Politica
Una scuola che crea ragazzi senza sogni con insegnanti che hanno smesso di sognare
Qual è il rapporto tra la socialdemocrazia e l’istruzione? La risposta, per quanto non piacevole, è abbastanza netta: si tratta della lenta ma inesorabile rinuncia, da parte di entrambe, alla difesa degli interessi degli ultimi della società e dei più bisognosi, quindi dei meno istruiti.
Per quanto riguarda la socialdemocrazia politica, infatti, l’economista Tito Boeri in un suo recente articolo ha evidenziato quanto “le socialdemocrazie abbiano perso appeal tanto negli anni di boom che in quelli di recessione, dando vita a un’emorragia che è stata più forte proprio tra coloro che avrebbero avuto maggior bisogno di protezione sociale: lavoratori poco formati, disoccupati, abitanti di piccoli centri con un passato manifatturiero, persone non più autosufficienti” (“La crisi dello Stato sociale”, Repubblica di venerdì 27 febbraio 2026). E l’istruzione allora?
Perché ha seguito la stessa china della socialdemocrazia? La crisi delle socialdemocrazie ha abbassato il livello di qualità dell’insegnamento Secondo una recente pubblicazione intitolata “Contro la scuola neoliberale.
Tecniche di resistenza per docenti” a cura di Mimmo Cangiano (Nottetempo Edizioni), la scuola è cambiata radicalmente negli ultimi trent’anni in seguito alla trasformazione e alla centralità assunta dalle dinamiche di mercato che hanno determinato il nuovo processo globale di mercificazione. Quindi, secondo la tesi di fondo di questo volume, le “competenze” che si pretendono oggigiorno agli studenti non sono altro che qualifiche richieste dal mercato del lavoro, senza però rendersi conto che il conseguimento di queste pratiche altro non è che l’imposizione del neoliberismo a una società che ormai ha basato i propri valori, non più sulla difesa degli ultimi, ma sulla competizione tra quei soggetti che sono destinati a uscire dagli istituti, proprio come da un processo di selezione mercificata delle risorse umane.
Dunque, altroché dispersione scolastica o inclusività del disagio! Il problema della scuola deriverebbe da un incongruo accostamento tra processo educativo e processo consumistico, per cui gli studenti altro non sarebbero che pedine in mano a una struttura economica sovrastante, di chiara matrice marxiana.
E gli insegnanti? Scrive nello stesso volume Attilio Scuderi, docente universitario, che “l’arte dell’insegnamento è oggi sottoposta a una torsione potente e a una tremenda pressione da parte delle agenzie economiche neoliberiste”.
Infatti, ricostruendo il sistema di formazione e di reclutamento dei futuri docenti dell’istruzione pubblica, Scuderi mette in luce il ruolo preponderante delle università telematiche che offrono i propri servizi al miglior offerente, avendo come effetto però l’abbandono di quella salda formazione disciplinare che gli atenei tradizionali, oggi del tutto sottodimensionati e sottofinanziati, non possono più garantire. Pertanto, i futuri docenti abbandonerebbero qualsiasi prospettiva di unione di interessi collettivi (docenti di tutto il mondo, disunitevi!) per lanciarsi in una lotta senza quartiere a carattere individuale per il posto pubblico, lotta senza quartiere che vedrebbe – quasi darwinianamente – sopravvivere solo quegli aspiranti insegnanti in possesso del maggior numero di certificazioni, abilitazioni e crediti formativi.
Si sta affermando sempre più un classicismo verso l’alto Corollario di tutto questo è l’estensione del classismo verso l’alto: da quello dietro i banchi (i ragazzi con le famiglie più abbienti hanno maggior possibilità di successo scolastico) si passa a quello dietro le cattedre (avranno la possibilità di insegnare solo quei laureati, non in riconosciuto possesso di saperi disciplinari, che invece potranno contare su famiglie più abbienti che li aiuteranno nell’ottenimento-acquisto di tutte i corsi aggiuntivi e specializzanti a pagamento per farsi strada nelle graduatorie). Amara è la conclusione di Scuderi:
“Dunque, questa scuola crea ragazzi che non sognano più e docenti che hanno smesso da tempo di sognare, intendendo il sogno come struttura archetipica dell’immaginario umano e delle immagini-guida del mondo interiore”. Amara è anche la mia conclusione: perché ciò che resta della socialdemocrazia oggi – o di chi dice di rappresentarla – non investe sul reale valore della conoscenza?
Perché, almeno nell’istruzione pubblica, chi crede in quei valori social-democratici non depotenzia i canali di perpetuazione delle differenze economiche e di compravendita dei titoli statali, siano essi un diploma di scuola o un’abilitazione all’insegnamento? Perché la socialdemocrazia, invece di arginare con vane parole di opposizione i populismi sempre più avanzanti, non presenta una serie di reali proposte costruttive che la facciano ritornare al suo compito originario, ovvero proteggere i più deboli e sostenere i più disagiati?
L’immobilismo o, peggio, l’inerzia sono tratti caratterizzanti il nostro mondo, scossi solo dall’avvento di autocrati che poggiano il proprio potere su visioni sovraniste, politiche xenofobe e slogan incentrati su una inumana propaganda di espulsioni dei non autoctoni. Lo spazio lasciato vuoto dalle socialdemocrazie è stato improvvidamente riempito da queste figure di nazionalisti incuranti del diritto internazionale, mentre il welfare state è stato rimpiazzato da visioni localistiche da cui è stata influenzata anche la scuola.
Pure il dibattito sulla cittadinanza ai nostri studenti, figli di immigrati, è stato sepolto dall’immobilismo e dall’inerzia. Non se ne parla più, e basta.
Con una logica alquanto controproducente, perché al di là dei sacrosanti valori dell’universalismo dei diritti, a ogni società occidentale servirebbe fare la semplice equazione tra l’attribuzione della cittadinanza ai nostri ragazzi (futuri lavoratori del domani) da un lato e dall’altro le prestazioni sociali, utili a tutta la popolazione, garantite soltanto dal versamento dei contributi. Ma anche qui la battaglia socialdemocratica, nello specifico quella sulla concessione dello ius scholae, è finita nelle sabbie dell’immobilismo e della diramazione del classismo.
Male endemico della scuola italiana dai tempi dell’unità d’Italia, che nessuno ha mai davvero deciso di affrontare con intenti riformistici. L'articolo Una scuola che crea ragazzi senza sogni con insegnanti che hanno smesso di sognare proviene da Strisciarossa.