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Il principio di verità di Alaa Faraj, che ha ricevuto la grazia parziale dal Quirinale

Martedì 23 dicembre 2025 ore 06:45 Fonte: Altreconomia
Il principio di verità di Alaa Faraj, che ha ricevuto la grazia parziale dal Quirinale
Altreconomia

Solo una grazia poteva raddrizzare il corso della giustizia processuale e alla fine grazia è stata, anche se parziale, quella concessa il 22 dicembre dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella ad Alaa Faraji. Uno sconto di pena di undici anni e quattro mesi che permetterà all’ex calciatore libico oggi trentenne, condannato a trent'anni per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e omicidio plurimo, di accedere a pene alternative come la semilibertà per scontare il terzo della pena che gli resta.

Dieci anni li ha già scontati, girando per le carceri siciliane fin dal giorno dello sbarco, quando da sopravvissuto si è ritrovato ad essere colpevole della cosiddetta “strage di Ferragosto” del 2015 in cui morirono quarantanove persone asfissiate nel barcone in cui viaggiava insieme a due suoi amici. All’epoca dei fatti Alaa aveva vent’anni, era iscritto al primo anno di Ingegneria, giocava a calcio, aveva lasciato la sua città, Bengasi, mentre il suo Paese sprofondava in una guerra civile mai più spentasi, con l’idea di procurarsi un visto e infine si era imbarcato insieme a due amici per l’Italia.

Voleva raggiungere la Svizzera o la Germania, diventare un calciatore famoso e laurearsi. Ma il destino gli ha riservato un’altra sorte, le porte chiuse in faccia quando ha deciso di procurarsi un visto e la vergogna di imbarcarsi, mentendo alla propria famiglia, rischiando la vita su uno di quei barconi destinati a chi non ha altro modo per attraversare il Mediterraneo.

Poi la tragedia collettiva e l’inizio del dramma personale, con l’incarcerazione già allo sbarco. L’incredulità e l’attesa, eterna compagna di migranti, carcerati e tutte le persone il cui destino è sospeso, che saranno da quel momento le costanti di un’odissea inimmaginabile, con l’accusa di scafismo a cui seguirà anche quella di omicidio.

Eppure, come scritto in una delle sue lettere dal carcere dell’Ucciardone di Palermo divenute parte del libro “Perché ero ragazzo”, Alaa ha “perdonato, perché sono esseri umani, e l’essere umano sbaglia”. Un testo questo, uscito a settembre per i tipi di Sellerio, che è nato dalla necessità dell’autore di raccontare la propria verità e dimostrare la propria innocenza, e dall’incontro nel 2023 con la professoressa di Filosofia del diritto dell’Università di Palermo Alessandra Sciurba durante un laboratorio nel carcere.

Lettera dopo lettera, plico dopo plico, scritto da lui in stampatello su dei foglietti e trascritto da lei a computer, Alaa ripercorre la sua vicenda restituendo una storia di dignità e di resistenza mai spentesi nonostante tante speranze tradite, dieci anni di carcere ingiusto ed un fine pena fissato all’agosto del 2045, prima dell’intervento di ieri del presidente Mattarella. Nelle pagine conosciamo un ragazzo che si stenta a credere rinchiuso da dieci anni in una cella, ne vediamo la voglia di lottare e di trarre del bene dal tempo perduto, attraverso attività culturali, lo studio, che gli ha consentito di “diventare metà di quel che ho sognato”, il lavoro.

“Sono orgoglioso, perché qui dentro ho acquisito la mia libertà. Qui dentro tramite la mia storia ho conosciuto la giustizia” scrive in un altro passaggio, che fa capire come sia riuscito ad andare avanti trasformando “la rabbia e l’ingiustizia nel volere di lottare e conoscere, e anche di dimostrare da qui la persona che sono”.

Nonostante una condanna a trent’anni figlia di riconoscimenti approssimativi e testimonianze prese allo sbarco da persone sotto choc, in cui uno dei testimoni dichiarava che gli avesse dato l’acqua, l’altro di averlo visto parlare con il capitano, un altro di averlo visto in volto perché quella notte di novilunio la luna splendeva in cielo. Ma lui imperterrito si è detto “sarà la mia battaglia che darà senso alla mia vita.

Perché ero ragazzo. Avevo davanti a me tutto” e va avanti sorretto dalla fiducia nella giustizia e nella democrazia, e da persone che insieme a lui hanno cercato di ristabilire un principio di verità.

Il suo racconto attraversa gli anni fino a quando l’irrompere del presente tra le pagine ha il sapore amarissimo dell’ingiustizia finale. Mentre a febbraio di quest’anno Alaa scriveva le ultime pagine, la Corte di Appello di Messina ha giudicato inammissibile la richiesta di revisione del processo con nuove prove e testimonianze, queste sì verificabili.

Lì lo sconforto, dopo che per tutto il libro si percepisce fiducia in quel motto “la legge è uguale per tutti” che si fece tradurre la prima volta che entrò in un’aula di tribunale. “Preferivo di essere viaggiato con loro in pace che fare la vita qui dentro da accusato di averle uccise.

Era meglio la morte naturale che questa morte della mia gioventù qui dentro”. E così queste pagine amaramente raccontano anche il meccanismo perverso di leggi che condannano innocenti o chi rappresenta “l’ultima ruota di un mostruoso ingranaggio del traffico di vite umane” come aveva avuto il coraggio di ammettere, almeno questo, la stessa Corte di Appello di Messina, quando nel rigettare l'istanza di revisione per ragioni processuali ha invitato i legali rappresentanti del ragazzo a ricorrere all’istituto della grazia per “ridurre lo scarto indubbiamente esistente tra il diritto e la pena legalmente applicata e la dimensione morale della effettiva colpevolezza”.

Restava la Cassazione, quando mancava poco per andare in stampa, ma anche la Cassazione il 12 giugno ha rigettato il ricorso negando ogni possibilità di riapertura del processo. Era forse difficile pensare che lo Stato decidesse di smentire se stesso ed i propri meccanismi ma negando ogni possibile riapertura ha reso in un certo modo evidente a tutti l'innocenza di questo ragazzo.

Dichiarandosi al contempo colpevole o quantomeno complice di tutto ciò che imputa ai tanti “scafisti” o “capitani” condannati senza un perché, o a chi soccorre in mare, ma questa è un'altra storia. Ora l’intervento di Mattarella, seppure con una grazia parziale, uno sconto di pena per così dire, arrivato secondo quanto comunicato dal Quirinale tenendo conto "della giovane età del condannato al momento del fatto, della circostanza che nel lungo periodo di detenzione di oltre dieci anni sinora espiata dall'agosto del 2015, lo stesso ha dato ampia prova di un proficuo percorso di recupero avviato in carcere, come riconosciuto dal magistrato di sorveglianza, nonché del contesto particolarmente complesso e drammatico in cui si e' verificato il reato”.

Un paradosso in fondo, per un ambiguo istituto che presuppone in qualche modo l'ammissione di una colpa che in questo caso non c'è e che allo stesso tempo consente a questo ragazzo di tornare a vivere e riprendere in mano i propri sogni. Di casi come quello di Alaa e dei suoi amici ce ne sono tanti, sono oltre 3mila le persone arrestate negli ultimi dieci anni con l’accusa di essere “scafisti” e condannate dopo processi che ricordano tristemente questo.

Numeri che rendono la sua vicenda una rappresentazione narrata di un sistema che non cerca i responsabili, ha solo bisogno di colpevoli, capri espiatori da sacrificare. I veri colpevoli li conosciamo, sono quelli che l’Italia finanzia, con cui stringe e rinnova di triennio in triennio accordi per il controllo dei flussi migratori, che riaccompagna a casa su voli di stato per proteggerli da mandati di cattura internazionali.

Ci sono Procure più inclini a chiudersi al sicuro della rigidità di leggi e procedure ed altre coraggiose, tali da ridare dignità al diritto e alle tante persone coinvolte in processi di questo tipo. Non lo sono state quelle che hanno giudicato Alaa Faraj ed i suoi amici, mostrando per l’ennesima volta l’estremo grado di asservimento a cui è sottoposta una parte della magistratura italiana, spesso quando si parla di migrazioni.

Altre Procure sorprendono o danno speranza, come nella sentenza arrivata a dicembre dal Tribunale di Napoli che dopo diciassette mesi di detenzione ha assolto quattro giovani migranti dall’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. In questo caso, la Corte ha riconosciuto lo stato di necessità in cui si sono trovati ad agire questi ragazzi, accusati di scafismo perché individuati da qualche testimonianza come persone che tenevano in mano un timone.

Una sentenza importante, ma che mostra una volta di più quanto possa essere discrezionale l’applicazione delle normative che regolano le migrazioni. © riproduzione riservata L'articolo Il principio di verità di Alaa Faraj, che ha ricevuto la grazia parziale dal Quirinale proviene da Altreconomia.

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