Cultura
A Mantova fino al 29 Marzo 2026 la Quarta Edizione della Biennale della Fotografia Femminile è LIMINAL
La BFF Mantova (Biennale della Fotografia Femminile) in sedi diverse della città lombarda, fino al 29 Marzo 2026 presenta la IV Edizione della Biennale dal titolo LIMINAL diretta da Alessia Locatelli. Esposizioni, workshop e conferenze animeranno una serie di appuntamenti attenti nel valorizzare la migliore fotografia femminile contemporanea.
La possibilità, per artiste meno conosciute in Italia, di esporre in questo contesto internazionale offrirà loro l’opportunità di rapportarsi con un pubblico interessato a una scelta di progetti specifici attentamente selezionati dal team della BFF. La Biennale della Fotografia Femminile è promossa dall’Associazione La Papessa di Mantova con il sostegno del Comune di Mantova e di FUJIFILM, con il patrocinio di Regione Lombardia e Provincia di Mantova.
Il Catalogo Ufficiale emuse Casa Editrice contiene una selezione di tutte le mostre di questa IV Edizione. Associazione Culturale La Papessa La Papessa promuove la cultura fotografica a partire dalla città in cui è nata:
Mantova. Il progetto nasce da un’idea di Anna Volpi (Presidente) e Chiara Maretti (Vicepresidente) entrambe fotografe.
Il simbolo che rappresenta l'associazione è la figura de - La Papessa - nei tarocchi, una donna di potere spirituale e temporale, colei che trasmette conoscenza. La Papessa è costituita da un gruppo di artiste, fotografe, esperte di comunicazione visiva, appassionate di arte e cultura e unite dal desiderio di creare nuove realtà e opportunità nel mondo della fotografia.
LIMINAL Su LIMINAL fa luce il libro intitolato Rompere i confini. Varietà di liminalità, a cura di Agnes Horvath, Bjørn Thomassen e Harald Wydra, pubblicato da Berghahn Books nel 2017.
Dal testo si apprende con chiarezza che: «La liminalità ha il potenziale per essere un paradigma guida per comprendere la trasformazione in un mondo in via di globalizzazione. In quanto esperienza umana fondamentale, la liminalità trasmette pratiche culturali, codici, rituali e significati in situazioni che si collocano tra strutture definite e hanno esiti incerti.
Basandosi su casi di studio di alcune delle più importanti crisi della storia, della società e della politica, questo volume esplora la portata metodologica e l'applicabilità del concetto a una varietà di problemi sociali e politici concreti.» LIMINAL è la soglia, un confine immateriale di fronte alla quale ci si muove per raggiungerla, superarla e poter arrivare a destinazione. In questo sconosciuto tratto di strada da percorrere, che separa la partenza dall’arrivo, i solidi equilibri stabiliti in principio, e che avremmo pensato potessero resistere, non abbandonarci e accompagnarci con determinazione e sicurezza verso il raggiungimento degli obiettivi, potrebbero invece non mantenere quella conveniente disposizione stabilita all’inizio del “viaggio”.
L’esperienza di una modificazione a vari livelli delle condizioni favorevoli dell’inizio del percorso è possibile determini incertezza e smarrimento dovuto alla consapevolezza del suo mutare via via, e che inevitabilmente trasforma lo sguardo verso il futuro. In questo rumoroso deserto, di un virtuale sfrenato che illude di spalancare porte ma al contempo ne preclude il varco, tutto appare meno chiaro e schiacciato da un mainstream soverchiante che cancella anche le più piccole possibili certezze.
Stiamo assistendo a uno stravolgimento, il mondo è oppresso da una pesante cappa di parole, immagini e rumori che spingono anche le fotografe in esposizione della Biennale Internazionale della Fotografia Femminile ad andare continuamente alla ricerca di percezione e nitidezza d’espressione del proprio sguardo verso i grandi temi sociali e geopolitici. Tra questi l’istruzione, le disuguaglianze di classe, le conseguenze delle migrazioni - che determinano la perdita di terre, risorse economiche e libertà civili – e le dinamiche del neo-colonialismo.
Le fotografe italiane e internazionali delle esposizioni principali Nadia Bseiso (Giordania) Infertile Crescent, Mackenzie Calle (USA) The Gay Space Agency, Lisa Elmaleh (USA) Tierra Prometida, Julia Fullerton-Batten (Germania) Contortion, Lee Grant (Australia) Ancestral Constellations, Pia-Paulina Guilmoth (USA) Flowers Drink the River, Keerthana Kunnath (India) Not What You Saw, Barbara Peacock (USA) American Bedroom, Gaia Squarci (Italia) The Cooling Solution (ricerca del team ENERGYA, a cura di Kublaiklan e coordinamento di Elementsix), Abbie Trayler-Smith (Regno Unito) The Big O e Kiss it! Imogen Cunningham, Self Portrait Wit Korona view, 1933 Una mostra d’archivio dal titolo Shifting the Focus rilegge la rivoluzionaria opera di una pioniera della fotografia americana Imogen Cunningham (Portland 1883 – San Francisco, 1976).
La Quarta Edizione 2026 della Biennale di Fotografia Femminile realizza un progetto di cultura in continua crescita, sostenuto da partner storici e da un numero sempre più ampio di realtà che hanno riconosciuto il valore della cultura come motore di cambiamento sociale. Una per una per riflettere ed emozionare Nadia Bseiso - Infertile Crescent Nadia Bseiso, Infertile Crescent - 2018 Un gruppo di ragazzi nuota in una piscina recintata di nove metri quadri in un resort con vista sulle Alture del Golan occupate.
La realtà di una zona militare è situata proprio accanto al resort. Confine giordano-siriano, Giordania, 2018.
Un tempo culla della civiltà e paradiso della biodiversità con paludi e fiumi che hanno plasmato la civiltà umana, la cosiddetta “Terra Fertile” oggi è una terra arida e segnata da conflitti. Dall’inizio del XIX secolo, la “Mezzaluna Fertile” ha vissuto profonde trasformazioni geopolitiche, frammentandosi in piccoli Stati che compongono l’attuale Medio Oriente.
Infertile Crescent documenta i villaggi sopravvissuti lungo i territori liminali della Giordania, dove linee invisibili tracciate dall’uomo, conflitti e scarsità d’acqua hanno modellato la vita delle comunità e trasformato radicalmente il paesaggio. Ai margini con Palestina occupata, Siria, Iraq e Arabia Saudita, il suolo arde ogni estate, mentre l’acqua è trattenuta, deviata, sorvegliata dai meccanismi di chi detiene il potere.
Qui la siccità diventa l’arma silenziosa del regime coloniale che fa del controllo idrico uno strumento di oppressione - sociale e civile - in un conflitto che frantuma ogni equilibrio e dignità. Gli incendi oltrepassano i confini, dissolvendo le divisioni in queste terre, dove l’acqua contesa si mescola a miti antichi, accordi fragili e ombre militari.
Cosa sopravviverà della “Mezzaluna Fertile”? Nadia Bseiso (Giordania, 1985) è una fotografa documentarista che vive e lavora ad Amman.
I suoi progetti toccano temi come la geopolitica, la storia, l’antropologia e la distruzione ambientale. Dopo gli studi di fotografia a Firenze ha partecipato a una residenza artistica presso la Fondazione Fotografia a Modena.
Dal 2024 è mentore dell’Arab Documentary Photography Program. Mackenzie Calle - The gay space agency Mackenzie Calle, The Gay Space Agency (2021 - ongoing) Il Dr.
Brandy Nunez e Issac Charles Anderson durante i test di isolamento. Le immagini sono sovrapposte ad una foto del Dr.
Brandy Nunez mentre svolge i test delle tute spaziali. Attraversare uno spazio liminale rappresenta un’opportunità di riscrittura del presente secondo nuove regole e suggestioni, per poter immaginare un futuro differente.
A partire dall’evidenza storica della discriminazione verso le persone omosessuali all’interno della NASA, Mackenzie Calle crea un mockumentary al contempo irreverente e critico che interpella pregiudizi ancora difficili da scardinare. Mescolando sapientemente i linguaggi fotografici - la portata dissacrante del fotomontaggio - si sposa con immagini documentaristiche più convenzionali e still life – The Gay Space Agency scoperchia la disgregazione della realtà che si verifica ad ogni tentativo di cancellare le identità delle persone e tenta di ricomporre il futuro a partire dal passato.
L’inclusione di materiale di archivio in un progetto riporta alla luce la verità taciuta di un segmento di società che esiste da sempre, nonostante le continue discriminazioni e repressioni. Calle immagina un’agenzia alternativa che propelle la comunità queer nel luogo più liminale di tutti, lo spazio, ricordando le parole dell’astronauta Sally Ride: “non puoi essere ciò che non puoi vedere”.
Mackenzie Calle (USA) è una fotografa residente a Brooklyn ed Explorer di National Geographic. Le sue opere analizzano sistemi di potere, scienza e le difficoltà della comunità queer.
Laureata alla Tisch School of the Arts della New York University, ha proseguito gli studi all'ICP. È stata premiata al World Press Photo Contest 2024 ed è stata inclusa nella mostra speciale “Queer Havens”.
Lisa Elmaleh - Tierra prometida Lisa Elmaleh, Border wall road, Sasabe, Arizona, United States, January 2024 Strada del muro di confine, Sasabe, Arizona, Stati Uniti. Gennaio 2024.
La strada dove le persone attraversano per presentare domanda di asilo è lunga e montuosa tra i punti d'ingresso. I cartelli tagliano regolarmente il muro di confine per far attraversare le persone negli Stati Uniti.
Dal 2020 Lisa Elmaleh percorre il territorio di confine tra Stati Uniti e Messico per documentare e interrogare il mito del “sogno americano” visto attraverso la prospettiva di chi cerca asilo e delle organizzazioni umanitarie che offrono loro supporto vitale. Promised Land / Tierra Prometida è un racconto fotografico che ci conduce nel cuore della condizione liminale di milioni di persone, all’ombra di un muro in cui speranza e incertezza si intrecciano.
Un’esperienza che affonda le radici nella biografia dell’artista: figlia di un rifugiato politico marocchino e cresciuta in una comunità migrante nel sud della Florida, Elmaleh porta con sé un’eredità di spaesamento intergenerazionale. Questa consapevolezza la guida nell’indagare le cause profonde della migrazione - persecuzioni, violenze, crisi climatiche - e nell’esporre le contraddizioni di un Paese che, pur meta prediletta, continua a escludere chi cerca protezione.
Attraverso la fotografia analogica di grande formato, costruisce immagini attente e meditate, fondate su relazioni e tempo condiviso. Con il suo sguardo empatico e complesso, la migrazione emerge come esperienza sospesa, fatta di identità in transito, attese indefinite e urgenza di creare un futuro finalmente stabile.
Lisa Elmaleh (USA, 1984) è un’artista visiva, educatrice e documentarista che realizza opere fotografiche di grande formato, usando ferrotipia, lastre e pellicole in celluloide. Viaggia per gli Stati Uniti con il suo furgone e una camera oscura portatile.
I suoi lavori sono stati pubblicati dal New York Times, Harper's Magazine, CNN e National Geographic. È stata insignita del premio Guggenheim Fellow 2024.
Julia Fullerton-Batten - Contortion Julia Fullerton Batten, Flexible Roxy 1, 2021 “Chi non ammira l'arte dei contorsionisti, la loro eleganza e la capacità di manipolare i corpi in posizioni drammatiche? [...] Il contorsionismo è una forma d'arte legata al corpo le cui origini si rintracciano in civiltà antiche, come testimoniano pitture e sculture greche, romane ed egizie. Oltre a sviluppare flessibilità e forza, i contorsionisti dedicano anni di impegno e allenamento, spesso iniziando da bambini, per padroneggiare l'arte fluida necessaria per dare vita alla danza serpentina del corpo umano”.
Julia Fullerton-Batten introduce così Contortion, un’interpretazione originale dell’arte del contorsionismo. L’artista britannico-tedesca, maestra della staged photography, gioca sul doppio concetto liminale: sia nella contorsione del corpo portata al suo al limite fisico che nella strutturazione scenica dei set in cui le luci, i colori e le pose sono il frutto di un lavoro controllatissimo da parte della fotografa.
In questo progetto fotografico ha invitato un gruppo di giovani contorsionisti a mostrare le loro abilità in modo performativo, evocando uno spazio scenico che diventasse una soglia di ottimismo per un futuro migliore. Julia Fullerton-Batten (Germania, 1970) è una fotografa fine art la cui opera si contraddistingue per lo stile narrativo cinematografico.
Ogni immagine dei suoi progetti tematici è un racconto, un tableau vivant costruito con perizia tecnica. È ambassador di Hasselblad e il suo lavoro fa parte delle collezioni permanenti della National Portrait Gallery di Londra e del Musée de l'Elysée di Losanna.
Lee Grant - Ancestral Constellations Lee Grant, Ancestral Constellations, 2011 - 2026 “Le donne sono fiori”. Un collage con mia madre e un Mugunghwa (Hibiscus syriacus), il fiore nazionale della Corea.
Mugunghwa significa “il fiore eterno che non appassisce mai” e simboleggia la resilienza del popolo coreano, che ha sopportato l'occupazione, la guerra, la spaccatura del proprio paese e di ature. Corea del Sud, 1967 e 2025.
Cosa significa esistere in una dimensione liminale? Come trovare un’ancora quando si appartiene a molteplici mondi, ma a nessuno completamente?
Ancestral Constellations affonda le sue radici nella storia familiare della fotografa, a partire dall’incontro a Seoul nel 1969, tra il padre ufficiale australiano della RAAF e la madre coreana. La loro unione si lega al lascito della Guerra di Corea e fa eco a molte altre formatesi all'ombra del conflitto e dell'occupazione.
La storia moderna della Corea – segnata dalla colonizzazione, dalla guerra, dalla presenza militare straniera e dal regime autoritario – diventa fatto vissuto la cui eredità si dipana tra migrazione e memoria collettiva. Lavorando con archivi pubblici e privati e immagini realizzate in 15 anni di visite in Corea, Lee Grant esplora l’intersecarsi intergenerazionale della storia e della memoria.
Lo Han (한) - concetto coreano di dolore collettivo e resilienza a fronte di una sofferenza storica - si fonde con la post-memoria e l'immaginazione genealogica: modi di ereditare il trauma e di ricomporre storie frammentate. Attraverso queste storie stratificate, l’artista esamina la permanenza di alcune narrazioni a scapito di altre e come i silenzi tra di esse possano plasmare la comprensione diasporica dell'identità, della memoria culturale e del passato.
Lee Grant (Australia, 1973) è una fotografa coreano-australiana specializzata in antropologia. La sua opera affronta i temi della comunità, dell’identità e la loro relazione con il paesaggio.
Il suo lavoro è stato esposto in personali e collettive presso l'Australian Centre for Photography (Sydney) e la National Portrait Gallery (Canberra). Ha ricevuto diversi premi, tra cui il National Photographic Portrait Prize.
Pia-Paulina Guilmoth - Flowers drink the river Pia Paulina Guilmoth, We make a flower, 2024 Raccontando i primi due anni della sua transizione di genere, pia-paulina guilmoth fotografa la propria comunità nel maine rurale e l’ambivalenza del vivere come donna trans in una piccola cittadina americana. Scatti con falene, ragnatele luccicanti, corpi avvinghiati nel fango, animali notturni e rituali euforici danno vita a un universo onirico e sospeso, dove i confini tra persone, animali e terra si dissolvono nella luce lunare e nei bagliori del flash.
Flowers Drink the River è una ricerca liminale di bellezza, resistenza e magia in un mondo spesso privo della sua componente animista. È anche una nota d’amore per la classe operaia, per tutte le donne trans, le lesbiche e le persone queer, in un’empatica e mistica visione che si muove nelle foreste del Maine centrale.
L’uso del grande formato e di tecniche analogiche raffinate restituisce immagini nebulose, punteggiate di aberrazioni luminose e spettri incandescenti, che ci lasciano sospesi a metà del rituale – tra intimità e apparizione. In una dimensione di soglia, in cui le identità si formano tra incertezza e desiderio, Guilmoth costruisce un rifugio utopico che sfida l’invisibilità e la precarietà del vivere ai margini.
Pia-Paulina Guilmoth (USA, 1993) è una donna trans che vive con la sua ragazza e due gatti nell’area rurale del Maine. Ama sdraiarsi per terra, abbracciare i suoi amici ed esplorare case e fienili abbandonati.
Nel 2024/2025, Londra e New York hanno ospitato delle mostre personali a lei dedicate. Ha vinto il Google/Aperture Creator Labs Grant e il Peter Reed Foundation Grant per la fotografia.
Keerthana Kunnath - Not What You Saw Keerthana Kunnath, Sandra posing as a Hindu Goddess. Nel cuore del Kerala, corpi scolpiti dalla forza emergono in scenari familiari come spiagge, laghi e cortili domestici, lontani dagli spazi delle palestre.
Pur subendo pressioni sociali e culturali, le culturiste ritratte da Keerthana Kunnath, vestite con abiti tradizionali, incarnano una presenza attiva che manda in cortocircuito la dicotomia tra mascolinità e femminilità. La loro muscolarità, considerata “non conforme” per il corpo femminile, diventa emblema di una liminalità che mette in discussione i confini sociali e visivi degli stereotipi di genere.
In questi scatti, la forza smette di essere prerogativa maschile e lascia spazio a una nuova fluidità, che rifiuta l’essenzialismo e apre a paradigmi alternativi. Le pose, ispirate ai poster del cinema popolare indiano, esprimono potenza e complessità, rompendo con lo sguardo maschile che tradizionalmente assegna alle donne ruoli passivi.
Not What You Saw invita a decostruire modelli culturali legati a genere e estetica, creando uno spazio di trasformazione dove la forza diventa atto di autodeterminazione e pluralità di espressione del corpo femminile, emancipandosi dal “mito della bellezza”. Keerthana Kunnath (India, 1995) è un'artista visiva che vive tra Londra e l'India.
Interagendo con la retorica visuale dei media mainstream indiani postcoloniali, Kunnath ne decostruisce e reimmagina le narrazioni, sfidando norme sociali radicate. Il suo lavoro è profondamente connesso a ricordi personali e collettivi, ed esplora le intersezioni tra intimità, identità queer e comunità.
Barbara Peacock - American Bedroom Barbara Peacock, Age 7 (was titled the Jensen Brothers), Portland, Maine (Progetto American Bedroom 2016 - 2023) Junior - 7 anni (era intitolata “the Jensen Brothers”), Portland, Maine. “Mi piace saltare sul letto di mio fratello perché la mia stanza è in un armadio.” Una stanza come santuario, come luogo di cura, come spazio di catarsi o una gabbia riflesso della sofferenza interiore.
Barbara Peacock entra in punta di piedi nelle camere da letto degli americani, creando dei tableaux stratificati che omaggiano la fotografia umanista raccolta da E. Steichen in “The Family of Man”. In American Bedroom la fotografa sosta nella zona liminare di un microcosmo privato, sospesa tra osservazione e atto creativo.
Chiusa la porta dietro di sé, quell’istante di realtà da lei immortalato si dissolverà, come in una brevissima pièce teatrale in grado di concentrare insieme il lato più umano e gli aspetti più contraddittori della società americana. In un viaggio durato diversi anni, Peacock ha percorso l'intero territorio degli Stati Uniti, incontrando persone di diverse etnie e provenienze sociali ed economiche, alla ricerca di ciò che di più intimo e al contempo universale si cela all'interno delle quattro mura di una camera da letto, facendo emergere dolori e aspirazioni comuni, in un ritratto collettivo nota d’amore si scosta dallo storytelling del sogno americano, per raccontare un paese in cui possibilità di riscatto si alternano a privazioni sistemiche.
Barbara Peacock (USA) è una fotografa che vive a Portland. Ha iniziato la sua carriera come fotografa di strada, diventando poi una fotografa di lifestyle su commissione.
Vincitrice del Getty Editorial Grant, del Women Photograph/Getty Grant e di tre LensCulture Awards, Peacock fonda inoltre The Nightingale Project, una no-profit che insegna arte e fotografia ai bambini provenienti da contesti difficili. Gaia Squarci - The cooling solution Gaia Squarci, The Cooling Solution, 80% 25°C, Indonesia 2022 Fotografia di Gaia Squarci ricerca del team ENERGYA, coordinato dalla prof.ssa Enrica De Cian dell'Università Ca' Foscari Venezia e Fondazione CMCC, curatela di Kublaiklan e coordinamento del progetto di Elementsix. 80% 25°C - Una famiglia indonesiana in un vagone di prima classe con aria condizionata su un treno che va da Tegal a Yogyakarta, Java.
Indonesia, 2022. La crisi climatica globale resta difficile da afferrare e comprendere nella sua interezza.
I cambiamenti si susseguono come se fossero inarrestabili di giorno in giorno, di stagione in stagione, con effetti di diversa intensità a seconda dell’area geografica. Viviamo in una zona liminale a un passo da una catastrofe ambientale in grado di mettere in ginocchio l’intera umanità, ma con la memoria ancorata a una “normalità” impossibile da sostenere.
The Cooling Solution esplora gli effetti del surriscaldamento globale sulle popolazioni che, da nord a sud, escogitano metodi differenti di sopravvivenza in un ambiente sempre più ostile. In questo progetto multidisciplinare - nato da una ricerca scientifica condotta dalla prof.
Enrica De Cian (Università di Ca’ Foscari) e dal gruppo ENERGYA - le fotografie di Gaia Squarci riescono nell’impresa di mostrare a livello fotografico tutto il calore e l’umidità che, ultimamente, sperimentiamo sempre più sulla nostra pelle. Una crisi ambientale tutta umana che esacerba i limiti e le disuguaglianze sistemiche insite nell’attuale assetto sociale ed economico – dove la ricerca di una soluzione di raffreddamento non è tanto una strategia collettiva quanto una risposta emergenziale di sopravvivenza.
Gaia Squarci (Italia, 1988) è una fotografa e videomaker che vive tra Milano e New York, dove insegna Digital Storytelling all'ICP. Il suo approccio personale si allontana dalla tradizione narrativa descrittiva della fotografia documentaristica e del video: nei suoi lavori, Squarci indaga temi come il rapporto tra persone e ambiente, l’invecchiamento e i legami familiari.
È membro di Prospekt e fellow dell'IWMF. Abbie Trayler-Smith - The Big O e Kiss It!
Abbie Trayler-Smith, The Big O (2009 - ongoing) Michaela, quindicenne di Swansea, mi ha raccontato di un episodio accaduto l'anno scorso sull'autobus di ritorno da scuola: si era addormentata e al risveglio aveva scoperto che i ragazzi le avevano scritto GRASSO sulla testa con un pennarello indelebile. Ha accettato di mostrarmi cosa avevano fatto e, usando una matita kohl, abbiamo ricreato la scena.
Poi, mentre scattavo la foto, ha detto: "A scuola mi hanno detto che sono stata io a causare lo tsunami giapponese".
Fotografata a casa sua nel Galles del Sud. Corpi che evolvono e cambiano per lasciarsi alle spalle l’infanzia mentre iniziano la lenta transizione verso l’età adulta.
L’adolescenza è il periodo maggiormente liminale nello sviluppo dell’essere umano: una soglia imprescindibile nella formazione dell’identità e del proprio rapporto con il mondo. Il confronto con la società contemporanea è brutale e non fa sconti.
Con The Big O e Kiss It!, Abbie Trayler-Smith immortala un momento intimo, onesto e diretto che esplora cosa significhi vivere in un mondo ossessionato dalla magrezza e dalla perfezione fisica, specialmente in un corpo definito “non conforme”. L'inconscio collettivo accetta un corpo solo se considerato attraente, come se l'adesione a canoni di bellezza standardizzati rappresentasse il valore più elevato.
La fotografa decostruisce un dolore multigenerazionale che non svanisce con l’ingresso nell’età adulta, ma riverbera anche attraverso gli anni a venire. Partendo dalla sua esperienza adolescenziale, instaura un rapporto personale con le ragazze e i ragazzi che ritrae, cogliendoli nel loro quotidiano, avvolti da una luce morbida capace di restituire con profonda intensità la forza e dignità dei giovani protagonisti.
Abbie Trayler-Smith (Regno Unito, 1977) è una fotografa britannica conosciuta per la sua coinvolgente tecnica documentaristica. Dopo la laurea in Giurisprudenza, inizia ad esplorare temi come la resilienza, l’umanità e i legami, diventando così una voce importante della fotografia contemporanea.
Ha ricevuto diversi riconoscimenti, tra cui il Taylor Wessing Portrait Prize e il World Press Photo Award. Imogen Cunningham - Shifting the Focus Imogen Cunningham, Three Harps, 1935 - © 2026 Imogen Cunningham Trust Il lavoro di Imogen Cunningham ha segnato tappe evolutive fondamentali del mezzo fotografico in un periodo di profonda rottura e transizione nella storia umana: intuizioni che portò avanti per tutta la sua carriera.
Shifting the Focus è la mostra di archivio che rilegge la rivoluzionaria opera della Cunningham, evidenziando la ricerca e le “idee senza fine” che caratterizzarono il suo approccio liminale, dagli inizi pittorialisti al passaggio modernista. Profondamente sensibile agli stimoli dell’arte tedesca degli anni ‘20 e alle riflessioni dei movimenti fotografici statunitensi, Cunningham non si lasciò mai ingabbiare in un solo linguaggio, con il preciso intento di preservare la propria indipendenza artistica e di sperimentazione.
Una straordinaria capacità di sintesi analitica, unita a una sensibilità estetica, le ha consentito d’interpretare le suggestioni del suo tempo in modo del tutto originale, spaziando tra generi molto diversi. Un'artista che ha esplorato una semplice invenzione scientifica, rendendola un mezzo espressivo innovativo, dotato di una propria grammatica visiva.
Imogen Cunningham fu una frontier woman in grado di varcare la soglia delle convenzioni artistiche e sociali per trasfigurare il mondo attraverso il potere del suo sguardo. Imogen Cunningham (USA, 1883-1976) fu una pioniera della fotografia e membro fondatore del Gruppo f/64.
Dopo la laurea in chimica alla University of Washington e lo studio dei processi fotografici alla Technische Hochschule di Dresda, nel 1910 aveva aperto il proprio studio a Seattle, avviando una carriera lunga settant’anni che ha attraversato i movimenti artistici più importanti del ‘900. Numerose le altre iniziative: una Open Call per un Circuito Off, letture portfolio, workshop, conferenze, laboratori didattici per bambini.
I luoghi delle esposizioni: Casa di Rigoletto, Casa del Mantegna, Galleria Disegno, Spazio Arrivabene2, Casa del Pittore.
Immagine in evidenza: Abbie Trayler-Smith, Kiss It! 2014 Shannon, 17 anni, in posa a casa, un anno dopo essersi sottoposta all'operazione per l'inserimento di un pallone gastrico nello stomaco, presso il Sheffield Children's Hospital.
Ha rapidamente riacquistato il peso che aveva perso durante i 6 mesi in cui il pallone era stato inserito. Sheffield.
2014. Con il contributo di:
Fondazione BAM, Fondazione Comunità Mantovana Onlus, CRAL Uniti si vince, TELECOM, S. Martino, Agape, Agapecasa Sponsor tecnici: Fotofabbrica, Rufus Photo Hub, Leather Camera Bags, Levoni, onnik.it Media partner:
MediaNet, Il Sublimista, Il Fotografo Partner: Casa del Mantegna, Galleria Disegno, Casa del Pittore, Librerie COOP, Shelfie Café, Fotofestival Lenzburg, Premio Musa.
INFORMAZIONI: Biennale della Fotografia Femminile LIMINAL Fino al 29 Marzo 2026 Mantova (sedi varie) www.bffmantova.com La pubblicazione delle immagini di questo articolo scritto per ReWriters, la testata giornalistica digitale di advocacy sulla sostenibilità sociale fondata da Eugenia Romanelli, sono state autorizzate da StudioBegnini | info@studiobegnini.it | studiobegnini.it - Roberto Begnini tel. +39 348 4105409 (Whatsapp) | Carmen Vicinanza tel. +39 333 7265294 The post A Mantova fino al 29 Marzo 2026 la Quarta Edizione della Biennale della Fotografia Femminile è LIMINAL appeared first on ReWriters.