Storia
Talete di Mileto, filosofo greco: «La cosa più difficile è conoscere noi stessi; la più facile è parlare male degli altri».
Perché continua a essere così difficile guardarci dentro? È una riflessione che da millenni accompagna l’umanità.
Infatti, all’ingresso del tempio di Apollo a Delfi – dove gli antichi greci si recavano per consultare l’oracolo – era inciso γνῶθι σεαυτόν, «conosci te stesso». Questa massima, attribuita ai Sette savi greci, fu adottata in particolare da uno di loro, Talete di Mileto, considerato il primo filosofo dell’Occidente.
Talete non fu solo un pensatore brillante del VI secolo a.C., ma anche matematico, astronomo e pioniere dell’osservazione razionale della natura. Oltre all’intero bagaglio di scienza che ci ha lasciato in eredità, esiste una riflessione attribuita a lui che risulta particolarmente incisiva: «La cosa più difficile della vita è conoscerci, la più facile è parlare male degli altri».
Conoscere se stessi: una sfida senza tempo Questa celebre citazione racchiude una paradosso che non invecchia mai. Sapere chi siamo davvero, al di là di ciò che appariamo, di ciò che sentiamo o di ciò che proiettiamo, non è affatto semplice.
In un’epoca come la nostra, in cui predominano le apparenze, i filtri e la superficialità, l’introspezione può risultare sorprendente, ma necessaria. Talete fu il primo a formulare spiegazioni razionali sulla natura senza ricorrere ai miti.
Per lui, la filosofia non iniziava con la speculazione soprannaturale, ma con l’osservazione e la riflessione. E questa riflessione doveva partire da se stessi.
Si tratta di un’idea che sarebbe stata raccolta secoli dopo dal filosofo Socrate, che fece del «conosci te stesso» la pietra miliare del suo metodo filosofico. Tuttavia, Talete aveva gà intuito che la più grande saggezza non stava nel conoscere il mondo, né in qualcosa che potessimo trovare fuori di noi, ma nel conoscerci guardando dentro di noi.
Perché è così difficile conoscersi? La difficoltà di capirci risiede nel fatto che, come scrisse lo psicologo e scrittore svizzero Carl Jung, «quello che neghi ti sottomette e quello che accetti ti trasforma».
Guardare dentro di sé implica confrontarsi con le nostre paure, le nostre contraddizioni, le nostre ferite e persino le nostre ombre. Non è qualcosa di confortevole.
Non è immediato. Ma è necessario.
Certamente, quando rimaniamo all’oscuro di noi stessi, è molto più facile erigere un piedistallo e credere di essere migliori di quanto realmente siamo. Talete nell’educazione moderna Ma neanche il nostro contesto ci rende le cose facili.
Basti pensare al sistema educativo moderno, incentrato su prove standardizzate e risultati da quantificare numericamente, che ha lasciato poco spazio all’introspezione. Integrare pratiche di riflessione, apprendimento emotivo e sviluppo del carattere può aiutare i giovani non solo a comprendere il mondo, ma anche se stessi: uno strumento per giungere al vero apprendimento della vita, che richiede onestà, coraggio e impegno verso la verità, non verso l’immagine.
In definitiva, significa farsi carico della propria esistenza e assumersi delle responsabilità. Nell’era digitale: più vicini o più lontani da noi stessi?
Viviamo in un’epoca in cui il sapere esterno è infinito: abbiamo accesso a milioni di dati ventiquattro ore al giorno, senza sosta, ma dedichiamo poco tempo a esplorare ciò che c’è dentro di noi. Non esiste silenzio.
Sembra che ci definiamo per ciò che pubblichiamo sui social e per come vogliamo essere visti, non per chi siamo veramente. E ciò ci porta alla seconda parte della frase di Talete: «La cosa più facile è parlare male degli altri».
Perché giudicare, criticare o proiettare le nostre frustrazioni sugli altri è un meccanismo di difesa. Ci protegge, almeno momentaneamente, dall’avere a che fare con le nostre crepe interiori.
Ma l’autoconoscenza rimane l’unica via per avvicinarsi alla verità.