Politica
Bisogna guardare l’abisso per comprendere l’odio e per riuscire a combatterlo
La costellazione di studi e di autori che abbiamo ripercorso in queste pagine ha mostrato come i meccanismi dell’odio – dalle forme più sottili e quotidiane, come le microaggressioni, fino alle manifestazioni più estreme, come i genocidi – costituiscano espressioni diverse di una medesima logica di esclusione che, passando attraverso la denigrazione e la ghettizzazione, giunge nei casi più radicali fino all’annientamento dell’altro. Da questo percorso emerge con chiarezza l’immagine dell’odio come dispositivo strutturale, inscritto nella storia umana e nelle società contemporanee: un fenomeno che si rinnova e si trasforma, adattandosi ai linguaggi, alle tecnologie e ai contesti politici di ogni epoca, ma che non scompare mai del tutto.
L’odio, piuttosto, si rigenera continuamente nelle pieghe dei discorsi pubblici, nelle pratiche istituzionali, nei dispositivi mediatici e negli immaginari collettivi che contribuiscono a mantenerlo vivo e a renderlo socialmente accettabile. Foto di Gerd Altmann da Pixabay La cronaca quotidiana conferma, tragicamente, questa persistenza: le meccaniche della denigrazione e del razzismo sono tornate a occupare oggi il centro della scena pubblica come elementi pienamente integrati nel linguaggio politico e amministrativo.
Le politiche di esclusione dei migranti, l’uso sistematico di retoriche disumanizzanti, la normalizzazione della violenza nei confini e nei centri di detenzione rappresentano, oggi, le nuove forme di una vecchia logica. Le immagini della polizia statunitense che separa genitori e figli nei centri dell’ICE, o quelle dei corpi senza nome ai confini del Mediterraneo, testimoniano il permanere di un paradigma di esclusione che considera alcune vite meno degne di essere vissute (a proposito di biopolitica).
E, mentre scriviamo, le guerre e i genocidi continuano ad attraversare la contemporaneità: le immagini dei bambini di Gaza, dei civili sterminati sotto le macerie, scorrono sui nostri schermi ogni giorno: nei telefoni, nei computer, nelle televisioni. Le vediamo mentre andiamo al lavoro, mentre ceniamo, mentre viviamo la nostra quotidianità.
La distanza tra la rappresentazione e l’esperienza diretta dell’orrore non attenua la sua presenza: la rende anzi parte del nostro paesaggio simbolico, inscritta nella normalità dell’informazione e dello spettacolo. Eppure, come abbiamo visto in queste pagine, filosofi e studiosi di discipline diverse – da Michel Foucault a Giorgio Agamben, dagli esponenti della Critical Race Theory fino ai teorici degli Hate Studies – hanno messo a fuoco i meccanismi di produzione dell’odio, della denigrazione e dell’esclusione che vediamo in azione oggi.
Allo stesso modo, grazie a Hannah Arendt e Raul Hilberg, a Zygmunt Bauman e Raphael Lemkin, e agli studiosi e alle studiose dei Genocide Studies, ci sono stati forniti gli strumenti per comprendere le dinamiche che conducono alla distruzione dell’altro: le stesse logiche, gli stessi processi di disumanizzazione e di normalizzazione della violenza che, oggi, hanno portato all’orrore di Gaza. E allora tornano, inevitabilmente, le stesse domande con cui si è aperto questo volume: come è potuto accadere? perché continua ad accadere? come impedire che accada ancora?
E proprio con queste domande lo chiudiamo, nella consapevolezza che rispondervi comporta un duplice impegno: da un lato, quello di confrontarsi con il peso di un’eredità intellettuale che ci impone di guardare l’abisso senza distogliere lo sguardo; dall’altro, quello di far vivere questo sapere nello spazio pubblico, nelle pratiche educative, nei luoghi della cultura e del pensiero critico. Gli studi sull’odio non possono restare confinati nei circuiti accademici: devono tradursi in strumenti di consapevolezza collettiva, divenire parte di un discorso civile e politico capace di interrogare il presente e di orientare l’agire comune.
Il sapere è tale solo se conserva una funzione critica e civile, altrimenti, è mera erudizione. Comprendere l’odio significa opporvisi, riconoscerne le forme e provare a disinnescarlo nella consapevolezza che la resistenza passa dalla parola, dal pensiero, dall’agire comune.
Proprio nelle piazze che oggi si riempiono contro i genocidi, nei movimenti che si oppongono alla violenza, nelle pratiche che rifiutano la disumanizzazione, continua a vivere quella stessa urgenza teorica e politica che ha dato origine a questi studi. Questo testo è tratto dal paragrafo conclusivo del libro di Orlando Paris “Pensare l’odio.
L’umano di fronte all’estremo” (Luca Sossella Editore). Il libro, in questi giorni in libreria, indaga il ruolo centrale dell’odio nei processi sociali e politici, considerandolo come una forza che attraversa in profondità i dispositivi della modernità.
Orlando Paris è Professore di Filosofia e teoria dei linguaggi presso l’Università per stranieri di Siena. L'articolo Bisogna guardare l’abisso per comprendere l’odio e per riuscire a combatterlo proviene da Strisciarossa.