Cultura
Elogio dell’errore per sopravvivere alla cultura della performance
Un vaso rotto e riparato con la tecnica ceramica del kintsugi, che mette in evidenza le fratture ricoprendole con foglia dʹoro. L’idea che fonda questa tendenza estetica, ben radicata nella cultura giapponese, è che gli errori, le ferite e le impefezioni non vanno nascoste ma valorizzate, perché possono diventare fonte di bellezza e di valore, rivelando la dignità della fragilità e la forza della rinascita. (© iStockphoto).
Errore. La scritta che appare sullo schermo per un istante ci lascia interdetti: esitiamo, mentre le nostre emozioni stanno appese tra due estremi contraddittori.
Da un lato, l’ideale di perfezione incarnato dalla tecnologia – con i suoi algoritmi efficienti, le diagnosi impeccabili, i calcoli di precisione assoluta – si erge a modello inarrivabile. Il mito dell’infallibilità, illustrato attraverso interfacce accattivanti e le procedure ottimizzate che ci restituiscono le macchine, si riverbera nelle nostre vite, generando un non trascurabile senso di inadeguatezza: in rapporto a software sempre più affidabili, ci sentiamo imperfetti, lenti, discontinui.
Eppure – qui sta il paradosso – non possiamo resistere alla tentazione di cercare la crepa nel cristallo e scopriamo di provare un certo piacere, per esempio, nel sottoporre gli oracoli digitali a stress test improvvisati, interrogandoli con domande capziose o assurde. La soddisfazione – quella che proviamo quando un’intelligenza artificiale si inceppa, si muove maldestramente sul piano metonimico o fornisce una risposta grottesca – è un fenomeno rivelatore, che non va derubricato a mera goliardia.
Emerge infatti, in contesti simili, un’intima Schadenfreude, gioia (per la quale la lingua tedesca ha trovato una collocazione lessicale ineccepibile) che sviluppiamo nei confronti del malanno altrui e che tradisce un bisogno umano profondo. È un altro nome che diamo al sollievo, balsamico benché effimero, di quando smascheriamo i piedi d’argilla del gigante.
Allo stesso modo, il momento di imbarazzo algoritmico, minuscola falla nel sistema (che tipicamente viene corretta al successivo aggiornamento dell’applicazione), ristabilisce, per qualche momento, l’equilibrio con l’umanità dell’utente che sta utilizzando la tecnologia. L’errore della macchina funziona quindi come uno specchio: in esso ci rappresentiamo e, per contrasto, riconosciamo i tratti che ci rendono unici – dall’intuizione al senso del contesto, fino alla capacità di comprendere (e commettere) errori creativi.
È l’imperfezione che, paradossalmente, ci fa sentire meno fragili, perché ci rammenta che la nostra intelligenza non è un insieme di dati da ordinare e analizzare, bensì un fenomeno complesso, in cui l’esperienza inevitabilmente si intreccia con livelli non binari di ambiguità. L’errore come eredità biologica e culturale Se di fronte all’errore della macchina proviamo un sollievo quasi infantile, la nostra proposta parte da un tentativo di rovesciamento della prospettiva comune: piuttosto che guardare allo sbaglio come a un difetto da estirpare, bisogna riconoscerlo come una forma di resistenza e resilienza specificamente umane.
L’imperfezione strutturale è il tratto che, per ora, ci distingue irrevocabilmente dall’artificiale e configura la nostra architettura di base. Siamo, per nostra natura, sistemi aperti e, a differenza dei software compartimentati nei rispettivi codici, veniamo attraversati da un flusso continuo di contaminazioni biologiche, animati da contraddizioni esistenziali, abitati da impulsi irrazionali e istinti destabilizzanti – ma è proprio tale instabilità a renderci adattivi e creativi.
Quando incontra un bug incoerente con la sua programmazione, la macchina va in tilt, si blocca, restituisce un messaggio di errore irreversibile. Il sistema umano, invece, possiede una straordinaria capacità di trasformare l’equivoco: lo accoglie, lo elabora, lo metabolizza e spesso riesce persino a trarne energia per compiere un salto in avanti.
Ugualmente, se un virus informatico può paralizzare un’intera rete, un parassita biologico, pur potendosi dimostrare letale, in milioni di anni di co-evoluzione ha spesso finito per integrarsi, diventando parte di un equilibrio più complesso. Al pari degli altri animali, gli umani sono organismi hackerati per natura: il genoma di ciascuno è il risultato di mutazioni casuali (errori di copiatura nel DNA) che, invece di cancellare il sistema, hanno aperto la strada a un’infinita biodiversità.
La logica dell’integrazione dell’errore è dunque presente in modo lampante in biologia: il corpo umano può essere letto come un ecosistema di “errori integrati” e di collaborazioni forzate divenute simbiosi, al punto che c’è chi corregge il termine individuo con simbionte o, arrotondando per eccesso, olobionte, facendo intendere che esiste una relazione profonda e strutturale con l’ambiente che ci circonda e determina1. All’interno di questo quadro, il microbioma, un multiverso di batteri, funghi e virus che abita il nostro intestino, la nostra pelle e le nostre mucose, rappresenta la prova (letteralmente) vivente che l’ideale di perfezione legato all’autosufficienza è poco più di una sterile illusione.
In contrasto con le narrazioni semplificate che elaboriamo per comodità descrittoria, nessuno di noi può ritenere di essere un’entità pura e autarchica; formiamo, piuttosto, un super-organismo2, all’interno del quale vige un patto collettivo stretto con milioni di altre forme di vita, molte delle quali sono state un tempo nemiche. La nostra salute non è data dall’assenza di agenti estranei, ma è frutto dell’equilibrio dinamico e negoziato con essi.
Sulla medesima lunghezza d’onda, possiamo considerare il sistema immunitario come esempio di apprendimento attraverso l’errore, di intelligenza biologica fluida, che si affina sbagliando. Quando un patogeno sconosciuto all’ordinario funzionamento del corpo fa fallo e ci invade, il sistema può inizialmente non farcela, permettendo l’insorgere della malattia.
Tuttavia, molto spesso da quel fallimento la struttura vivente impara, ovvero, attraverso quell’inciampo, produce anticorpi, aggiorna le sue difese e memorizza la soluzione per il futuro. La resilienza immunitaria nasce, quindi, dalla sconfitta più che dall’invulnerabilità.
Roberto Esposito mette bene in luce la dialettica tra apertura e chiusura dei sistemi, evidenziando che un’eccessiva protezione (immunitaria) può trasformarsi in qualcosa che danneggia inesorabilmente la vita della communitas a cui si applica: emblematico è il caso dell’autoimmunità, noto fenomeno in cui il sistema immunitario, per eccesso di difesa, finisce per attaccare cellule e tessuti dell’organismo stesso, generando malattie croniche e debilitanti3. È un processo di continuo aggiustamento, ben lontano dall’ideale di perfetta previsione.
In questa luce, l’errore rappresenta il meccanismo attraverso cui la vita si è sofisticata e rafforzata. Il principio biologico richiamato trova corrispondenza anche nel regno della cultura e del pensiero, dove l’innovazione, artistica o scientifica che sia, raramente è il risultato di un piano lineare e impeccabile.
Molto più frequentemente, si tratta del frutto di un happy accident, una deviazione imprevista, di un “errore” che apre una prospettiva inedita: è risaputo che la penicillina fu scoperta per una coltura di batteri lasciata incustodita4 e che il forno a microonde nacque dall’osservazione che un magnetron “fallato” scioglieva una barretta di cioccolato nella tasca di un ingegnere5. Entrambi gli episodi, e se ne potrebbero citare molti altri6, non vanno relegati nel range delle mere coincidenze, poiché ci permettono di rilevare dati significativi sulla natura intima della nostra cognizione.
Funzioniamo all’opposto di come si articola una logica binaria: la nostra intelligenza non elimina il rumore di fondo per cercare un segnale puro – essa si nutre attivamente di caos, è immersa nell’ambiguità e viene fomentata dalle contraddizioni. L’intuizione artistica, il pensiero laterale, le soluzioni non lineari – tutto ciò che la macchina ancora non possiede e forse non possiederà mai – nascono proprio da questo fruttuoso intreccio di razionale e irrazionale, di ordine e disordine.
L’artista, al pari dello scienziato geniale (che non a caso la vulgata addita come “pazzo”), colloca la sua opera proprio nella zona grigia dove un errore cessa di essere tale e diventa il seme di una nuova grammatica: se per l’algoritmo l’errore rappresenta la resistenza all’efficienza dell’impianto, nel sistema umano uno schizzo mal riuscito suggerisce una forma nuova e un’ipotesi scientifica sbagliata può indirizzare la mente verso percorsi alternativi ancora inesplorati, ma potenzialmente innovativi. Qualcuno si spinge a identificare nell’imperfezione il quid dell’evoluzione, principio e motore della storia naturale in quanto tale.
Tra costoro, senza dubbio Telmo Pievani, che scrive: In principio fu l’imperfezione.
Una disobbedienza all’ordine precostituito, una ribellione senza testimoni, nel cuore della più buia delle notti. Qualcosa si ruppe nella simmetria, 13,82 miliardi di anni fa.
Si alzò un soffio impercettibile, e la grande matita dell’universo cadde rovinosamente da una parte e non dall’altra. Una piccola, infinitesimale anomalia divenne scaturigine d’ogni cosa.7 La sua riflessione incide un epitaffio sull’ideale armonico di perfezione che abbiamo problematizzato: ci spiega l’autore, che fu una piccola incrinatura nella simmetria a spalancare la strada alla complessità, alla diversità e, infine, alla possibilità stessa del darsi di vita e pensiero.
Dalla competizione al coworking Se l’errore, come abbiamo provato a mostrare, è uno dei nostri tratti distintivi ed esso fa tutt’uno con la creatività, ne consegue che tentare di competere con le macchine sul loro terreno – della velocità di calcolo, dell’accuratezza implacabile, della coerenza logica senza sbavature – ci ingaggia in una battaglia persa in partenza, oltre a rappresentare un tragico fraintendimento della nostra natura. Come se chiedessimo a un essere umano di gareggiare in velocità con un aeroplano: non solo perderebbe, ma sprecherebbe la sua energia in una prova che non valorizza alcuna delle sue reali capacità.
L’unica prospettiva feconda, allora, è un ribaltamento del paradigma: si tratta di abbandonare la logica della sostituzione per abbracciare quella dell’integrazione proficua, del coworking consapevole, in forza del quale perde senso chiederci come possiamo essere più simili a una macchina, essendo molto più utile concentrarci su un altro quesito, ovvero: cosa sanno fare le macchine che può favorire il nostro essere (ancora più) umani? Il vero potenziale dell’attuale tecnologia sta nella simbiosi tra umano e macchinico, perché il fatto che i dispositivi ci sollevino facilmente dal peso del puro calcolo e dell’elaborazione di big data ci permette di dedicarci a ciò che ci contraddistingue: la formulazione delle domande giuste (a cui non deve corrispondere sempre la ricerca di una risposta esatta), la navigazione nell’ambiguità di contesti reali, la gestione delle contraddizioni emotive, l’interpretazione dei significati profondi, l’atto della creazione che parte dal caos.
In questo modello, l’umano e la macchina diventano componenti di un unico sistema cognitivo esteso, dove la macchina funziona come una potentissima protesi della ragione, capace di modellizzare, ottimizzare e prevedere, con una precisione per noi inarrivabile, mentre l’umano fornisce al sistema l’intenzione, l’etica, la curiosità disinteressata, la sensibilità estetica e la capacità di giudizio in condizioni di incertezza – una sorta di collaborazione tra il cervello e la mano, ma su scala epistemologica. Come scriveva il filosofo André Leroi-Gourhan, l’evoluzione umana è una storia di esternalizzazione di funzioni in strumenti tecnici:
La specie umana si modifica un po’ ogni volta che mutano gli utensili e le istituzioni. Sebbene propria dell’uomo, la coerenza delle trasformazioni che toccano tutta la struttura dell’organismo collettivo è dello stesso ordine di quella delle trasformazioni che riguardano tutti gli individui di una collettività animale.
I rapporti sociali assumono un carattere nuovo a partire dall’esteriorizzazione illimitata dalla forza motrice; un osservatore non umano e in grado di restare estraneo alle spiegazioni cui la storia e la filosofia ci hanno abituati distinguerebbe l’uomo del secolo XVIII da quello del XX come noi distinguiamo il leone e la tigre, il lupo e il cane.8 L’IA è l’ultimo capitolo di questa storia: stiamo esternalizzando parti della nostra ragione per potenziarla e continuare così il nostro percorso evolutivo. Piccolo manifesto per l’imperfezione In coda al ragionamento, e in esplicito contrasto con l’ossessione contemporanea per l’ottimizzazione e l’infallibilità, ci permettiamo di proporre un decalogo per una riconquista dell’umano, attraverso il valore fondativo dell’imperfezione.
Questo piccolo manifesto celebra la negligenza come atto di resistenza consapevole verso ogni forma di tecno-determinismo che intenda appiattire la complessità dell’esperienza umana. Coltivare l’error literacy come palestra della mente: educare all’errore significa trasformarlo da colpa inopportuna a strumento di indagine.
Promuovere un’alfabetizzazione all’errore è l’atto fondativo di una didattica che valorizza il processo prima del risultato, liberando l’apprendimento dall’ansia controproducente della prestazione perfetta. Nelle pieghe dell’incertezza forgiamo il pensiero critico, la resilienza e la capacità di confrontarci con l’ignoto.
Progettare tecnologie porose: abbandoniamo l’ideale della macchina ermetica e inviolabile, ispirandoci, nella programmazione, ai sistemi biologici, resilienti perché adattivi e imperfetti. Favoriamo lo sviluppo di algoritmi che incorporano un margine di fallibilità e la vulnerabilità come risorsa progettuale.
Abbracciare un’etica della fragilità: riconosciamo il valore della debolezza. Inaffidabilità, lentezza, necessità di relazione non sono limiti, ma anticorpi contro l’utopia dell’ottimizzazione.
Queste imperfezioni ci costringono alla negoziazione, ma anche all’empatia, in vista della costruzione di un sentire condiviso. Praticare l’arte come esercizio di liberazione dall’utile: nell’arte, l’errore diventa scoperta.
È il regno del non pianificato, dell’happy accident che sovverte il calcolo. Valorizzare la pratica artistica significa custodire uno spazio in cui l’imperfezione viene celebrata come canale d’accesso all’originalità.
Costruire comunità accoglienti: una società che accoglie l’imperfezione investe sulla comunità, sulla mutualità, sulla capacità di prendersi cura di chi è in difficoltà. È un ecosistema che trae forza dalla diversità e dalla fragilità dei suoi componenti.
Riscoprire il tempo profondo: in un mondo ossessionato dalla velocità, la lentezza diventa un atto di resistenza. Rallentare significa concedersi il tempo di sbagliare, di ponderare, di ascoltare, vuol dire rifiutare la tirannia dell’efficientamento per riscoprire il valore della cura attenta.
Esercitare l’umiltà epistemica: riconosciamo i limiti della nostra conoscenza. L’umiltà epistemica è di chi sa di non sapere, rimanendo aperto al dubbio e alla revisione.
È l’atteggiamento opposto alla presunzione di un sapere algoritmico totale e chiuso – e guarda alla comprensione come a un processo mai concluso. Adottare un pensiero ecologico: la natura non produce scarti né perfezioni assolute, ma sistemi in equilibrio dinamico.
Pensare ecologicamente significa accettare la complessità, le relazioni e le imperfezioni degli ambienti come modello per la nostra vita sociale, economica e tecnologica. Valorizzare la noia: difendiamo il diritto al tedio, all’ozio, al non essere sempre produttivi.
È in questi spazi vuoti, in questi errori nel sistema dell’attività efficace, che fioriscono l’introspezione e le connessioni impreviste. La noia è un terreno fertile che la cultura della performance sta sterilizzando.
Rivendicare la legittimità della disconnessione: affermiamo il diritto all’inattualità, a non essere sempre raggiungibili, reattivi e connessi. La disconnessione è un atto di sovranità sulla propria attenzione e sul proprio tempo.
È la scelta consapevole di sottrarsi al circuito iper-performativo della prestazione per riconquistare uno sguardo, magari imperfetto, ma autentico, sul mondo. Note S.F. Gilbert, J. Sapp, A.I. Tauber, A symbiotic view of life:
We have never been individuals, in «The Quarterly Review of Biology», 87/4, 2021, pp. 325-341. Di superorganismo hanno parlato innanzitutto B. Hölldobler e E.O. Wilson in Il superorganismo.
Bellezza, eleganza e stranezza delle società degli insetti (trad. it di I. C. Blum), Adelphi, Milano 2011, benché in relazione alle comunità di insetti. L’idea di un insieme di individui che si fa organismo collettivo è biunivoca e vale anche per l’altra direzione prospettica: tanto quanto è organica la società di api consorziate nello spazio dell’alveare, ugualmente, dell’organismo singolarmente inteso vanno considerate le componenti apparentemente esogene che collaborano alla definizione della sua identità.
Queste riflessioni sono state raccolte nell’arco di un ventennio di ricerca del filosofo, a partire da Communitas. Origine e destino della comunità (R.
Esposito, Einaudi, Torino 1998) e Immunitas. Protezione e negazione della vita (Id., Einaudi, Torino 2002), fino a giungere, più recentemente, a Immunità comune.
Biopolitica all’epoca della pandemia (Id., Einaudi, Torino 2022), dove la crisi sanitaria globale ha offerto un nuovo terreno di riflessione e attualizzazione dell’argomento. Cfr.
R. Gaynes, The Discovery of Penicillin. New Insights After More Than 75 Years of Clinical Use, in «Emerg Infect Dis» 23/5 (maggio 2017), pp. 849-53.
Cfr. Percy Spencer.
Microwave Oven, in «LemelsonMIT», https://lemelson.mit.edu/resources/percy-spencer (ultimo accesso 13 settembre 2025). Si veda il godibilissimo M. Livio, Brilliant Blunders:
From Darwin to Einstein. Colossal Mistakes by Great Scientists That Changed Our Understanding of Life and the Universe, Simon & Schuster, New York 2013.
T. Pievani, Imperfezione. Una storia naturale, Raffaello Cortina, Milano 2019, p.
9. A. Leroi-Gourhan, Il gesto e la parola, in 2 voll., trad. it di F. Zannino, Einaudi, Torino 1977, vol.
II, p. 291.
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