Martedì 17 febbraio 2026 ore 18:01

Politica

Starmer è ormai al capolinea, il Labour alle prese con una difficile successione

Lunedì 9 febbraio 2026 ore 14:23 Fonte: Strisciarossa
Starmer è ormai al capolinea, il Labour alle prese con una difficile successione
Strisciarossa

Come prima, peggio di prima. La crisi del governo Starmer, che si trascina da mesi dopo un anno e mezzo a Downing Street caratterizzati da catastrofici errori di giudizio, continui sbandamenti e una narrativa destrorsa e confusa, vede un’accelerazione importante con le dimissioni del capo di gabinetto di Starmer, Morgan McSweeney, nella mattina di domenica 8 febbraio.

Non un funzionario qualunque: McSweeney era molto più che un consigliere del Primo Ministro, e anche la definizione di stratega che supervisionava tutte le decisioni politicamente più importanti del partito e del governo rischia di essere riduttiva per un personaggio considerato a tal punto centrale nel sistema di potere di Starmer che si ritiene fosse stato lui stesso, e non Starmer, a costruirlo.

Keir Starmer McSweeney e la guerra alla segreteria Corbyn Tutto nasce negli anni della segreteria Corbyn, quando McSweeney diventa direttore del think tank Labour Together, e ne guida il rilancio, ufficialmente per unire le varie anime del partito, ma in verità per costruire una centrale operativa per preparare il dopo-Corbyn, che McSweeney immagina del tutto privo dell’influenza della sinistra corbynista. Raccoglie centinaia di migliaia di sterline di donazioni, la maggior parte delle quali senza dichiararle, lavora con MP moderati e media per produrre velenose veline volte ad attaccare Corbyn, principalmente sull’antisemitismo, e tramite una serie di sondaggi dei membri del partito e dell’elettorato, seleziona Keir Starmer come il leader più adatto al suo programma, come raccontato anche dal Times.

Fin dall’inizio pianifica meticolosamente le liste di amici e nemici interni ed esterni, su cui raccoglie informazioni dettagliate (anche spiando) sfruttando l’esperienza maturata quando iniziò a lavorare nel partito, nei primi anni duemila, al servizio del famigerato database Excalibur, un archivio di velenose veline su oppositori e giornalisti, organizzato da Peter Mandelson, l’architetto del New Labour di Blair. Appare dunque davvero come la chiusura di un cerchio lungo un quarto di secolo il fatto che proprio Peter Mandelson, il suo primo protettore nel partito, ha costretto McSweeney alle dimissioni e sta precipitando il governo nella fase terminale della sua crisi.

Tutto nasce dalla controversa decisione di nominare Mandelson, fuori dai giochi politici da diversi lustri per una serie di scandali legati a fondi non dichiarati e amicizie non commendevoli, ambasciatore negli Stati Uniti, decisione irrituale (non era un diplomatico di professione) presa da Starmer all’inizio del suo mandato su indicazione di McSweeney (come per tutte le sue decisioni importanti). Peter Mandelson con Starmer   Mandelson ambasciatore, una scelta folle Decisione demenziale non solo in quanto era noto da diversi anni che Mandelson figurasse negli Epstein files in quanto amico del finanziere  e stupratore seriale che procacciava sesso ai potenti, ma anche perché era chiarissimo che molto ancora doveva essere pubblicato dei file al centro della contesa politica negli Stati Uniti, per la lunga frequentazione tra Trump ed Epstein.

Cosi quando lo scorso settembre é emerso che Mandelson era rimasto amico di Epstein anche molto dopo la sua prima condanna del 2008 per sfruttamento della prostituzione minorile, è stato costretto alle dimissioni. All’emergere, nella tranche di files pubblicata a gennaio, di pagamenti per decine di migliaia di sterline, effettuati da Epstein a Mandelson e a suo marito, durante i governi Blair, e del passaggio da Mandelson a Epstein di informazioni di riservate su salvataggi bancari e tasse in discussione nella commissione europea (di cui Mandelson faceva parte) e nel governo britannico, informazioni di cui il finanziere avrebbe potuto beneficiare, a saltare è stato anche McSweeney.

Starmer aveva fin qui sostenuto di avere nominato Mandelson non sapendo quanto fosse vicino a Epstein e al suo mondo. E’ evidente sia vero quasi l’esatto contrario, con Mandelson scelto proprio per la sua “compatibilità” col mondo di potere, privilegio, senso di impunità e sprezzo di donne, vita e dignità delle persone che permea tutto il trumpismo e che ha coinvolto anche il Principe Andrea, fratello di Re Carlo da lui estromesso dai titoli e cacciato di casa.

Di fatto, l’ammissione in Parlamento che Starmer sapeva dell’amicizia con Epstein al momento della nomina di Mandelson ha gettato nello sconforto molti parlamentari laburisti, da tempo di umore tetro per i sondaggi che vedono Farage in testa, perché era la certificazione di una decisione talmente ovviamente stupida, presa oltretutto per le ragioni se vogliamo più sbagliate di voler ammiccare alla presidenza Trump da rivelare totale mancanza di giudizio politico. Da qui la decisione del gruppo parlamentare di ribellarsi al governo e chiedere la pubblicazione di tutto il dossier da cui, a questo punto, nelle prossime settimane, Starmer può aspettarsi ulteriori problemi.

Morgan McSweeney Dalla Brexit reset all’immigrazione, tutti i fallimenti del premier Le dimissioni di McSweeney che non arrivano su richiesta di Starmer ma di tutto il resto del partito sono dunque la logica conseguenza della terminale crisi di fiducia verso il governo Starmer e ne accelerano l’uscita di scena. Se mesi fa scrivevamo che Starmer aveva i mesi contati, adesso ad essere contate sono le settimane che gli restano a Downing Street, dove rimane solo perchè nessuno cercherà di sfiduciarlo immediatamente.

Il partito del resto, in parte non marginale colpevolmente epurato delle tendenze di sinistra dal fazionalismo spietato di McSweeney, a partire dallo stesso Corbyn, non è pronto a fare i conti col fallimento fragoroso della prima esperienza di governo in 15 anni, e ridiscutere tutti i drammatici errori di Starmer, tra cui l’avere rinnegato l’agenda neosocialista di Jeremy Corbyn e McDonnell, la repressione autoritaria delle proteste contro il genocidio a Gaza, un Brexit reset inconcludente e minimalista, una politica sull’immigrazione di stampo meloniano, una politica troppo morbida verso Trump per finire con la cronica incapacità di rivendicare anche le cose buone fatte, come le misure per la sanità e l’edilizia popolare. Prendere tempo conviene a chi vorrebbe prendere il posto di Starmer, dal ministro della salute Wes Streeting all’ex vicepremier Angela Rayner, chissà forse perfino allo stesso McSweeney che potremmo ritrovare accanto al nuovo leader, anche per non prendersi carico dei tracolli elettorali previsti da tutti i sondaggi a partire dalla elezione suppletiva di Manchester di fine febbraio, dove la principale speranza di fermare il candidato di Farage sono i verdi rilanciati a sinistra da Zack Polanski, non il Labour, che anzi rischia di essere umiliato al terzo o quarto posto.

E anche laddove il governo riuscisse a derubricare una eventuale sconfitta a fatto locale, perdere male le elezioni di maggio in Scozia, Galles e molti enti locali inglesi non potrebbe essere visto come un segnale di sfiducia nel governo. Nulla può ridare a Starmer la credibilità perduta e prevenire le dimissioni anticipate del sesto primo ministro britannico in una decade, al ritmo di uno ogni due anni, dal referendum sulla permanenza nell’Unione Europea del giugno di 10 anni fa che ha trasformato un sistema politico proverbialmente stabile in un paese dalla cronica instabilità politica.

Cosa può dirci allora la politica britannica nei prossimi mesi dunque? Tre cose: la forza relativa di verdi e indipendentisti scozzesi e gallesi che spingono verso l’Europa da una parte, quella di Farage che spinge verso Trump dall’altra, e la capacità di chi succederà a Starmer di offrire una via d’uscita a una crisi che è profonda, di sistema e di cultura, di una grande democrazia della cui unità coi popoli europei non possiamo davvero prescindere per resistere alla morsa fascista di Trump e Putin.

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