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Politica

Libia, il giallo dell’assassinio dell’ultimo dei Gheddafi

Martedì 10 febbraio 2026 ore 16:00 Fonte: Terzogiornale
Libia, il giallo dell’assassinio dell’ultimo dei Gheddafi
Terzogiornale

A Bani Walid, in Tripolitania, migliaia di persone hanno partecipato al funerale dell’ultimo dei Gheddafi, Saif al-Islam (“la spada dell’Islam”), ucciso il 3 febbraio scorso nella sua casa di Zintan. Non si conosce ancora la dinamica dell’omicidio.

Facevano parte del commando probabilmente quattro uomini, due di guardia e due operativi. Sarebbero stati esplosi diciotto colpi di arma da fuoco che avrebbero crivellato la vittima designata.

Omicidio politico preventivo? O vendetta?

Saif era diventato ingombrante per qualcuno? E quale ruolo hanno avuto le potenze straniere in questo omicidio?

Sono tutte domande che ancora non hanno trovato risposte. È dunque un giallo la morte del più importante rampollo ancora in vita della famiglia Gheddafi.

Saif aveva svolto un ruolo politico di primo piano durante il regime. Era considerato l’esponente di punta dell’ala riformista.

Aveva tentato di ricucire lo strappo del padre con l’islamismo moderato, i cui esponenti erano finiti in carcere. Divenne anche editore di una televisione indipendente, lasciando intravedere spiragli di libertà, in una società che viveva di “welfare del petrolio” e di assenza di democrazia.

Con la caduta del regime, Saif fu incarcerato e, una volta liberato, si ritirò tra Zintan, il golfo di Sirte e Bani Walid. Annunciò, nel 2021, anche la sua candidatura alle elezioni presidenziali (che però furono rinviate a data da destinarsi).

Durante la rivolta, iniziata a metà febbraio del 2011, furono uccisi tre figli del “colonnello” Gheddafi. Khamis, il generale che comandava la 32esima Brigata, un reparto militare di élite che rispondeva solo a Gheddafi, eliminato dai colpi sparati da un elicottero, il 29 agosto del 2011.

Poi toccò a Mutassim, che aveva un ruolo chiave nel regime: consigliere per la sicurezza nazionale, coordinava gli apparati di sicurezza e d’intelligence. Aveva anche rapporti con Russia e Stati Uniti, e svolse un ruolo chiave nella battaglia di Sirte, prima che fosse ucciso il padre e, a seguire di pochi giorni, lui stesso, nell’ottobre del 2011.

Infine, fu eliminato, da un bombardamento Nato, anche Saif al-Arab, il 30 aprile 2011 a Tripoli. Lui, come gli altri quattro fratelli e sorelle esuli all’estero (Muhammed, Saadi, Hannibal e Ayesha), non aveva ruoli politici o istituzionali di rilievo.

Ma l’omicidio di Saif al-Islam sembra essere tutta un’altra storia. Quindici anni dopo la caduta del regime, infatti, la Libia continua a essere misteriosa e disperata.

Su Tripoli, Bengasi, Sirte, Sebha o Misurata la nuova geopolitica lascia il segno. Perché la Libia di oggi è diventata un laboratorio di coesistenza e coabitazione tra le potenze mondiali, quelle che affollano il palcoscenico internazionale e anche libico.

Qui regna l’armonia, nonostante i conflitti armati tra le milizie, gli omicidi e i traffici criminali (armi, droga e immigrati), una pax che consente a ciascuna potenza di soddisfare i propri interessi economici, cioè il traffico di petrolio. In questa rappresentazione manca però il pubblico: sia nel senso dello Stato, che non c’è, sia nel senso degli spettatori, cioè nell’assenza di una popolazione silente e sottomessa.

In parte, anche complice del “sistema”, perché riesce a sopravvivere con i traffici illegali. Per esempio, colpisce la notizia dell’inchiesta del procuratore di Tripoli sul traffico che vede coinvolti duecentomila stranieri che si sono “comprati”, falsificandoli, certificati di nascita libici.

La popolazione dunque conta poco o nulla. In balia delle milizie armate, sempre più fuori controllo, e di quel grumo di potere politico e imprenditoriale che sta impoverendo sempre più il Paese.

Trump e Putin coabitano in Libia. La flotta navale russa viene ospitata dal generale Haftar nella sua Cirenaica, nei porti d Tobruk o nelle basi di Maatan As Sarra.

I giornali parlano, come se nulla fosse, dell’arrivo di una nave russa, carica di armi, nel porto di Bengasi. Il generale Haftar appoggia una delle fazioni in lotta in Sudan, quella controllata da Mohamed Hamdan Dagalo, alias “Hemetti”, capo dei paramilitari sostenuti dagli Emirati arabi uniti; mentre gli alleati storici di Haftar, gli egiziani, sostengono l’altra fazione, guidata da Abdel Fattah Burhan.

Nonostante siano schierati su fronti opposti in Sudan, tra Haftar e gli egiziani non si segnalano attriti o incomprensioni. E le armi di quel conflitto transitano nei porti confinanti con l’Egitto.

In Cirenaica ci sono naturalmente anche gli americani, con insediamenti Cia e quant’altro. Se poi Haftar viola l’embargo sulle armi, andando a firmare accordi militari in Pakistan, questo non è un problema.

Non lo è almeno da quando, sullo scacchiere internazionale, si è affacciato l’uomo degli affari immobiliari e delle armi, Donald Trump. Il presidente degli Stati Uniti, infatti, ha spedito il suocero della figlia a occuparsi della Libia e di quella turbolenta area geopolitica.

Si tratta di Massad Fares Boulos, padre di Michael che ha sposato Tiffany, la figlia di Trump. Lo statunitense, d’origine libanese, ha stretti legami con Saddam, figlio di Khalifa Haftar, e con Ibrahim Dbeibeh, nipote del primo ministro Abdul Hamid Dbeibeh.

Americani e russi convivono poi con Turchia, Emirati arabi uniti ed Egitto, senza pestarsi i piedi. Gli uni attenti a non invadere i confini degli interessi degli altri.

Petrolio, armi, droga e immigrazione. Ognuno può sedersi al tavolo degli affari sapendo di non trovare ostacoli per soddisfare le proprie aspettative.

All’Europa, le briciole come al solito. La Libia produce circa un milione e mezzo di barili di petrolio al giorno.

Ogni barile oscilla tra i sessanta e i settanta dollari. Stiamo parlando quindi di un’oscillazione tra i novanta e i cento milioni di dollari al giorno.

Questi soldi dovrebbero finire nelle casse del Noc, la Compagnia nazionale del petrolio, e invece seicentomila barili finiscono nei depositi della società privata Arkenu, che può esportare il greggio. Questa società sarebbe il frutto del patto indicibile tra i due contendenti del potere in Libia, la famiglia del generale Haftar, “imperatore” della Cirenaica, e la famiglia del premier della Tripolitania, riconosciuto dalle potenze straniere, Abdul Hamid Dbeibeh.

Uomo chiave di tutta l’operazione è il presidente del Noc fino alla fine del settembre scorso, ex governatore della Banca centrale libica ai tempi di Gheddafi, Farhat Omar Bengdara, oggi presidente di una banca libica, algerina ed emiratina, con sede ad Abu Dhabi. Sono passati ormai quindici anni dalle “primavere arabe” in Tunisia, Egitto, Libia.

Era il 17 febbraio del 2011 quando scoccò la scintilla della rivolta a Bengasi, in Cirenaica. Da tre giorni la città era attraversata dalle manifestazioni di proteste in memoria dei mille e duecento prigionieri del supercarcere di Abu Salim, fatti massacrare nel 1996 da Gheddafi.

Il regime aveva arrestato l’avvocato dei diritti civili, Fathi Terbil, che rappresentava le famiglie dei detenuti di Abu Salim, e Bengasi si ribellò. Tripoli spedì nella capitale della Cirenaica la 32esima Brigata, comandata dal generale Khamis, figlio di Gheddafi, e gli scontri con i manifestanti si trasformarono in una carneficina.

Quella notte del 17 febbraio, un ingegnere, che abitava all’estremità di un largo piazzale che separava le case dalla fortificazione della cittadella diventata la sede operativa delle forze speciali militari, decise di imbottire la sua auto di esplosivo e di andare a tutta velocità a schiantarsi contro la muraglia che proteggeva la cittadella, dove si erano accampate le forze speciali. Per un intero mese si combatté una violenta guerra civile, fino a quando gli aerei francesi, forti della risoluzione 1973 del Consiglio di sicurezza dell’Onu, bombardarono la colonna di carri armati delle truppe fedeli a Gheddafi che stavano per entrare a Bengasi.

Liberata Bengasi, la rivolta si estese anche alla Tripolitania. Nel 1996, gli oltre 1200 detenuti islamisti erano stati fatti uscire dalle celle e massacrati nei cortili dalle mitragliatrici del regime.

La Cirenaica era sempre stata sotto l’influenza dei Fratelli musulmani del confinante Egitto. Quindici anni dopo, il mondo è proprio cambiato.

A Bengasi, l’11 settembre del 2012, un attacco terroristico contro il consolato americano uccise l’ambasciatore americano, Christopher Stevenson. E le autorità libiche, tre giorni fa, hanno consegnato agli Stati Uniti uno dei presunti attentatori, Zubayr al-Bakoush.

La Libia di Gheddafi aveva subito un embargo di nove anni per non avere consegnato gli attentatori del volo Pan Am 103, precipitato a Lockerbie il 21 dicembre del 1988. E allora oggi come andrà a finire?

Quando si voterà in Libia? L’impressione è che a Tripoli e Bengasi si sia trasferito Tancredi Falconeri, il personaggio del Gattopardo:

“Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”. Nella foto: i funerali di Saif al-Islam L'articolo Libia, il giallo dell’assassinio dell’ultimo dei Gheddafi proviene da Terzogiornale.

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