Politica
Fascismo, foibe, esodo: uno sguardo aperto su quella frontiera ferita dall’orrore
È l’alba del 5 agosto. Nel cuore di Trieste qualcuno passa davanti alla sede del consolato della Repubblica di Slovenia.
L’insegna riporta la dizione dovuta, Republika Slovenija Generalni Konzulat Trst. Appeso alla targa un cartello scribacchiato a mano, Consolato dei slavi di merda.
L’italiano è sgrammaticato, pure il dialetto zoppica. Ma prendiamoli per dettagli, conta di più la data.
Perché la mattina del 5 agosto è quella del 2025. Vuol dire ieri.
Nel tempo delle telecamere puntate su ogni metro di marciapiede la Polizia di Stato impiega un lampo a individuare l’autore. Pare essere un cittadino sloveno mosso dal risentimento per non aver ricevuto assistenza in un momento di bisogno.
Non c’entrano pulsioni xenofobe o rimandi ideologici e viene spontaneo dirsi “meglio così”. Un balzo e siamo a domenica 19 ottobre.
L’anno è lo stesso, il 2025. A Rieti si gioca una partita di basket tra la squadra di casa e i rivali di Pistoia.
Sul campo vincono i secondi. Il resto è cronaca di spalti, insulti, minacce, sino a un agguato nel buio di una statale e la tragedia.
Sulla strada del rientro il pullman dei tifosi ospiti viene assalito da un lancio di pietre raccolte sotto un cavalcavia. Il secondo autista colpito alla testa muore sul colpo.
Poche ore dopo vengono fermati in tre, due giovani e un cinquantenne, sono vicini a gruppi di destra radicale, sui social alternano omaggi al Duce a playlist neofasciste, insultano il 25 aprile e rivendicano la commemorazione delle foibe al motto del “Presente!” scortato dalla formula “Io ricordo, Istria, Fiume e Dalmazia”. Cosa davvero ricordino mi è impossibile dirlo, sospetto non sappiano granché di quelle pagine.
Tre indizi fanno una prova solo nei gialli poco seri, eppure, volendo, un terzo episodio c’è. Avviene a inizio novembre, del solito 2025, quando mani ignote cancellano sul Carso triestino la dizione italiana da alcuni cartelli stradali con dicitura bilingue italiano-sloveno.
Annerite dallo spray Trieste e Prosecco rimangono Trst e Prosek. Tre episodi ravvicinati e diversi, però scuotono qualche ricordo, uno in particolare.
Anche a Trieste le parrocchie gestiscono i loro oratori, lassù però si accompagnano a istituzioni laiche e comunali, si chiamano ricreatori, tuttora tra i lasciti apprezzati del dominio asburgico. Quando ero bambino se ne contavano undici, più o meno uno a quartiere.
Quello dove trascorrevo i miei pomeriggi era intitolato a Giglio Padovan, poeta di quelle parti. Lì dentro ci si sfidava a calcio e basket, si poteva suonare nella banda, recitare nel teatrino, giocare a scacchi e ping-pong.
Per migliaia di bambine e ragazzini è stato un doposcuola gratuito, palestra di socialità, amicizie, innamoramenti precoci. Nel caso mio è stato anche il luogo dove per la prima volta ho sentito urlare “porco s’ciavo”.
L’insulto era uscito come un conato dalla bocca di una voce ancora bianca sgambettata nella rincorsa a un pallone. Né l’imprecatore né l’imprecato avrebbero saputo darne un significato, meno ancora un valore.
Resta il fatto. Se hai sette, otto, nove anni e in una baruffa peschi quell’ingiuria, puoi solo averla ereditata da nonni, padri, fratelli maggiori, senza coglierne il senso, ma avendo chiaro trattarsi di offesa feroce da spendere quando l’oltraggio lo imponga.
Col passare degli anni la stessa gravità e grevità l’ho udita in contesti diversi. Poteva essere lo sfogo di un adulto al volante o la scritta impressa nottetempo sulla toponomastica bilingue di un paesino del Carso.
Poi, lontano oramai dalla città, la mattina del 5 agosto senti lo stesso umore affiorare come un fantasma disturbato da meandri profondi. Lì per lì torna a mente una citazione di Predrag Matvejević, “L’Atlantico e il Pacifico sono i mari delle distanze, il Mediterraneo è il mare della vicinanza, l’Adriatico è il mare dell’intimità”.
Ma ci si può odiare nell’intimità? In una dimensione così privata, inconfessata, possono generarsi conflitti d’una brutalità difficile anche solo da descrivere?
E soprattutto, può accadere in un perimetro dove nei secoli a mescolarsi sono stati dialetti, religioni, costumi? Lassù è accaduto e per capire come sia stato possibile conviene partire dalla distinzione tra i termini di confine e frontiera.
Il primo descrive la sbarra. L’asta comandata, si alza e abbassa consentendo al transito del forestiero.
Da una parte una bandiera, un inno, una divisa. Di là, a qualche metro, gli stessi simboli a identificare, ma con altri colori, storia, lingue, cultura.
Insomma, si è di qua o di là. La frontiera no.
O meglio, la frontiera quella sbarra contiene, ma il concetto lo espande in chiave letterale e simbolica. La frontiera è un’area più o meno vasta.
Comprende popoli e nazionalità, dialetti e fedi, tradizioni, cibi, riti e miti in una commistione – Lucien Febvre avrebbe scritto una frammistione – di sangui, valori, credenze. Lo storico Raoul Pupo lo descrive così.
Quel territorio, “può essere immenso come la frontiera del mito americano che fugge sempre più verso l’ovest, il West, e verso il Pacifico, o come quella meno cinematografica della Siberia che anch’essa si è spostata di migliaia di chilometri, arrivando dalla Russia sempre al medesimo oceano, ma dalla parte opposta”. Negli spazi non tanto maestosi del continente dove siamo nati, quella frontiera ha finito col rivelarsi un’area dove “periferie di mondi” si sono sovrapposte.
È andata così per l’Alsazia-Lorena e le regioni a est dell’Oder. E allo stesso modo al nostro confine orientale, fra i più tragici.
Lì, su quelle terre sono esplosi conflitti violentissimi in un arcipelago di trame e nazionalità. Verso un pezzo di quella storia proverò a incamminarmi col tanto dovuto di passione e umiltà. * Quando a fine marzo del 2004, il Parlamento ha istituito il Giorno del Ricordo l’obiettivo dichiarato voleva “conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale”.
La data cadde sul 10 febbraio scegliendo il rimando all’anno della firma sui trattati di pace a Parigi, era il 1947. Almeno nella forma doveva essere l’esito della guerra sul confine dove il dopoguerra si apprestava a farsi conflitto irrisolto.
La data aveva sancito il passaggio alla Jugoslavia delle terre istriane, del Quarnero, di Zara e di una consistente porzione della Venezia Giulia alle spalle di Gorizia e Trieste. Negli anni successivi circa trecentomila persone, la quasi totalità della presenza italiana e con loro alcune decine di migliaia di sloveni e croati, furono costretti a lasciare case, campi, i luoghi della vita e di tradizioni familiari.
Lo fecero valendosi, chi più chi meno, del diritto di opzione previsto dal Trattato con la possibilità di trasferirsi altrove, soprattutto nella penisola. Per la maggior parte fu lo sbocco di pressioni e violenze.
L’accoglienza non ebbe nulla di caloroso, fatiche, disagi, diversi scelsero la via dell’emigrazione oltre oceano. Ci vollero anni perché lo Stato intervenisse favorendo almeno in parte l’integrazione dei profughi nell’Italia del boom, anche se non bastò a sanare la “ferita della memoria” al punto da veder calare sull’intera pagina un silenzio ostinato.
Pesarono interessi geopolitici, in fondo la Jugoslavia col suo profilo di “non allineata” era zona cuscinetto tra Occidente e blocco sovietico, né mancavano scambi culturali e commerciali, tutto nella logica di una stabilità da perseguire in previsione del dopo Tito. Quell’omertà accomunava la Democrazia Cristiana, il partito di maggioranza al governo, con un’opposizione comunista ancora imbevuta delle ambiguità e contraddizioni figlie di una storia lacerante.
S’inseriva lì l’istituzione di una giornata destinata, ennesima legge del contrappasso, a farsi ostaggio di toni via via più infiammati. Una celebrazione pensata per rimarginare i tormenti di un conflitto tra diverse aspirazioni nazionali – di italiani, sloveni, croati, delle più diverse appartenenze e ideologie – è andata piegandosi al rinnovo dell’antica campagna bellicosa e frontale.
Resta l’imperativo, riflettere su una celebrazione entrata nel calendario civile con un sovrappiù di onestà, almeno provarci, cogliendo l’ammonimento di Raoul Pupo: è impossibile osservare le violenze del Novecento in quel triangolo d’Europa se ci si rinchiude in una storia nazionale, si tratti di quella italiana, slovena o croata. Solo considerando punti di vista diversi è possibile alzare il velo sull’infinito secolo breve di un territorio obbligato a conoscere varie appartenenze, nel senso di Stati e regimi tra loro ostili.
Muovendo da qui forse diventa meno arduo capire quanta fatica possa costare l’inseguimento di una memoria condivisa al punto da giudicarla meta irreale. Al fondo lo si coglie nella formula citata per promuovere il Giorno del Ricordo, “…conservare e rinnovare la memoria… della più complessa vicenda del confine orientale”.
Proprio da quel rimando a una complessità impossibile da ridurre bisogna partire perché ignorandola si agisce sulla storia sbianchettandone contorni e capitoli. Aldilà di ogni giudizio storico il solo azzardarlo configura l’ultima brutalità verso quanti hanno sofferto strappi, lutti, dolori senza quiete e riparo.
Questo testo è tratto dalla prefazione al libro di Gianni Cuperlo “La Frontiera Ferita. Guerre fascismo foibe esodo”, Marietti 2026 L'articolo Fascismo, foibe, esodo: uno sguardo aperto su quella frontiera ferita dall’orrore proviene da Strisciarossa.