Martedì 17 febbraio 2026 ore 18:01

Cultura

I Cure, i Grammy e il tempo che sceglie di restare

Giovedì 5 febbraio 2026 ore 00:17 Fonte: ReWriters
I Cure, i Grammy e il tempo che sceglie di restare
ReWriters

I The Cure hanno vinto due Grammy Awards alla 68ª edizione del premio: uno per Best Alternative Music Performance, per il singolo Alone, e uno per Best Alternative Music Album, per Songs of a Lost World. Potrebbe sembrare una notizia da archiviare in fretta come un riconoscimento tardivo, ma questi Grammy raccontano molto di più.

Non parlano di un trionfo di maniera, né di un premio che arriva per coronare una carriera finalmente “ufficializzata”. Parlano di un linguaggio coerente che, controcorrente rispetto alle logiche industriali più correnti, resiste e si afferma.

Di questo album avevo già scritto in precedenza, soffermandomi sul suo peso emotivo e sulla sua capacità di dialogare con il passato senza trasformarsi in nostalgia. Tornarci ora, alla luce dei Grammy, non significa riformulare un giudizio, ma osservarlo da un’altra angolazione: capire perché proprio oggi un disco così viene riconosciuto ufficialmente, e cosa questo dice non tanto dei Cure, quanto del tempo che stiamo attraversando.

I Cure non sono mai stati una band che punta al consenso immediato Hanno sempre costruito spazi musicali in cui l’ascolto è un atto profondo, mai di superficie. Questo non li ha mai resi protagonisti delle classifiche effimere né dei format preconfezionati.

E forse per questo, oggi, la notizia dei Grammy non suona come un premio istituzionale, ma come una presa d’atto di qualcosa che, da tempo, era già evidente. Il cuore di questo riconoscimento sta in un elemento che dice molto della postura artistica della band: il brano premiato, Alone, è una canzone dalla durata insolita per il formato singolo contemporaneo.

Non è costruita per adattarsi alla brevità imposta dallo streaming o alle “regole” della fruizione rapida. Si prende il suo spazio, supera abbondantemente i sei minuti, e incarna un’idea di musica che non scende a compromessi con l’istantaneità.

Alone non è pensata per essere subito consumabile, ma per essere vissuta. La sua ampiezza non è un difetto da correggere, ma una scelta: lasciare che l’emozione si dispieghi, accettare la possibilità che l’ascolto richieda tempo, silenzio, disponibilità.

In un’epoca in cui il ritmo dell’industria musicale privilegia la velocità e la sintesi, questa è una posizione scomoda e preziosa. Allo stesso modo, Songs of a Lost World — l’album che ha vinto Best Alternative Music Album — non è un lavoro che rincorre la moda o imposta una formula rassicurante per il pubblico.

È un disco che accoglie il peso del tempo, che non cerca scorciatoie narrative o melodiche, ma costruisce un proprio paesaggio emotivo coerente. Ogni traccia è parte di un discorso più ampio, una riflessione sulla memoria, sulla distanza e sul senso di appartenenza.

Il doppio riconoscimento ai Grammy — singolo e album — va letto come una conferma: non di una svolta commerciale, ma di una coerenza artistica che ha saputo mantenersi intatta nonostante le trasformazioni del mercato musicale. I Cure non hanno adattato la loro voce per essere capiti; hanno continuato a parlare con la stessa, personale lingua sonora che li ha sempre distinti.

E chi li ascolta da anni sa che questa è la loro forza. Alla fine, questi Grammy non alterano il percorso della band Non servono a legittimare ciò che già non ha bisogno di legittimazioni.

Ma raccontano qualcosa sul presente: che, anche in un tempo di fruizione veloce e attenzioni distratte, può ancora prevalere una musica che non corre, che si concede tempo, che chiede all’ascoltatore non una reazione immediata, ma una presenza. Una musica che resta.

E che, quando torna a bussare, lo fa con la stessa voce di sempre. Buona Musica!

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