Cultura
La felicità come infrastruttura civile
L'anno nuovo ci ha donato un regalo speciale, pensato per chi, nel buio della storia che viviamo, sente l'esigenza profonda di farsi guidare dalle uniche stelle che flebili ancora brillano, tra cui primeggia una su tutte: l'umanità. Scampoli di felicità.
Bellezza, gentilezza, cura per rammendare l’orizzonte si colloca in una zona di confine particolarmente feconda: quella tra saggio politico, narrazione civile e riflessione ecologica. Il libro di Filippo Cannizzo affronta una delle questioni centrali del nostro tempo — la crisi multidimensionale delle società contemporanee — sottraendola sia alla retorica emergenziale sia all’inerzia del fatalismo.
Il risultato è un testo che propone una vera e propria grammatica alternativa del benessere, fondata su relazioni, spazi comuni e responsabilità collettiva. "Per progettare e costruire il futuro, servono persone che sappiano ascoltare.
Serve capire il dolore altrui." Scampoli di felicità - Filippo Cannizzo Il cuore politico dell’opera risiede nella sua critica implicita (ma costante) al paradigma neoliberale che ha progressivamente privatizzato il concetto stesso di felicità. Cannizzo mostra come quest’ultima venga oggi ridotta a risultato individuale, misurabile in termini di performance, consumo o adattamento competitivo.
In questo senso, il libro si iscrive nel solco di quelle analisi che, da tempo, denunciano la trasformazione dei cittadini in soggetti isolati e autosufficienti solo in apparenza. Come quella di Zygmunt Bauman, che scriveva «la felicità promessa dalla società dei consumi è sempre differita, perché deve rimanere incompiuta per continuare a funzionare» (Consuming Life, 2007).
"Scampoli di felicità", cosa una comunità considera "utile" Attraverso la vicenda dell’auditorium della biblioteca — minacciato dalla riconversione in struttura produttiva legata all’industria bellica (pratica trsitemente assai diffusa nella realtà) — Scampoli di felicità costruisce una potente allegoria politica dello spazio pubblico contemporaneo. Non si tratta soltanto di difendere un edificio, ma di interrogarsi su che cosa una comunità considera “utile”, su quali attività vengano ritenute legittime e su quali, invece, sacrificabili.
La cultura, la memoria, la socialità emergono come elementi strutturali del vivere comune, non come orpelli superflui da dismettere nei momenti di crisi. In questo senso, il testo dialoga chiaramente con la tradizione del pensiero sulla città come bene comune.
È difficile non cogliere un’eco delle riflessioni di Henri Lefebvre sul diritto alla città, inteso non come semplice accesso ai servizi, ma come possibilità concreta di partecipare alla produzione dello spazio urbano e del suo significato simbolico. Cannizzo mostra come la perdita degli spazi condivisi non sia neutrale, ma produca isolamento, insicurezza e disgregazione sociale — esattamente l’opposto di ciò che spesso viene promesso in nome dello “sviluppo”.
Un altro asse centrale del libro è la crisi climatica, trattata non come tema settoriale, ma come questione eminentemente politica e sociale. Gli eventi meteorologici estremi, il caldo urbano, la cementificazione, la perdita del verde diventano nel racconto elementi narrativi e al tempo stesso dati strutturali di un modello di sviluppo fallimentare.
Qui il libro si allontana da ogni tentazione apocalittica per assumere un tono rigoroso, quasi pedagogico, mostrando come la crisi ambientale colpisca in modo diseguale e amplifichi vulnerabilità già esistenti. In filigrana, riecheggia l’idea — cara a Bruno Latour — che «non esista più un fuori dalla politica quando parliamo di clima» (Dove atterrare?, 2017).
Particolarmente significativa è la scelta di intrecciare dati, riferimenti scientifici e note esplicative con la narrazione. Questo dispositivo rafforza la credibilità del discorso e ribadisce un punto cruciale: la crisi che viviamo non è il frutto di percezioni soggettive o di “sensazioni”, ma il risultato di processi documentabili, misurabili e politicamente orientati.
La letteratura, qui, non serve a evadere dal reale, ma a renderlo più intelligibile. La "disobbedienza gentile" Sul piano teorico, Scampoli di felicità propone una concezione della felicità che si avvicina più all’eudaimonia aristotelica che all’edonismo contemporaneo: una condizione che riguarda il fiorire umano all’interno di una comunità giusta.
Non a caso, il libro insiste sul tema della cura — dei luoghi, delle persone, delle relazioni — come pratica trasformativa. In questo senso, la “disobbedienza gentile” evocata nelle pagine finali appare come una forma di resistenza civile non violenta, ma profondamente politica, che richiama le riflessioni di Hannah Arendt sulla responsabilità individuale nello spazio pubblico: «La politica riguarda la convivenza tra diversi» (Vita activa, 1958).
Cannizzo non idealizza il conflitto, né nega le difficoltà dell’impegno collettivo. Al contrario, mostra con lucidità la fatica, la paura e il disincanto che attraversano i personaggi.
Tuttavia, rifiuta l’idea che la rassegnazione sia una risposta razionale. In un contesto storico in cui — come osserva Mark Fisher — «è più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo», Scampoli di felicità prova a riaprire lo spazio dell’immaginabile, partendo dal basso, dai territori, dalle relazioni concrete.
In conclusione, questo libro rappresenta un contributo significativo al dibattito contemporaneo su benessere, democrazia e sostenibilità. Non offre soluzioni preconfezionate, ma pone domande urgenti e politicamente esigenti: che cosa rende una vita degna di essere vissuta?
Quali infrastrutture — materiali e immateriali — sostengono davvero una comunità? E, soprattutto, chi decide?
Scampoli di felicità è un testo che chiede di essere letto non solo come opera letteraria, ma come atto civile. Un invito a considerare la felicità non come un lusso privato, bensì come una responsabilità pubblica.
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