Politica
L’asse Roma-Berlino, vecchio-nuovo fantasma della politica europea
Il direttorio franco-tedesco se non è morto è quanto meno agonizzante e pare proprio che stia nascendo invece, alla guida dell’Unione europea o di quel che ne resterà, un asse italo-tedesco nuovo di zecca, non più a cavallo del Reno ma al di là e al di qua delle Alpi. Che ciò avvenga qualche mese prima del novantesimo anniversario (il prossimo 23 ottobre) del Patto d’Acciaio firmato da Hitler e Mussolini potrà da qualcuno essere considerato un segno (ritenuto infausto, si spera) della Storia, aspettando magari che pure a Tokio il governo nazionalista e ultraliberista di Sanae Takaichi si aggiunga alla festa richiamando la memoria della Triplice che accompagnò gli orrori della guerra mondiale sotto il nome incongruamente familiare di Roberto:
Ro(ma)-Ber(lino)-To(kio). Il “Merzoni”: un ibrido politico che si affaccia sulla scena continentale Per fortuna viviamo tempi più tranquilli e la propaganda ci presenta il nascituro politico come una salutare “scossa per l’Europa” (copyright del Corriere della Sera”) che “Merzoni” (idem come sopra), il nuovo ibrido politico a due teste che pedala sulla scena continentale, ha deciso di imprimere alla stanca routine delle istituzioni di Bruxelles.
Come? Il cancelliere tedesco e la presidente del Consiglio italiano ne avevano parlato a due, in Italia con un discreto battage pubblico, qualche settimana fa indicando con una certa vaghezza i campi d’intervento.
Lo spunto di partenza erano i rapporti sulla competitività dell’economia europea e sul funzionamento del Mercato Unico che prima Mario Draghi e poi Enrico Letta, su impulso della Commissione di Bruxelles, avevano proposto all’attenzione dei leader responsabili dei 27 paesi dell’Unione senza che, in generale, a qualcuno fosse punta vaghezza di tirarne una qualsivoglia conseguenza pratica. Si trattava, in sostanza, da un lato di mettere mano a misure che – così riassumevano gli sherpa al lavoro sul dossier – riducessero la “burocrazia” delle politiche comunitarie, le lentezze e gli ostacoli creati non solo dalle barriere ancora esistenti tra gli stati nazionali ma anche le storture e le resistenze degli apparati brussellesi e, dall’altro lato, a creare un ambiente “più favorevole agli investimenti, all’innovazione e alle crescite aziendali”.
Obiettivi che il presidente del Consiglio europeo António Costa ha condensato in una lettera inviata a tutti i leader europei invitandoli a un consiglio informale, una specie di seminario di studio, convocato per domani, 12 gennaio, nel castello di Alden Biesen messo a disposizione dal premier belga Bart De Wever e al quale interverranno anche Draghi e Letta. L’ambizione del vertice – ha spiegato Costa – è di cercare soluzioni tutti insieme senza, ha detto, “essere timidi” e se necessario, essere pronti ad “usare la possibilità offerta dai Trattati di ricorrere alla cooperazione rafforzata”, la quale consente livelli di integrazione avanzata negli stati che aderiscono purché siano almeno nove.
Se davvero dalla riunione uscirà qualcosa si tratterà niente di più che di un primissimo passo sulla strada di riforme ancora molto indefinite nei loro aspetti pratici, ma sulla quale vale la pena di fare qualche considerazione che non induce propriamente all’ottimismo. La prima: è davvero singolare che a proporre riforme del funzionamento strutturale dell’Unione sia proprio Giorgia Meloni che da sempre si dice radicalmente contraria alla riforma del meccanismo di voto nel Consiglio nel senso dell’adozione del sistema a maggioranza al posto dell’unanimità.
L’obiezione è ovvia: se e quando le riforme arrivassero al voto del Consiglio con la possibilità del veto ancora aperta, non ne uscirebbero vive. Neppure l’indicazione implicita del ricorso al meccanismo complicato della cooperazione rafforzata appare come una via d’uscita sicura e comunque per la leader della destra italiana, ma probabilmente anche per il cancelliere tedesco, sarebbe del tutto incoerente accettare il principio della prevalenza di una volontà comunitaria sulla sovranità nazionale visto che l’italiana è esplicitamente fautrice della prevalenza del diritto nazionale su quello europeo, mentre il tedesco dovrebbe probabilmente fronteggiare obiezioni e forti resistenze in patria.
Come si spiega allora questa incongruenza? Semplicemente con il fatto che nel loro spirito le soluzioni suggerite dalla vaga intesa tra Meloni e Merz non si presentano come soggette alla normale dialettica decisionale delle istituzioni dell’Unione, ma, implicitamente e in qualche caso in modo proprio esplicito, configurano una specie di “tutela” da parte delle volontà politiche degli stati sulle decisioni stesse.
Si tratta di un meccanismo che in parte funziona già: una parte consistente delle politiche di Bruxelles è fortemente condizionata da “interessi nazionali” presentati come insopprimibili. Ciò vale in modo evidente per tutto il capitolo del green deal, ma anche per le decisioni sugli approvvigionamenti energetici e si può immaginare quali conflitti si innescherebbero quando si dovrebbe arrivare a prendere decisioni in materia di difesa e di scelte di politica internazionale.
Non è un caso che proponendo il suo contestato piano di riarmo Ursula von der Leyen abbia scelto di renderne protagonisti gli stati nazionali piuttosto che l’Unione in quanto tale. È la dimostrazione plateale del fatto che la stessa titolare della massima autorità comunitaria si è arresa ai voleri e agli interessi dei governi, come peraltro è apparso in modo del tutto manifesto proprio con il green deal.
L’operazione punta a ridimensionare l’integrazione politica dell’Unione Si può dire, insomma, che dietro la dichiarata intenzione di combattere la “burocrazia” e le disfunzioni delle istituzioni brussellesi, che certamente esistono e andrebbero corrette, i due leader nascondono un’operazione politica il cui obiettivo è il ridimensionamento degli aspetti sostanziali dell’integrazione politica dell’Unione. D’altra parte, nel comunicato con cui Merz e Meloni si presentarono dopo il loro incontro bilaterale, non si fa mistero della reale sostanza della loro iniziativa: la semplificazione è “una questione che riguarda i capi di stato e di governo” e alla presidente della Commissione toccherà solo il compito di “riferirne d’ora in poi al Consiglio europeo”, cioè ai governi.
Più chiaro di così… St tratta di una messa in mora dei poteri comunitari che riguarda anche, forse soprattutto, gli aspetti sociali delle politiche europee. Le indicazioni sui modi in cui dovrebbe essere realizzata la “rivoluzione” antiburocratica in stile “Merzoni” riguardano tutte, più o meno chiaramente, pratiche di deregulation e di compressione delle garanzie per i lavoratori e per i consumatori europei, tutte le espressioni, insomma, di quegli aspetti “socialisti” che sono nel mirino non solo degli interessi economici forti e delle destre nostrane, ma anche dell’attacco ai “parassiti” europei che Donald Trump e il suo vice Vance conducono fin dal loro insediamento.
D’altronde, a parte qualche timido soprassalto nazionalistico del primo, sia Friedrich Merz che Giorgia Meloni sono nell’Unione i leader più “amici” del presidente americano e in questo hanno trovato finora un’alleata preziosa nella presidente della Commissione, la quale, secondo voci che girano tra Bruxelles e Berlino, avrebbe rinunciato alla prospettiva di tentare, alla scadenza del suo mandato, la scalata alla segreteria generale della NATO accettando l’offerta di Merz di favorire la sua nomina alla presidenza della Repubblica federale. Vale la pena, a questo punto, avventurarsi in qualche spunto di analisi che vada oltre la contingenza del momento politico in cui si sta compiendo questo passaggio dal direttorio franco-tedesco all’asse cui stanno in tutta evidenza mettendo mano Merz e Meloni.
La riconciliazione tra la Francia e la Germania dopo due guerre mondiali e una sequela di conflitti che per secoli avevano fatto del Reno la frontiera più incerta e insanguinata è stata, anche con i suoi aspetti più iconici come la storica foto del socialista Mitterrand e del democristiano Kohl mano nella mano sul terreno di Verdun, il più solido presupposto della nascita e della crescita dell’unione nella pace dell’Europa, checché ne pensassero, in Italia, i critici-critici dell'”Europa carolingia”. La rottura di quella liaision fondativa della politica europea non è certo un evento di poco conto e apre interrogativi inquietanti sulla stabilità futura del continente.
C’è più di qualche motivo per temere che venendo meno quel fattore di certezza geopolitica si riaprano al centro del continente i contrasti, le divergenze di interessi economici e commerciali, i sospetti reciproci del passato, indotti dall’anomalia (che la storia tranquilla dei decenni passati ci aveva fatto dimenticare) di un paese grande, popoloso ed economicamente forte piazzato nel mezzo del continente. Si tratta di timori che certe decisioni dell’attuale governo di Berlino hanno alimentato e che, pur senza drammatizzare oltre misura, sono diventati oggetto di dibattito pubblico quando il governo Merz, in cui ci sono anche i socialdemocratici, ha preso la decisione di iniziare un riarmo unilaterale molto costoso e da portare avanti come volano della ripresa economica e industriale da una situazione di recessione.
Qualcosa che nella storia dell’Europa si è già visto. Ci sono buone ragioni per sperare che la crisi dei rapporti tra Berlino e Parigi non oltrepassi certe ragionevoli soglie rese più incerte e pericolose dai danni che la disgraziata politica di Trump e il ritiro dall’Europa dell’ombrello difensivo americano rischia di provocare.
Ha fatto qualche impressione, mesi fa, l’inizio di discussione tra le due capitali sulla force-de-frappe nucleare francese, l’eventualità della sua “comunitarizzazione” e certe prese di posizione nel seno dell’establishment tedesco sulla possibilità di pensare a una dotazione nucleare domestica. Il ritiro tedesco dalla collaborazione con la Francia per la produzione di un caccia di ultima generazione e la scelta di aderire invece a un consorzio italo-britannico ha provocato negli ultimi giorni qualche tensione tra Parigi e Berlino, non solo nel campo industriale ma anche in quello strategico.
Ma più ancora rischiano effetti destabilizzanti le divergenze franco-tedesche nell’approccio diplomatico e commerciale con l’interlocutore scomodissimo di Washington. Pare che Emmanuel Macron si sia molto risentito per il rifiuto, un po’ troppo tranchant, opposto da Merz all’adesione alla campagna “Buy European” promossa dal governo francese.
Sarebbe un grave errore se Giorgia Meloni credesse opportuno infilarsi in queste querelles, magari non tanto in nome della risaputa ostilità che regna tra Parigi e Roma, quanto piuttosto per una certa consonanza di posizioni con il cancelliere di Berlino sui migranti e sull’attitudine gelosa della sovranità nazionale nei confronti di Bruxelles. Se l’Unione europea diventasse più debole o, addirittura, scomparisse, le alleanze tra stati tornerebbero ad essere importanti come quando c’erano le guerre.
E bisognerebbe decidere da che parte stare. L'articolo L’asse Roma-Berlino, vecchio-nuovo fantasma della politica europea proviene da Strisciarossa.