Politica
Come restituire un carattere egemonico alla democrazia nel mondo che controlla le coscienze e conculca libertà e diritti
EGEMONIA (dall’Enciclopedia Treccani): Presso i Greci, il potere di comandare conferito allo Stato più importante nell’ambito di alleanze o leghe di Stati.
Si esplicava soprattutto nel comando militare delle forze alleate. Lo Stato egemone non doveva intervenire negli affari degli alleati né violarne l’autonomia: altrimenti l’e. si sarebbe trasformata in impero (ἀρχή), come avvenne, per es., nell’ambito della lega delio-attica, in cui Atene da egemone divenne città-tiranno.
Dall’Ottocento il concetto di e. è stato utilizzato dalla storiografia come criterio per interpretare la tendenza degli Stati a estendere la propria potenza, e dunque in relazione ai problemi di equilibrio fra i paesi nella storia d’Europa. Nella cultura italiana del Risorgimento (V.
Gioberti), il termine perde il connotato economico-politico-militare per assumere quello etico-politico. Ugualmente è inteso da A. Gramsci per capire determinati passaggi della storia europea in relazione alla politica delle classi e dei gruppi sociali; nei Quaderni dal carcere l’e. è la capacità di una classe, un gruppo sociale o intellettuale, una formazione politica, di attrarre, influenzare e dirigere politicamente altre classi. *** Il mondo è uno e disuguale.
Guerre, epidemie, migrazioni, fenomeni del clima, bisogni sociali senza replica, coesistono con profitti sguaiati, tecnologie a sfidare l’umano, intelligenze artificiali, scienza e scoperte d’impatto sull’antropologia conosciuta. Mai in precedenza la combinazione dei caratteri si era spinta a inglobare il tutto, fosse solo per una circolarità delle notizie, con gli ultimi, e gli umili, a conoscere la natura dei primi e dei privilegiati.
Una realtà inedita vede mancare ancoraggi operanti a lungo e oggi irrimediabilmente arrugginiti. L’Occidente arranca in una corsa che nell’arco di pochi lustri lo vedrà sorpassato per floridezza economica, bilance commerciali e influenza militare da tre o quattro nazioni immense quanto un continente del vecchio mondo.
Nella storia di prima l’egemonia, intesa come potenza, poteva mutare domicilio, ma un domicilio lo trovava. Veniva scandita in una curva: dapprima la scalata, poi lo stallo e il successivo declino sino al passaggio simbolico di consegne.
Per rimanere all’epoca moderna, fu così dall’Olanda del Seicento al primato britannico sugli oceani, e da lì all’impero americano dove siamo stati cullati e cresciuti. Ora, la domanda è quale sarà, ammesso riesca a imporsi, l’egemonia in grado di regolare economie, scambi, diritti.
E quale l’esito dello scontro tra democrazie e autoritarismi, libertà e dittature. Dunque, ha ancora un senso o qualche utilità interrogarsi sul concetto in relazione al dopo?
All’Europa e al mondo per come sortiranno dal tornante dei prossimi anni? Nel cercare una risposta limiteremo il campo alla traccia elaborata da Antonio Gramsci.
Enorme bagaglio da avvicinare per cenni, ma sarà guida per capire se e quanto del principio si possa giudicare ancora terra fertile per idee frutto di conflitti e opportunità del presente. *** Ora, è vero che siamo tutti impelagati nella cronaca stretta, il delirio trumpiano col corredo dei Paperoni tecnologici a spuntare le parole democrazia e tolleranza dal vocabolario della destra post-post-moderna. Resta, però, che sull’argomento la trafila è stata parecchio più lunga e complessa.
Per dire, c’erano Eisenhower e Pio XII quando sul New York Times si rinveniva traccia di un “embrione di computer elettronico” destinato a “…riprodursi ed essere cosciente della propria esistenza”. Solo due anni prima, nel 1956, le platee dei cinema americani s’inquietavano sul pianeta Altair dove l’anziano filologo, professor Morbius, partoriva dalla mente un’entità misteriosa in odio alla spedizione terrena capitanata (la legge del contrappasso esiste) dall’ineffabile Leslie Nielsen, alias tenente Dreblin ne “La pallottola spuntata”.
Insomma, macchine pensanti assemblate ipotizzando “cervelli in grado di autoriprodursi” non erano solo esclusiva di circoli hollywoodiani e amanti del genere fantasy. Risale al 1972 l’incarico assegnato dal governo inglese a James Lightill, matematico esperto di fluidodinamica, per un rapporto su costi e strategie dell’IA.
Da lì e per tappe successive si giunge al nodo tuttora non risolto: transitare dall’immagazzinare dati testuali e immagini in una forma avanzatissima d’intelligenza digitale a quell’intelligenza anche fisica in grado di attivare reti neurali e, con esse, esperienze sensoriali capaci in perfetta autonomia d’interagire col mondo. Ma a proposito di biografie singolari, nell’affrescare lo sfondo appaiono decisive.
Darne conto è impossibile, alcune spiccano però e trascinano il racconto quasi fino dove siamo noi. Fei-Fei, brillante studentessa cinese consegue fama e successo con un progetto che categorizza le immagini registrate dalla macchina.
Nasce ImageNet: 15 milioni di immagini suddivise in 22mila categorie annotate da quasi 50mila collaboratori di oltre 150 paesi. Immaginatevi di porzionare il mondo reale fornendo alla macchina un volume di conoscenza selettiva e schematizzata, ancora mancante di un’elaborazione sensoriale, ma comunque senza nulla di eguagliabile nel passato.
Morris Chang, invece, è un imprenditore d’assalto, taiwanese naturalizzato statunitense. Ha fondato la più grande industria mondiale di semiconduttori basata sul silicio.
Il processo manifatturiero è composto da un migliaio di passaggi controllati con rigore dirigistico da ingegneri asserragliati in veri parchi tecnologici. L’uomo ha idee chiarissime sulla struttura d’impresa, odia i sindacati che, per inciso, nell’intero settore dell’alta tecnologia non sono contemplati né potevano essergli graditi gli ultimi due inquilini democratici della Casa Bianca.
Diciamo che nel nuovo core-business, della vecchia fabbrica operaia sulle due sponde atlantiche non è rimasto nulla mentre dalla Malesia al Vietnam crescono nuove cattedrali di una manifattura che sdogana milioni di ultimi e penultimi nel novero di un’inedita classe media. Terzo (o primo), tra i campioni citati, Jen-Hsun “Jensen” Huang, anch’egli emigrato giovanissimo da Taiwan negli States, precoce talento del ping-pong, gavetta dal basso, bassissimo, ingegnere elettronico, nel 1993 in un onorevole fast food, da Denny’s, fonda NVIDIA.
Dettaglio, veste da sempre con un giubbotto di pelle, modello Schwarzenegger in Terminator, ma il motivo allungherebbe il discorso. Lui va dove si deve andare, nella Silicon Valley (o “valle del silicio”), lì lavora per alcune aziende di semiconduttori, a pieni polmoni aspira l’aria di start-up in rampa di lancio finché si getta nell’impresa che gli cambierà l’esistenza, e come nei film, confessa a una madre diffidente l’intenzione di lasciare il certo per l’incerto: fondare un’azienda di schede grafiche per videogiochi.
L’anno è il 1993 e NVIDIA si getta nella competizione durissima tra società nate per rivaleggiare senza scampo sulla progettazione di schede grafiche tridimensionali. Il nome dice molto, nasce dall’acronimo NV (Next Version) e sfocia in quella derivazione dal latino “invidia”.
Jensen coi suoi soci accetta la sfida del mercato, di quel mercato, creare mondi da intuire e vedere attraverso grafiche impossibili da pensare. L’uomo sa bene che in quella gara vince chi sopravvive anche alle lusinghe del proprio successo e che non esiste sentiero accomodante, ma solo intuito e desiderio sfrenato di “sentirsi costantemente affamati, folli”.
“Siate affamati, siate folli”, do you remember quell’altro genio? Allora, quale la sintesi per forza parziale (quanto a una morale e al nuovo concetto di egemonia, chissà)?
Prendere le misure di questo nuovo mondo e delle sue tre tendenze strutturali. Una manifattura sempre più appaltata all’oriente asiatico; un’economia e una società digitalizzate; la sfera della politica condizionata dalla sicurezza della nazione.
Con una partita per molti versi ancora da completare, dunque nell’incertezza dell’esito, ma nella chiarezza sul campo dove si giocherà e che non contemplerà un’Europa stanca e attardata nei suoi progetti al ralenti. Un divario di risorse, talenti, idee, già notevole una decina d’anni fa si è fatto ancora più profondo e anche le non moltissime esperienze pilota, dalla Finlandia alla vecchia Francia, per uno sviluppo serio avranno bisogno di finanziarsi oltre oceano, come già il londinese DeepMind.
Ma non è detto si tratti per forza di un destino scritto. Almeno se in questa nostra parte di mondo, intraprendenza e creatività, strategia e ambizione sapranno ricondurre il ruolo della pura “regolazione” nelle retrovie della storia dove avrebbe il dovere di stare.
Al fondo, costruire una vera unione dei mercati dei capitali proponendosi di attrarre fermandoli in tempo quei talenti in procinto di raggiungere il gate dell’imbarco non dovrebbe essere un’impresa più titanica che sbarcare su Marte. *** Foto di Gerd Altmann da Pixabay Ci siamo mossi delle riflessioni di Gramsci sulla necessità di una egemonia sociale, politica e culturale per affermare un modello di società. È di tipo assai diverso l’ambizione tesa a qualificare l’etica dell’intera specie umana così da condizionare i confini di macchine via via più sofisticate e sviluppate sul versante dell’intelligenza non umana.
Con una punta di pessimismo, ci troveremo a passare dalla domanda su come dare vita a uno spirito egemone sul governo dei processi sociali all’interrogativo su come prevenire l’egemonia di un pensiero capace di costringere il genere umano in una condizione di minorità. Codificare l’etica sul terreno dell’algoritmo: basterebbe questa sintesi a farci precipitare dentro un’epoca della storia priva di qualunque precedente nella parabola conosciuta dall’umanità.
Nel corso dell’ultima legislatura, l’Unione Europea è stata la prima istituzione ad approvare una legge di regolamentazione dell’uso dell’intelligenza artificiale. Lo scopo era tutelare i diritti dei cittadini proibendo l’utilizzo di alcune applicazioni.
La si potrebbe definire una visione illuminata del problema, salvo un particolare: nello stesso momento l’Europa sta lasciando campo a Stati Uniti e Cina in ambiti fondamentali come la corsa del super calcolo, della Rete superveloce e dei chip. In questo caso il tema riguarda l’ambito dove una possibile egemonia tenderà a svilupparsi.
Riguarderà quell’ambito la sfera dei principi, la regolamentazione decisa dal nostro parlamento europeo, oppure l’impatto materiale degli strumenti sui quali dirottare enormi risorse finanziarie e della ricerca? Perché, se fosse la seconda via, dovremmo seriamente preoccuparci del ritardo già cumulato in ambiti strategici come il 5G e la cyber security.
Al netto delle parole del Papa, il Vaticano nel 2020 ha promosso l’iniziativa Rome call for AI ethics: l’intento era promuovere un “approccio etico” alla cosiddetta algoretica. Nobile intento, faticoso traguardo.
Spiega Roberto Cingolani, oggi amministratore delegato di Leonardo, come gli Stati Uniti abbiano a disposizione 5 miliardi di miliardi di operazioni il secondo, il Giappone 870 milioni di miliardi, la Cina 770 milioni di miliardi, e l’Italia 460 milioni di miliardi. Ancora, gli Stati Uniti dominano il super calcolo e il Cloud: presidiano quasi tutta la memoria prodotta grazie ad Amazon, Microsoft, Google, Oracle, Ibm.
Il ritardo dell’Europa è notevole anche perché, come spiega Francesca Basso, la tecnologia è in mano cinese come la maggior parte delle terre rare necessarie per realizzare i chip (vedasi il complicato rapporto tra Washington e Kiev). Naturalmente dietro questi argomenti c’è una riflessione su quel capitalismo della sorveglianza capace di condizionare stili di vita, consumo, comportamenti massificati.
Su questo terreno la nuova egemonia costruisce il suo impatto. Intere esistenze vengono “tracciate” in ogni espressione, domanda, movimento.
Lo smartphone che teniamo nella tasca e da cui ci separiamo, neppure sempre, soltanto nelle ore notturne, è uno strumento formidabile di controllo sociale capace di orientare decisioni, scelte, acquisti e acquisizioni. Un potere enorme, mai sperimentato in passato, tale da mettere in secondo piano l’intera parabola dell’egemonia concepita nel vecchio secolo e nel tempo storico alle spalle.
La domanda è apparentemente semplice: quel capitalismo della sorveglianza, oggi così pervasivo, è riformabile oppure no? Così come un secolo fa, menti illuminate si sono interrogate sul processo storico in grado di determinare l’egemonia di una classe, l’interrogativo di ora e degli anni che abbiamo davanti riguarda la possibilità o meno di restituire alla democrazia un carattere egemonico nel senso di preservare l’integrità di libertà e diritti per la prima volta conculcabili non attraverso il conflitto politico, ma il controllo delle coscienze individuali. *** Recitava l’XI tesi su Feuerbach di Marx:
I filosofi hanno solo interpretato il mondo in modi diversi; si tratta però di mutarlo. Forse, in coda alla nostra ricognizione sul concetto di egemonia, verrebbe da dire: ripartiamo da qui.
Questo testo è tratto dalla prefazione di Gianni Cuperlo al libro Antonio Gramsci – Egemonia e Democrazia (Passigli Editori, Euro 18,50) L'articolo Come restituire un carattere egemonico alla democrazia nel mondo che controlla le coscienze e conculca libertà e diritti proviene da Strisciarossa.