Politica
L’estate particolare dell’undicenne Nico, “Gioia mia” novanta minuti di puro cinema
Nel 2024 il miglior esordio al lungometraggio è stato di gran lunga Diciannove del ventottenne palermitano Giovanni Tortorici, storia surreale e acida dei primi passi universitari di Leonardo (Manfredo Marini), giovane antimoderno molto amante di Leopardi e per nulla di Pasolini. Il 2025 agli sgoccioli ha regalato un altro debutto, degno del podio più alto, quello di Margherita Spampinato, quarantasei anni e pure lei di Palermo, con Gioia mia, 90 minuti di puro cinema, affettuosamente calibrati sull’estate particolare dell’undicenne Nico (Marco Fiore), costretto a raggiungere nel capoluogo siciliano la vecchia zia Gela (Aurora Quattrocchi) causa impegni lavorativi dei genitori e forfait della baby sitter Violetta (Camille Dugay Comencini) ormai prossima al matrimonio, evento funesto per Nico, a lei legatissimo.
Il film, immerso in una luce abbacinante e indolente, non è abitato da adulti “operativi”, come genitori o insegnanti. La scena, un vetusto palazzo davanti al blu, è tutta di Gela col gruppetto solidale di nonne cuciniere e dei bambini che galoppano nella corte interna tra rincorse e partite di pallone.
La cartolina di un’Italia anni Cinquanta, insomma, dove Nico arriva malvolentieri e si sente a disagio. “Mi avete spedito nel Medioevo”, dice alla madre in una delle rare telefonate.
In casa di Gela, un grande appartamento costellato, dai muri ai tavolini alla credenza, di statuette e immagini sacre, tra cui un Cristo col cuore in mano in effetti conturbante, si respira un’aria arcaica e Nico, piovuto dal nord, va subito in attrito con l’anziana e burbera parente, per nulla incline a mutare, nonostante il nipote, abitudini e regole di casa. Di pomeriggio le imposte vanno chiuse per temperare la calura, è d’obbligo il riposino pomeridiano in pigiama e – inconcepibile per il ragazzino – il wifi non è così efficiente.
Il divieto di usare lo smartphone durante la giornata incornicia un quadro desolante per il piccolo metropolitano. “Scendi a giocare” Nell’attrito di modernità un po’ bolsa e ferrea tradizione, incredulità e religiosità, esplodono litigi e battibecchi, Nico, davanti a un piatto di sarde a beccafico si ribella:
“Non c’è da mangiare qualcosa di normale?”. E Gela:
“Scendi a giocare, vuoi stare seduto lì tutto il giorno?”. Ma l’estate è sospensione, è divenire, apre spazio alla confidenza, all’osservazione reciproca.
Il giovane ospite è curioso, scova vecchie foto di Gela da ragazza, viene ammaliato non dai superbi cannoli offerti durante la briscola pomeridiana da una delle amiche della zia, ma dalla leggenda condominiale sul fantasma che infesterebbe un appartamento all’ultimo piano: tremano lampadari, si avvertono rumori striduli. Dopo un inizio dispettoso e diffidente, la piccola ciurma del cortile accetta il nuovo arrivato.
Rosa (Martina Ziami) è la capobanda, Nico si affeziona ricambiato e insieme salgono a esplorare l’appartamento “maledetto”. Aperta la porta con l’aiuto di una lastra radiografica – una specialità della ragazzina – penetreranno nel territorio di una presenza a modo suo spettrale, perché dominata da un’aspra solitudine.
Non sveliamo il piccolo arcano, un twist narrativo felice insieme a molti altri, come la bugia di Nico a Rosa, quando, per fare colpo, le fa credere che la sua diletta baby sitter è morta, mentre riesce solo a deluderla (per un po’). O la tenerezza del nipote, ormai affascinato da quella way of life a misura di sogni e scoperte, quando la zia patisce la morte del suo amato cagnolino, un bulldog inglese asmatico e caracollante.
Gela, in un montare di confidenza, gli ha raccontato per di più un suo antico dramma esistenziale, il ragazzino ha cuore e per risollevarne l’umore le prepara i “piatti fondamentali” – così li definisce la zia – della cucina siciliana, tra cui una caponata. In Gioia mia, così le nonne chiamano Nico, i bambini parlano come i bambini, non sono saccenti filosofi in erba grazie a una presunta, superiore innocenza, vedi tante insopportabili fiction.
Sono ragazzini che sperimentano il lutto, i rimpianti. Rubano baci.
Trascinati dal torrente della vita, stracolmi di stupore, imparano a vedere, si bagnano nel mare di una felice irrequietezza mentre di fronte a loro, sotto gli ombrelloni, Gela e le altre anziane si concedono, dall’alto degli anni, un po’ di serena saggezza. Margherita Spampinato ha molto lavorato nel cinema come segretaria di edizione, maturando un occhio attento alla composizione e alla continuità filmica.
E qui se ne avvale in prima persona da regista sceneggiatrice e montatrice, governando con mano sicura il tempo narrativo. Accende l’attenzione, alternando momenti di ordinaria quiete e di tensione, rende naturale allo spettatore una piena immersione nella storia, creando attese e partecipazione emotiva con “materiali” quotidiani.
È la magia del cinema quando è benedetto dalla grazia e l’artificio, l’astrattezza possiede una illuminante concretezza, affonda i denti nel reale del nostro vissuto (o immaginato) Marco Fiore e Martina Ziami, grazie a una direzione sapiente, se la giocano con efficacia, Aurora Quattrocchi ha vinto il Pardo per la migliore interpretazione al Festival di Locarno. Ha sulle spalle, oltre a tanto cinema e tv, mezzo secolo di teatro e si fa ammirare per la suggestiva misura.
Producono Yagi Media e Arcopinto, distribuisce Fandango. L'articolo L’estate particolare dell’undicenne Nico, “Gioia mia” novanta minuti di puro cinema proviene da Strisciarossa.