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Sudest asiatico. Tregua ed elezioni (difficili)
Emanuele Giordana Ci sono voluti tre giorni di trattative bilaterali. Poi, sabato mattina, Cambogia e Thailandia hanno firmato l’ennesimo cessate il fuoco.
Il terzo dal luglio scorso, alla fine di una prima guerra durata cinque giorni. L’ultimo chiude una nuova fase di conflitto durata tre settimane con un bilancio di oltre cento morti e centinaia di migliaia di sfollati.
E’ una tregua molto fragile in realtà, che si basa su un monitoraggio di 72 ore per vedere se funziona. E proprio alla viglia del cessate il fuoco, annunciato per il mezzogiorno di ieri, un soldato thai è rimasto ferito da una mina mentre altri due – denuncia l’esercito di Bangkok – sono stati raggiunti sul confine da proiettili nemici.
Il cessate il fuoco concordato in 16 punti è una riedizione allargata di quello già siglato in ottobre alla presenza di Donald Trump e va dal non utilizzo di mine alla cooperazione nella prevenzione e repressione dei crimini transnazionali, comprese le truffe informatiche e la tratta di esseri umani. Ma le parti hanno anche concordato che per ora i soldati non si ritirano dalle posizioni militari attuali che restano congelate.
C’è però una novità di rilievo: da oggi si svolgeranno nuovi colloqui in Cina per definire la questione dei confini tra i ministri degli Esteri di Bangkok e Phnom Penh alla presenza del plenipotenziario cinese Wang Yi. E’ indubbio che Pechino abbia messo tutto il suo peso diplomatico nella vicenda.
Vincendo l’ennesima battaglia con Trump la cui mediazione non aveva retto. L’accordo arriva alla vigilia di un altro appuntamento importante nel Sudest asiatico e cioè le elezioni politiche che si tengono in Myanmar a partire da oggi.
Elezioni che, oltre alla Resistenza che impegna la Giunta militare dal golpe del 1 febbraio 2021, parlamentari, organizzazioni di tutela dei diritti umani e persino governi hanno definito una farsa. La consultazione per altro si svolgerà nell’arco di un mese – il che già dice della difficoltà nel portarla avanti – in un Paese dove la Giunta golpista controlla solo una parte del territorio: un terzo del Paese e sacche qui e là nei diversi Stati.
La commissione elettorale – che ha escluso dalle urne la Lega nazionale per la democrazia di Aung San Suu Kyi (agli arresti e che già si era comunque espressa contro la consultazione) – aveva già reso noto che le elezioni si svolgeranno in sole 265 township (municipalità) su 330 e in tre fasi: dal 28 dicembre in 102; dall’11 gennaio 2026 in 100; dal 25 gennaio in 63. In molte di queste township non sarà comunque facile e molte zone rurali potrebbero venire escluse.
Inoltre, in alcuni Stati non si potrà proprio votare: nell’Arakan dove l’Arakan Army controlla ormai questi tutto lo Stato e così in gran parte delle aree Chin e Kachin e in alcune parti dello Shan. Anche nelle zone Karen, a Est, non sarà una passeggiata.
E non lo sarà nemmeno nelle zone Bamar (la comunità maggioritaria e, teoricamente, di riferimento per Tatmadaw, l’esercito in mano ai golpisti). Il governo clandestino (Nug), che ha definito la consultazione una “farsa vergognosa”, ha ribadito che non la riconoscerà come legittima e ha chiesto ai birmani di non partecipare.
Le elezioni, gestite sotto l’amministrazione di Min Aung Hlaing – il generalissimo per cui alla Corte penale interazionale pende la richiesta di spiccare un mandato di arresto – sono sostenute però da tre colossi: India, Russia e, soprattutto Cina, che dall’agosto del 2024, per bocca di Wang Yi, ha reso noto l’appoggio di Pechino a una via di “riconciliazione e transizione democratica”.
Per legittimarle la Giunta ha invitato osservatori internazionali che dovrebbero arrivare da Russia, Bielorussia, Cina, India , Kazakistan e Vietnam. L'articolo Sudest asiatico.
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