strutturale e da automobili che invadono i marciapiedi – ne è un chiaro esempio.

Commentando l’episodio, Monica Lucarelli, assessora alle Attività produttive, Pari opportunità e Attrazione investimenti della capitale, ha ricordato come “la libertà di vivere la città senza paura, di giorno e di notte, sia un diritto che non può essere messo in discussione”. La cura e la trasformazione degli spazi – ha sottolineato – sono fattori di libertà: un ambiente vissuto, illuminato e curato riduce le condizioni di vulnerabilità, soprattutto per le donne che attraversano la città nelle ore serali e notturne.

Ha poi ribadito la necessità di un impegno istituzionale strutturale e continuativo, chiedendo maggiori risorse perché le forze dell’ordine presidino le aree sensibili. Ma non servono telecamere, ronde o polizia nelle piazze.

Come spiegano le studiose di urbanistica femminista, è necessario tornare a considerare la città come un luogo sociale e non soltanto come uno spazio a servizio. Si tratta di illuminare adeguatamente le vie e tenerle il più possibile comunitarie e attive, in modo che non si creino vuoti in cui le voci non sono ascoltate.

Si tratta di co-progettare gli interventi, in modo da ascoltare le opinioni di chi effettivamente vive gli spazi. Come sostiene nel suo libro La città femminista la docente e direttrice degli studi sulle donne e sul genere presso la Mount Allison University, Leslie Kern, oggi le città sono considerate “luoghi di paura” o meno, a seconda del genere di appartenenza.

Mentre un uomo le attraversa, infatti, a qualsiasi ora del giorno e della notte – evitando, sì, le aree più problematiche –, le donne sono costrette a progettare accuratamente i propri spostamenti nel tentativo di non ritrovarsi in situazioni potenzialmente pericolose. Alla base, c’è la genesi patriarcale dell’urbanistica: città costruite dagli uomini per gli uomini.

Un articolo della giornalista olandese Julia Vie sul quotidiano “Nrc” (riportato da “Internazionale” con il titolo Progettare le città insieme alle donne) parte dal femminicidio di Lisa, a soli 17 anni, avvenuto in pieno agosto ad Amsterdam, su una pista ciclabile, per analizzare questo fenomeno. In questo caso, l’area in cui è avvenuto il crimine era stata più volte segnalata dalle donne del quartiere come problematica: la mancanza di un’illuminazione adeguata, di servizi aperti nei paraggi, la mancata potatura della vegetazione che ostruiva la visuale, creavano un punto cieco in cui non si sentivano sicure.

In Olanda, come in altri Paesi, sono sempre di più i gruppi informali, le associazioni e le organizzazioni di architette e urbaniste che si stanno occupando di ridefinire gli spazi pubblici in un’ottica trans-femminista, facendo advocacy e consulenza sugli interventi municipali e regionali. La trasformazione degli spazi urbani, come sostiene Leslie Kern, dev’essere pensata partendo dall’intersezione tra città ecologica e femminista; bisogna cioè pensare sia all’ambiente naturale sia ai gruppi, marginalizzati o meno, che li vivono.

Tra le metropoli europee in cui sono stati introdotti schemi di mobilità femminile, per ripensare gli spazi pubblici, spicca Barcellona. E non a caso.

In Spagna c’è un approccio olistico nel contrastare la violenza di genere. Ha fatto il giro delle testate europee la notizia che il Paese iberico sia riuscito a far diminuire del 30% il numero dei femminicidi negli ultimi vent’anni: dalle 71 vittime del 2003 alle 47 registrate nel 2024.

In Italia, secondo l’osservatorio di Non una di meno, sono 95 i femminicidi registrati nel 2025 (dati aggiornati all’8 dicembre). Il risultato della Spagna è stato ottenuto grazie a una strategia integrata che ha messo al centro la prevenzione, l’educazione e la protezione delle vittime.

Dal 2004 (con l’approvazione della Ley orgánica 1/2004 de Medidas de Protección integral contra la violencia de género), è stato adottato un approccio sistemico alla violenza di genere, riconoscendola come fenomeno strutturale complesso. La legge prevede interventi coordinati sul piano giudiziario, educativo, sanitario e socio-economico; garantisce assistenza legale gratuita, tutele lavorative, protezione per i minori coinvolti e misure di prevenzione volte a intercettare anche i segnali precoci di violenza.

In Italia, invece, non c’è ancora una risposta coerente. Che siano abusi sessuali o femminicidi, non si fa abbastanza per contrastare la violenza di genere.

E l’attuale classe politica non sembra farsi carico di attuare delle riforme strutturali in questo senso, anzi. Per dirne una, è stato archiviato al tribunale di Milano il procedimento contro Leonardo Apache La Russa, figlio del presidente del Senato, e, come scrivono le attiviste di Non Una di Meno, “la violenza di genere viene strumentalizzata per fare propaganda razzista e misogina, quando però l’accusato è un rampollo di famiglia influente, la narrazione cambia: si minimizza, si ridicolizza, si scredita proteggendo chi detiene potere”.

Non è una somma di episodi isolati, ma un fenomeno sistemico che attraversa spazio, cultura, educazione e politiche pubbliche. Come sottolineano le attiviste di Non Una di Meno, l’analisi del singolo caso rischia così di essere svuotata del suo significato politico, trasformandosi in una narrazione intermittente, emergenziale, incapace di produrre cambiamenti duraturi.

Non sono la telecamera o la volante della polizia fuori dalla stazione della metro di Jonio che impediranno alla prossima studentessa di avere paura di girare per Roma di notte, come non sarà la condanna esemplare di Turetta a evitare il prossimo femminicidio. Come spiegano le esperte, contrastare la violenza di genere richiede un’azione su più livelli: ripensare gli spazi urbani, affinché siano realmente attraversabili e abitabili dalle donne; investire sull’educazione sessuo-affettiva fin dall’infanzia; garantire risposte tempestive, coordinate e competenti da parte delle forze dell’ordine e dei servizi socio-sanitari.

Guardare all’esperienza della Spagna significa riconoscere che la sicurezza non è solo una questione di controllo, ma di progettazione, cultura e politiche strutturali. Anche l’Italia, se vuole affrontare seriamente il problema, dovrebbe intraprendere per il 2026 una riforma profonda che tenga insieme sicurezza e diritti, restituendo alla città il suo ruolo di spazio condiviso, vivo e realmente accessibile a tutte e tutti.

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