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Politica

Un anno di “re pazzo” Trump che gioca con gli esseri umani e col mondo come il piccolo dittatore

Venerdì 23 gennaio 2026 ore 10:36 Fonte: Strisciarossa
Un anno di “re pazzo” Trump che gioca con gli esseri umani e col mondo come il piccolo dittatore
Strisciarossa

Un anno ed un quarto di millennio. L’anno è quello che, giusto ieri, è trascorso dal giorno in cui, nella Rotunda di Capitol Hill, Donald J. Trump, già 45esimo ed ora 47esimo presidente degli Stati Uniti d’America, ha pronunciato il suo secondo discorso inaugurale.

Ed il quarto di millennio è quello che, in questo 2026, definisce l’ormai veneranda età degli Stati Uniti d’America. O, più esattamente, marca i 250 anni che ci separano dalla frase – quella che apre la Dichiarazione d’Indipendenza – che, pur all’ombra d’una economia in parte vitale sostenuta dalla “peculiare istituzione” della schiavitù, proclamò l’eguaglianza di tutti gli uomini da Dio creati ed il loro “inalienabile diritto” alla vita, alla libertà ed alla “ricerca della felicità”.

Inevitabile domanda: in che stato l’America ed il mondo vanno oggi accogliendo questo duplice anniversario? E questa – se rivolta a quanti non abbiano, nell’ultimo anno, vissuto in totale eremitaggio – potrebbe tranquillamente essere, ridotta all’osso d’un solo vocabolo, la risposta:

Groenlandia. O, in alternativa, riassunta nella pronuncia d’un solo nome:

Renee Good. Groenlandia, ovviamente, come la gigantesca isola artica, da 300 anni parte semi-autonoma della Danimarca, che Donald Trump – “sarà nostra con le buone o con le cattive” – va minacciosamente e reiteratamente reclamando, avanzando argomentazioni che, assurde nella loro totalità, in più parti con assoluta chiarezza (vedi la lettera da Trump tre giorni fa inviata al Primo Ministro norvegese Jonas Gahr Støre) rivelano elementi di senile demenza (fenomeno popolarmente noto come rimbambimento).

E Renee Good, come si chiamava la mamma trentasettenne che, solo qualche giorno fa, a Minneapolis, è stata, prima trucidata, di fatto a sangue freddo, da uno degli sgherri dell’ICE e, quindi, da Trump definita, in sfrontato contrasto con ogni evidenza, una “terrorista domestica”. Un anno fa, subito dopo la cerimonia inaugurale, molti (e tra questi StrisciaRossa, che qui sotto citiamo) avevano sottolineato come lo sconclusionato ma estremamente aggressivo discorso di Donald Trump avesse, a suo modo, “chiuso il cerchio” d’una rivoluzione – quella americana, per l’appunto – che, “apertasi un quarto di millennio orsono con un’insurrezione contro un ‘re pazzo’, nelle mani di un nuovo re pazzo, democraticamente eletto, ha ora, corsi e ricorsi della Storia, ultimato la sua parabola storica”.

Il primo “re pazzo” era, ovviamente, George III, Sua Maestà Britannica le cui malefatte la Dichiarazione d’Indipendenza, capolavoro politico-lretterario di Thomas Jefferson, va meticolosamente elencando. I migliori testi di Storia puntualmente ci raccontano come, in realtà, re Giorgio pazzo non fosse affatto.

O, meglio, come non lo fosse prima di quel fatidico 1776 (la sua follia, storicamente documentata, si è infatti manifestata per la prima volta, pare a causa d’una forma di bipolarismo che ai tempi si chiamava “porphyria”, nel 1783, quando la separazione tra le 13 colonie americane e la Madre Patria già s’era di fatto consumata. E certo è che, per nulla pazzo (o, almeno, non ancora pazzo), George III neppure era – in una Gran Bretagna già trasfigurata “Glorious Revolution” del 1688 e dal conseguente “Bill of Rights” – un sovrano assoluto.

Se a lui e soltanto a lui – ed in forma estremamente personalizzata – Thomas Jefferson attribuì, le ragioni della rottura, fu soprattutto, spiegano gli storici, per concretamente sottolineare, da convinto illuminista, la superiorità della forma di governo repubblicana e delle repubblicane virtù da lui decantate in tutti i suoi scritti. Il secondo “re pazzo” – un re che, nelle sue intenzioni e nei comportamenti, più assoluto non potrebbe essere – è, naturalmente, Donald J. Trump.

E per misurare la sua follia, ormai trasfiguratasi in una sorta di “stupefacente normalità” – stupefacente perché riesce sempre, quando sembra aver toccato il fondo, a superare se stessa e, al tempo stesso, “normale” perché diventata, nel suo continuo superarsi, una sorta di routine fatalmente accettata – basta fare, con un piccolo sforzo di fantasia, un balzo all’indietro di, diciamo una ventina d’anni. Più specificamente: provando ad immaginare – prendendo come base di riferimento il tradizionale meeting di Davos, teatro, giusto ieri, dell’ultima pubblica performance di Donald Trump – quel che sarebbe accaduto se, ai tempi, il presidente Usa in carica si fosse presentato nella ridente cittadina svizzera pronunciando un discorso analogo a quello che Trump ha regalato ieri ai capi di Stato ed ai grandi imprenditori presenti in sala.

Presidente era, nel 2006, un altro repubblicano: George W. Bush (sì, quello della invasione dell’Iraq e della “guerra infinita”).

E d’una cosa – a dispetto di tutto il male che di lui e dei repubblicani del tempo va detto – si può esser assolutamente certi. Avesse dovuto, Bush, chiedere come un atto dovuto, in quel di Davos o altrove, la consegna, “con le buone o con le cattive”, della Groenlandia, il giorno stesso sarebbe scattato, per iniziativa del suo stesso partito e degli stessi membri del suo governo, il famoso 25esimo emendamento della Costituzione, quello che perentoriamente afferma come “in qualunque momento, gli Stati Uniti” debbano avere un Presidente ed un Vicepresidente funzionanti”.

E come, nel caso che così non sia – ovvero, nel caso che il presidente non sia mentalmente o fisicamente più in grado di “adempiere ai doveri del suo ufficio” – sia per il bene della Nazione, consentito agli altri membri del potere esecutivo, o al Congresso, destituirlo temporaneamente, rimpiazzandolo con qualcuno sano di mente e fisicamente abile. Altri tempi.

Due giorni fa, a Davos – prima del “dietro-front col quale ha annunciato una “ipotesi d’accordo con la Nano – il “re pazzo” Donald Trump ha potuto tranquillamente, applaudito dai membri del suo governo al seguito, rivendicare la “proprietà” della Groenlandia sulla base d’una ricostruzione storica assolutamente ridicola. Con l’aggiunta – in un discorso-minestrone di oltre un’ora – d’una lunga serie d’auto-esaltanti e già più volte ripetute fesserie.

Dalle “otto guerre” da lui terminate e scandalosamente ignorate dai “norvegesi” a carico del premio Nobel per la Pace, alla diminuzione del 97per cento nei traffici di droga conseguita grazie dai suoi attacchi – con crimini di guerra allegati – ad una serie di lance nei Caraibi e nel Pacifico, al gigantesco deficit USA a suo dire principalmente causato dalle truffe ordite, ai danni dei sistemi welfare statali, dalla comunità somala del Minnesota (comunità formata, ha tenuto a sottolineare Trump riesumando le più trite banalità del più classico razzismo, da gente di “intelligenza inferiore”), alla Cina che, secondo lui, esporta in tutto il mondo, ma non usa nel suo territorio i – da Trump visceralmente odiati – mulini a vento (la Cina ha, in realtà, la più ampia sovrastruttura d’energia eolica dell’intero pianeta). Il tutto coronato – a testimonianza d’un potere assoluto al punto da domare anche le regole della più elementare aritmetica – dalla reiterazione di quello che il presidente Usa considera, ovviamente mentendo, uno dei suoi più grandi successi: la diminuzione del “500, 600, 700 e persino 800 per cento” del prezzo dei medicinali negli Usa.

E Renee Good? Che c’entra Renee Good con le smanie del “re pazzo”?

C’entra, perché di questa follia, pericolosa e ridicola in ogni sua parte, mostra senza filtri il lato più infame, più disumano. E perché torna a dimostrare, con macabro nitore, un’antica verità: come la violenza e la stupidità siano, da sempre, parenti strette.

E come entrambi entrino ovunque in naturale simbiosi con il potere assoluto (o con quello che, come nel caso di Trump, tale pretende d’essere). I fatti sono noti.

Renee Good, è stata uccisa con tre colpi di pistola nella sua auto nel quartiere dove abitava, ad un tiro di schioppo da casa sua, poco dopo aver lasciato suo figlio di tre anni nella vicina scuola materna. E tanto la responsabile del Department of Homeland Security, Kristi Noem (sì, ancora lei, quella che ammazzò a fucilate il cucciolo di spinone che le aveva, per indisciplina, rovinato una battuta di caccia), quanto il medesimo presidente Trump subito si sono affrettati a definire il suo omicidio, un atto di legittima difesa a fronte di un “episodio di terrorismo domestico”.

Semplicemente: Renee Good aveva “volutamente e perversamente” (Trump dixit) tentato di investire un agente dell’ICE impegnato in una operazione anti-immigrazione.

Agente che poi – a causa delle ferite riportate nell’investimento – era stato ricoverato in gravi condizioni in ospedale. Se l’agente – un “eroe”, secondo la Noem – aveva sparato era perché, mors tua vita mea, la “terrorista” Renee Good non gli aveva lasciato altra scelta.

Tutti i video disponibili – video che tanto la Noem quanto Trump affermavano d’aver attentamente esaminato – dimostravano in realtà l’esatto contrario. Ed il contrario continuano a dimostrare più vengono, giorno dopo giorno, esaminati e vivisezionati, non solo dagli esperti in materia, ma da chiunque non sia cieco (o accecato dal suo fanatismo).

Circondata da uomini mascherati ed armati, Renee voleva semplicemente allontanarsi. E in nessun momento i suoi movimenti hanno messo in pericolo la vita di qualsivoglia agente.

Tutto chiaro, tutto inequivocabile. Si trattasse d’un brano musicale, questa lunga sequenza di videoclip sarebbe una sinfonia con una sola nota.

Sicuramente noiosa, ma assolutamente solare nella sua evidenza. E proprio questo è il lato più biecamente singolare della storia: ad arricchire con le adeguate parole – le parole che, combinate con immagini, trasformano una canzone in una storia – ha provveduto proprio il governo di Donald Trump, diffondendo on line, attraverso media affini, quella che doveva essere la prova provata, ufficialmente definitiva, dell’atto di “terrorismo” commesso da Renee.

Si tratta delle immagini riprese, via cellulare, dal medesimo agente le aveva sparato. Che cosa dimostravano (e dimostrano) quelle immagini?

Assolutamente nulla. O, meglio: assolutamente tutto, nel senso che in nessuna parte smentiscono quel che, con inequivocabile chiarezza, si poteva scorgere in tutti gli altri video.

Con la particolarità, tuttavia, d’aggiungere, per l’appunto, parole ad una musica risaputa, regalando alla storia, con due battute – due lampi nel buio in effetti – un inizio ed un epilogo. L’inizio è quello che mostra l’interno di una tipica auto terrorista pronta a falciare la folla, come a Nizza nel luglio del 2016, o a Barcellona nell’agosto del 2017.

Un cagnolino spaventato accucciato nel sedile posteriore, un orsacchiotto di peluche – presumibilmente un giocattolo del figlio – appoggiato sul cruscotto. Ed una donna sorridente (Renee) che dal finestrino apertodice agli uomini mascherati che circondano l’auto:

“It’s fine, dude, I’m not mad at you..”. Tutto bene, amico, non ce l’ho con te.

Quindi l’epilogo: tre (forse quattro) esplosioni ed una voce – quella dell’agente che ha sparato, lo stesso che in altre immagini apparirà mentre cammina in perfetto stato di salute – che grida: “ Fucking bitch” (al lettore il compito di tradurre adeguatamente in italiano quello che, in inglese, è il più volgare degli insulti rivolgibili a una donna). La storia è, nella sua più profonda, essenziale verità, tutta qui: raccontata, parole e musica, grazie al video che, a riprova della stupidità che tanto felicemente si sposa con la violenza, lo stesso governo ha messo in circolazione.

E questo a dimostrazione d’una verità – la sua,l’unica accettabile – che ancor oggi Trump continua imperterrito a ripetere. E che, in realtà, non è che una forma assoluta di menzogna.

Assoluta perché, nella sua ovvietà, non può essere controbattuta (come si può dimostrare il contrario a chi, negando quel che vedono i suoi stessi occhi, afferma che il bianco è nero e che il nero è bianco?). Ed assoluta, soprattutto, perché garantita da un potere che assoluto si considera. E che, nella sua assolutezza ha, per l’appunto, la facoltà di trasformare il nero in bianco ed il bianco in nero. Mento perché ho il potere per farlo.

E tanto vi basti. E, nel caso non vi bastasse, quel medesimo potere può fare anche di peggio.

Molto peggio. Solo qualche giorno fa, durante una intervista su CNN, uno degli anchorman della rete, Jack Tapper, ha chiesto a Kristi Noem se il “fucking bitch” che si ascolta nel video appartiene ad uno degli agenti dell’ICE.

E questa – accompagnata da un ghigno che, di fatto, è la fotografia dell’anima sua e di quella di tutta l’Amministrazione Trump – è stata la risposta della responsabile del DHS: “Probabilmente sì”.

Come a dire: e va bene così. Questo governo non solo rivendica il diritto di uccidere, ma anche quello di sputare sui cadaveri di chi uccide.

La cosa non sorprende. Solo qualche mese fa, lo stesso Trump aveva – preannunciando un prossimo invio di truppe anti-immigrazione nella città di Chicago – diffuso su TruthSocial un meme di se stesso, laddove, sullo sfondo d’una scena di guerra (elicotteri in volo, fuoco e fiamme), si mostrava nei panni d’uno dei personaggi di “Apocalypse Now”, il film di Francis Ford Coppola, che, rieditando il “Cuore di tenebra” di Joseph Konrad, fu (ed ancora è) una grande metafora della guerra in Vietnam e, in effetti, d’ogni guerra.

Il personaggio è il colonnello Kilgore, nel film magistralmente interpretato da Robert Duval. E non c’è possibilità di equivoco.

Nell’opera di Coppola, Kilgore è un criminale di guerra, la cui più celebre battuta -“I love the smell of napalm in the morning”. Adoro l’odore del napalm di mattina – Trump debitamente parafrasa, mettendola in bocca a se stesso, in “Io adoro l’odore delle deportazioni di mattina”.

Con una molto sinistra aggiunta: “Presto gli abitanti di Chicago capiranno perché il Dipartimento della difesa è stato da me ribattezzato in Dipartimento della guerra”.

Oggi quest’uomo che si riconosce in un criminale di guerra e che, al risveglio ama annusar l’aria per sentire l’odore delle deportazioni e del napalm, va con crescente iattanza reclamando cose per sé e per l’America che, a sua immagine e somiglianza, vuol far ritornare grande. E che, in effetti, a sua immagine e somiglianza, mai è stata tanto piccola, Lo fa con la petulanza del bambino viziato – il Nobel per la Pace è mio – e con la prepotenza di un molto manesco padrone del vapore.

Ieri il Venezuela, trasformato in un protettorato petrolifero vecchia maniera, oggi la Groenlandia, domani chissà. E questo mentre, in casa, la sua polizia segreta uccide innocenti e sputa sui loro cadaveri.

Thomas Friedman, storico columnist del New York Times, questo, a commento della performance trumpiana a Davos, ha scritto ieri in un editoriale: “Ho sempre pensato che Trump agisca ispirato da un sistema di valori completamente distorto, e che non ha base alcuna nelle idee sulle quali la ‘America si fonda.

Trump, semplicemente, favorisce qualsiasi leader che sia forte, non importa cosa faccia con quella forza; qualsivoglia leader che sia ricco e possa quindi arricchire Trump, non importa cosa faccia il leader con quei soldi o come li abbia ottenuti; e qualsiasi leader che lo lusinghi, non importa quanto palesemente fasulla sia questa adulazione…. For all those reasons Trump is the most un-American president in our history”.

Per queste Ragioni, continua Friedman, Trump è il più an-americano presidente della nostra Storia.. Il “sistema di valori” di Donald Trump consiste, in realtà, nel non avere, al di lá di se stesso, valore alcuno.

È attorno a questa assenza (e in virtù di questa assenza) che oggi attorno a Trump si coalizzano, unite solo dal culto del “grande leader”, forze che vanno dal vecchio bigottismo religioso, al più trazionale razzismo della supremazia bianca, alla xenofobia, alle ambizioni “libertarie” d’un capitalismo “avanzato” che considera obsoleta ogni forma di democrazia. Tutte forze che da sempre, come contraltare all’eguaglianza proclamata nella Dichiarazione di Indipendenza – sono parte della Storia d’America.

Come l’Hitler del “Grande dittatore” di Charlie Chaplin, quest’uomo senza valori, questo vuoto riempito da forze avverse alla democrazia, sta oggi, circondato da cortigiani e sotto gli occhi di tutti, giocando a palla con il mappamondo. Il problema è: come fermarlo?

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