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Politica

Groenlandia: il mite modello sociale nordico alla prova delle ingerenze muscolari di Trump

Mercoledì 14 gennaio 2026 ore 17:14 Fonte: Strisciarossa

Il testo che segue è un riassunto dell'articolo Groenlandia: il mite modello sociale nordico alla prova delle ingerenze muscolari di Trump generato dall'AI. L'AI può commettere errori: ogni informazione va verificata attentamente.

La Groenlandia, che ha dimostrato di essere un modello sociale nordico relativamente indipendente e autonomo, sta facendo fronte alle pressioni e alle iniziative di Trump che mirano a influenzarne la governance e le politiche esterne, in un contesto che mette in discussione l'equilibrio dell'Alleanza Atlantica e la stabilità del rapporto tra Stati Uniti e paesi nordici.
Groenlandia: il mite modello sociale nordico alla prova delle ingerenze muscolari di Trump
Strisciarossa

Può colpire molto la decisione con cui il primo ministro del Naalakkersuisut, l’esecutivo dell’autogoverno groenlandese, ha affermato e confermato di volere agire insieme al governo e allo Stato danese. In sostanza, dovendosi autodeterminare, nell’ipotesi in cui l’indipendenza pura non fosse percorribile, sceglierebbe un patto con la Danimarca (e indirettamente la UE, di cui la Groenlandia non fa parte) piuttosto che gli USA.

La risposta del presidente americano non si è fatta attendere, colma di minacce poco velate. Quelle del primo ministro Jens-Frederik Nielsen sono affermazioni più solide di quanto appaia, che affondano le radici ben oltre l’evidente convenienza negoziale.

Questa implica che dinanzi all’immane sproporzione di potenza ed all’evidente improponibilità di una reazione armata da parte della Comunità di Stato danese (che comprende oltre al regno di Danimarca anche Groenlandia e Fær øer), i deterrenti opposti da quest’ultima devono essere di altro tipo. Ad esempio, evidenziare per il mondo intero quanto Washington è decisa a forzare la volontà democraticamente autentica di un alleato.

Il primo ministro dell’Isola danese dice no alle forzature Usa Jens-Frederik Nielsen (Nuuk, 22 giugno 1991) primo ministro della Groenlandia dal 28 marzo 2025 – Foto di FinnishGovernment – https://www.flickr.com/photos/62216677@N07/54546602486/, CC BY 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=166897490 L’affermazione di Nielsen, quindi, è in totale complementarietà con quella della premier socialdemocratica Mette Fredriksen, che ha ripetuto come una forzatura di potenza nell’Artico significherebbe “la fine di tutto”: oltre la NATO, proprio del rapporto che ogni alleato ha costruito con gli USA. Il che ad un orecchio allenato vuole suggerire che ognuno perseguirebbe, più o meno palesemente, dottrine di sicurezza meno basate su quel rapporto storico.

Tanto più in un mondo potenzialmente mai stato così dinamico e mobile, si tratta di un argomento deterrente. Nielsen in sostanza compie un passo di sapienza negoziale e ribadisce il senso del risultato elettorale groenlandese dello scorso inverno: la ferma intenzione di non perseguire un’indipendenza altamente vulnerabile e alla fine dunque falsamente sovrana.

Eppure, questa affermazione non si sarebbe avuta senza i depositi di cultura politica e internazionalista sedimentatisi nel lungo rapporto tra Groenlandia e Danimarca. In questo rapporto, alla lunga, si è contaminato l’inevitabile razzismo insito nell’imperialismo occidentale con due dati invece progressivi cresciuti fra Ottocento e Novecento: la impossibilità/indisponibilità (pur nel colonialismo) a comportarsi da pura potenza e l’edificazione del modello sociale nordico.

Cioè eminentemente socialdemocratico. In un anno del destino, il 1939, il grande economista e premio Nobel svedese Gunnar Myrdal esemplificava tutto ciò sostenendo addirittura che la sovranità nordica (nel suo caso svedese e neutrale) non si sarebbe potuta difendere tanto alle frontiere quanto al loro interno.

Con un ragionamento che la sua scienza economica dello sviluppo avrebbe applicato anche al Sud Globale, Myrdal intendeva che la capacità di resistenza di uno Stato in realtà sta sempre fortemente nel proprio modello sociale, inclusivo delle classi meno privilegiate ed esclusivo progressivamente del loro sfruttamento ai fini della crescita economica. Costruire una società che sta in piedi, ed anche la sua sovranità, significa quindi (ripetiamo: specie nel Sud del mondo, e anche se questo “sud” in realtà è un Artico sottosviluppato) edificare uno Stato che opera palesemente per tutti e non esclude nessuno.

Nuuk, capitale della Groenlandia – Foto di Di Algkalv (talk) – Opera propria, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=10881773 Sappiamo che l’essere “non-potenze” avrebbe portato sia la Danimarca sia la Svezia a condotte anche di compromesso con la minaccia nazista (nel caso danese un’occupazione comunque alla fine brutale). Ma, in parte proprio per reazione a questi non nobili compromessi, nel dopoguerra, in condizioni migliori e allontanate le minacce naziste, la dottrina di Myrdal ha potuto dispiegare in modo più limpido e internazionalista i propri principi.

Sono note le importanti vicinanze dell’internazionalismo nordico alla lotta antimperialista del Sud globale nell’epoca 1960-1990. Per tornare alla Groenlandia, questa epoca di maggiore coerenza internazionalista ha permesso di dialogare con l’indipendentismo in un percorso che in tappe seguenti ha fornito prima rappresentanza parlamentare e aiuto allo sviluppo oltre il peso specifico della popolazione Inuit, poi autonomia (tanto che la Groenlandia non è entrata nella UE) e, dal 2009, autogoverno nella prospettiva di un’indipendenza a cui giungere concordatamente.

Condizioni tali, evidentemente, da non produrre mai l’indipendentismo armato giusto ed ovvio che altri colonialismi occidentali hanno affrontato. Non solo nelle proprie colonie, ma anche al proprio interno (baschi, corsi, catalani e sopratutto il lungo reciproco massacro irlandese sono riferimenti ovvi).

Degli USA, democrazia imperiale per eccellenza, non serve nemmeno produrre esempi. La difesa della sovranità esclude per ovvi motivi la pura potenza ma strategie alternative Dunque, ricapitolando: sia nel costruire la propria solidità sovrana, sia nel rapporto con la nazione Inuit i governi di Copenaghen hanno utilizzato strumenti diversi dalla pura potenza, anche perché storicamente impercorribili per ragioni geo strategiche.

Ne sono nate strategie alternative. Anche le brutture commesse in Groenlandia (il controllo delle nascite imposto a circa 3000 donne Inuit, la privazione di patria potestà su alcune famiglie) furono il modo “coloniale” (dunque inaccettabile, e infatti oggi risarcito a decenni di distanza) in cui anche le “politiche per lo sviluppo” venivano concepite.

Il dato però è che i forti contrasti con Copenaghen che da ciò emergono, relativi anche allo sfruttamento della criolite, non hanno più di tanto intaccato certi importanti depositi di cultura politica ed istituzionale. Al welfare nordico i groenlandesi non intendono dichiaratamente rinunciare.

E specie i partiti storicamente di popolo (come il Siumut socialdemocratico e il IA socialista indipendentista) affermano chiaramente di non volere un’indipendenza che dovesse costarne la distruzione. Nielsen, un liberal democratico leader di un partito di più nuovo conio, non ne fa parte, ma il suo governo non sarebbe ipotizzabile senza tutto questo retroterra.

Nemmeno la linea di condotta negoziale che da quel retroterra nasce, di cui abbiamo detto sopra, sarebbe stata ipotizzabile altrimenti. La ministra Vivien Motzfeldt (di Siumut) la porterà con se nell’incontro con Rubio, e il ministro degli Esteri di Copenaghen, un vecchio liberale di nome Lars Løkke Rasmussen, le sarà accanto.

Il rapporto fra danesi, isole Fær e Groenlandia sancito nella “Comunità di Stato”, era stato poco nominato finora, e per questo forse era stato più facile per Trump manipolarne il senso. Con la dichiarazione di Nielsen ora tutto è più chiaro.

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