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Il nuovo fronte degli Stati Uniti nel “cortile di casa”

Lunedì 29 dicembre 2025 ore 09:01 Fonte: Lettera22

Il testo che segue è un riassunto dell'articolo Il nuovo fronte degli Stati Uniti nel “cortile di casa” generato dall'AI. L'AI può commettere errori: ogni informazione va verificata attentamente.

Il nuovo fronte degli Stati Uniti nel "cortile di casa" è rappresentato dal Venezuela, ma anche, di conseguenza, tutta la regione dei Caraibi e gran parte dell’America Latina.
Il nuovo fronte degli Stati Uniti nel “cortile di casa”
Lettera22

Quando, la settimana scorsa, il Consiglio di Sicurezza dell’Onu si è riunito d’urgenza su richiesta del Venezuela per discutere gli attacchi voluti da Donald Trump contro le imbarcazioni accusate di trasportare droga e le navi cariche di petrolio, nessuno dei diplomatici presenti ha probabilmente dubitato che si stesse aprendo attorno al tavolo semicircolare un nuovo e complesso fronte. Nel suo minuzioso discorso, il rappresentante del Segretario Generale, l’assistente per gli affari politici Khaled Khiari, ha chiesto il dialogo tra le parti e ha promesso i “buoni uffici” dell’Onu per facilitarlo, ma ha anche puntigliosamente ricordato che, a partire dall’inizio di settembre, 105 persone sono state uccise durante gli attacchi alle imbarcazioni in acque internazionali; che a fine novembre il presidente Trump ha ordinato di chiudere interamente lo spazio aereo sopra e attorno al Venezuela; e che a dicembre sono iniziate le requisizioni delle navi di trasporto del petrolio e le sanzioni nei confronti di sei compagnie di trasporto.

Tutte iniziative, ha notato, che potrebbero violare il diritto internazionale. Durante lo stesso periodo, ha anche aggiunto Khiari, il presidente venezuelano Nicolás Maduro ha dichiarato lo stato di emergenza, ampliato i poteri del suo governo, ristretto le libertà e iniziato l’arruolamento forzato nella Milizia Bolivariana, aggravando le condizioni già critiche della popolazione.

In risposta, le aperture al dialogo non ci sono state. Accanto all’ambasciatore venezuelano Samuel Moncada, che ha accusato il governo degli Stati Uniti di “infestare l’America Latina in nome della libertà” e di avere un disegno preciso di “estorsione” per appropriarsi di “petrolio, miniere e terra” del Venezuela, si sono schierate la Russia e la Cina.

L’ambasciatore russo Vassili Nebenzia ha accusato Washington di “aggressione” e definito “da cowboy” un comportamento che rischia di causare una crisi catastrofica per la popolazione venezuelana e di creare un precedente da imitare per altri Paesi, mentre l’ambasciatore cinese Sun Lijun ha manifestato l’opposizione di Pechino verso “atti di unilateralismo e di intimidazione”. Alle critiche severe si è poi unita anche Cuba, che ha definito l’aggressione americana “senza limiti” e contraria ai principi della Carta dell’Onu.

In risposta, il rappresentante di Donald Trump, Mike Waltz, ha ricordato che gli Stati Uniti non riconoscono Nicolás Maduro e “i suoi complici” come un governo legittimo e ha descritto l’azione americana come una mossa necessaria per difendere gli Stati Uniti e i Paesi vicini dalla minaccia dei sofisticati cartelli della droga. “Il governo illegittimo di Maduro coopera e finanzia terroristi e organizzazioni criminali, ma invita anche gruppi terroristici come Hezbollah, il regime iraniano e le milizie ELN e FARC a operare apertamente sul suo territorio”, ha dichiarato.

Proprio i toni accesi del dibattito, però, hanno fatto riflettere sui dettagli di una situazione geopolitica che certamente va ben oltre la drammatica crisi venezuelana. Il primo obiettivo di Donald Trump, ovviamente, è quello di indebolire e impoverire il governo di Maduro privandolo delle risorse petrolifere e di portarlo, in qualche modo, ad abbandonare il potere senza un intervento armato americano all’interno del Venezuela.

Il blocco delle cisterne che trasportano petrolio, però, ha anche altre conseguenze immediate. Da un lato, infatti, mette in una situazione sempre più drammatica la già fragile economia cubana, che da anni contava sul greggio a buon mercato venduto dal governo amico del Venezuela.

Dall’altro, rende più difficili i rapporti con la Cina, il Paese che importa gran parte del petrolio venezuelano e ha rapporti sempre più stretti con Caracas e con Cuba. Anche al di là di Cuba, per di più, il vistoso rafforzamento delle forze militari americane nella regione dei Caraibi, testimoniato da diversi giornali, non ha lasciato dubbi sulla volontà della Casa Bianca di imporre il proprio potere ben oltre i confini del Venezuela.

Anche se per ora attorno al tavolo del Consiglio di Sicurezza nessuno ne ha parlato apertamente, a mettere in tensione sia la Russia che la Cina e i loro alleati in America Latina c’è per di più anche un altro fattore. Per un Donald Trump che appare sempre più deciso a imporre il controllo degli Stati Uniti sull’intero Centro e Sud America, le ultime notizie sono state gradite.

A suscitare l’interesse dell’opinione pubblica mondiale è stata soprattutto l’elezione di José Antonio Kast, un politico di estrema destra considerato da molti l’erede di Pinochet. Governi conservatori, però, sono stati eletti recentemente anche in Argentina, Perù, Ecuador, Bolivia, Paraguay e Uruguay, mentre Brasile e Colombia andranno al voto nel 2026 e il dibattito è già acceso.

Da Washington sono già arrivati generosi aiuti finanziari e appoggio diplomatico per i Paesi diventati amici, mentre per gli altri c’è la minaccia di sanzioni, marginalizzazione o pericolosi atti ostili simili a quelli che stanno colpendo il Venezuela. Per un Palazzo di Vetro già impotente di fronte ai conflitti in Medio Oriente e in Ucraina, insomma, la prospettiva è ora quella di un nuovo e pericoloso terreno di scontro.

In copertina Il Palazzo di Vetro Di I, Padraic Ryan, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=3504030 L'articolo Il nuovo fronte degli Stati Uniti nel “cortile di casa” proviene da Lettera22.

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