Politica
Segnali incoraggianti, ma…
Arrivano dall’America e dall’Europa, e perfino da Israele, segnali incoraggianti circa una rottura dell’onda nera che rischiava, fino a poco tempo fa, di sommergerci tutti. Negli Stati Uniti, così come a Roma, a Madrid e in altre capitali europee, non meno che a Tel Aviv, dove pure si tratta di una piccola minoranza, il movimento No Kings (vedi qui) ha visto, sabato 28 marzo, centinaia di migliaia di uomini e donne in piazza per pronunciare un fermo “no” alla guerra di Trump e Netanyahu.
Per noi, a pochi giorni dalla vittoria nel referendum sulla giustizia, questo è un ulteriore impulso verso la costruzione di un programma di alternativa al governo Meloni. Per quanto nel “campo largo” possano esservi visioni differenti riguardo al conflitto iniziato nel 2022 con l’invasione dell’Ucraina, non ve ne sono affatto intorno all’aggressione all’Iran da parte degli Stati Uniti e di Israele: tanto più che proseguono le uccisioni e la pulizia etnica nei confronti dei palestinesi a Gaza e in Cisgiordania, per non parlare dei continui bombardamenti israeliani sul Libano alla ricerca di un’impossibile eliminazione degli Hezbollah (vedi qui).
È un po’ tutta l’internazionale sovranista-populista, a guida trumpiana, a mostrare segni di cedimento. Per quanto riguarda l’Unione europea, è probabile che cominceremo liberandoci di Orbán il 12 aprile prossimo (vedi qui), mentre dovremo aspettare il 2027 per tentare di mandare a casa Meloni e i suoi e vedere, ancora una volta, fermato il Rassemblement national a Parigi.
Negli Stati Uniti, come si sa, l’appuntamento elettorale è a novembre di quest’anno, e i democratici dovrebbero uscirne vincitori. Dunque cosa sta accadendo?
Molto semplicemente che l’estrema destra, mostrando ormai il suo volto, non riesce più a sedurre come accadeva fino a non troppo tempo fa. L’inflazione negli Stati Uniti non è sotto controllo, nell’Unione europea ci si attende un suo aumento almeno fino al 2,5%, mentre già si fanno sentire i rialzi dei prezzi dei carburanti, per via sia della guerra in Medio Oriente sia di una speculazione lasciata a se stessa.
Il tutto condito da un’arroganza senza pari, che palesa in che cosa consista il “sovranismo realizzato”: cioè nelle pose cesaristiche di Trump, nel suo bullismo internazionale, e poi nell’apertura di una guerra senza obiettivi definiti e senza tempi certi, solo per gridare alla vittoria un giorno sì e l’altro pure, in una postura che però sta dividendo il suo stesso campo. Il chiodo allora andrebbe battuto finché è caldo.
Le manifestazioni sono importanti, ma più importante sarebbe la costruzione di piattaforme politiche alternative. Purtroppo su questo molto lascia ancora a desiderare.
In Francia, per esempio, dopo la tornata delle elezioni municipali (vedi qui), il Partito socialista si sta tormentando. Olivier Faure, segretario dal 2018, non ha fatto del partito “tutto e il contrario di tutto”, come vorrebbero i suoi oppositori interni: piuttosto, alleandosi talvolta alla sua destra con il piccolo gruppo della pseudo-star Raphaël Glucksmann (figlio del “nuovo filosofo” André, punta di diamante dell’anticomunismo ai suoi tempi), e più spesso a sinistra con la France insoumise di Mélenchon (nelle elezioni legislative del 2022 e del 2024), ha impedito che il partito della rosa nel pugno scomparisse.
Ce n’erano tutte le premesse. Il socialismo francese era uscito con le ossa rotte dalla presidenza di Hollande, che aveva seguito una politica economica neoliberale ed era riuscito perfino a farsi tradire dal suo ministro Macron, che, con la fondazione di un partito personale, aveva di fatto impedito la ricandidatura del presidente.
Se si pensa che Mélenchon, anche lui un ex socialista, si proponeva di distruggere la “vecchia casa” e sostituirla in toto, si comprende allora perché Faure sia da considerare addirittura come un salvatore. Ma ora è spinto a cambiare linea.
Sotto la pressione della sua destra interna – e anche per l’irresponsabilità di Mélenchon che, con un elettoralismo rivolto ai giovani delle banlieues, non controlla l’eloquio lasciandosi andare a insulsi giochi di parole, che gli attirano la facile accusa di antisemitismo –, ha dichiarato che non vi potrà essere alcun’alleanza con lo stesso Mélenchon né alle presidenziali né alle legislative. E ciò dopo avere difeso, nelle ultime municipali, una strategia elettorale a geometria variabile, che consentiva alcune alleanze locali con la France insoumise.
La sinistra, secondo gli oppositori di Faure, avrebbe perso delle città alleandosi con i melenchoniani. In realtà, in alcuni casi le elezioni sono state vinte e in altri no, a seconda delle situazioni – e, dove sono state perse, non è affatto detto che senza la France insoumise si sarebbero vinte.
Ciò che è certo, invece, è che una doppia candidatura alle presidenziali – di Mélenchon e di un altro candidato della sinistra – aprirà la via al passaggio al secondo turno di un candidato unico della destra moderata e del centro, che se la vedrebbe poi al ballottaggio con quello (o quella, nel caso si tratti di Marine Le Pen) dell’estrema destra. Nel nostro Paese, immediatamente dopo il risultato del referendum, l’ipotesi delle solite “primarie all’italiana” agita un “campo largo” di cui Conte vorrebbe essere il leader, pur avendo alle spalle un partito che, in termini elettorali, è quasi la metà del Partito democratico.
Conte mira a ritornare a palazzo Chigi, e della compattezza della coalizione sembra infischiarsene. È la prosecuzione, sotto altre spoglie, del partito leaderistico che fu di Grillo, con la differenza che questi (su impulso di Casaleggio) puntava sulle non-alleanze, mentre Conte le concepisce come un utile trampolino.
Quest’avvocato pugliese deve le sue fortune politiche a Luigi Di Maio, che lo propose come presidente del Consiglio del governo 5 Stelle-Lega, e indirettamente a Renzi, allora segretario del Pd, che, rendendo impossibile un dialogo con i grillini, permise la nascita dell’esecutivo giallo-verde. Non sarebbe in fondo un disastro per lui, che non è mai stato il militante di niente, ritornare al governo magari come ministro degli Esteri.
Totò avrebbe detto: “Tutto grasso che cola”.
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