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Nel disinteresse mediatico generale la Tunisia di Saïed sta sprofondando nella repressione
La scarcerazione, seppur condizionale, della giornalista e avvocata Sonia Dahmani, avvenuta il 27 novembre scorso dopo un anno e mezzo di detenzione arbitraria nelle carceri del regime di Kaïs Saïed in Tunisia, è stata oscurata poche ore dopo dall’arresto di un’altra attivista, Chaïma Issa, prelevata in strada dopo una manifestazione femminista e “contro la repressione e la dittatura”. Il 2 dicembre è stato arrestato l’avvocato e attivista per i diritti umani Ayachi Hammami.
Il 4 dicembre la stessa fine è toccata ad Ahmed Nejib Chebbi, figura storica dell’opposizione tunisina. “È importante parlarvi di questi casi non solo perché Issa e Hammami sono in sciopero della fame ma anche perché, in momenti storici con forti ondate repressive, c’è il rischio che la popolazione si dimentichi di queste persone”.
A parlare è Hatem Nafti, scrittore e analista tunisino, residente in Francia da anni, tra i primi a chiamare “colpo di Stato” quanto avvenne il 25 luglio del 2021, quando il presidente Saïed, dieci anni dopo la destituzione del regime di Zine El-Abidine Ben Ali sulla spinta delle proteste popolari, sostenendo di voler combattere la corruzione politica e forte del favore di buona parte della società, decise di sospendere il parlamento e licenziare il primo ministro. Nafti, in Italia per presentare il suo ultimo libro “Notre ami Kaïs Saïed:
Essai sur la démocrature tunisienne”, ha raccontato di quanto sta accadendo in Tunisia durante un incontro con la stampa organizzato a Roma da Amnesty International Italia sabato 6 dicembre, mentre per le strade di Tunisi era in corso una manifestazione contro la repressione. “Gli ultimi giorni sono stati particolarmente neri, per questo sentiamo l’urgenza di informare il più possibile, vista la quasi completa assenza della situazione politica tunisina nell’informazione italiana”, introduce Debora Del Pistoia, di Amnesty International Italia.
Il 27 novembre, infatti, la Corte d’Appello di Tunisi ha confermato le condanne nei confronti di 34 imputati nell’ambito del “caso complotto”, che vede esponenti dell’opposizione politica, avvocati e attivisti accusati di cospirazione contro la sicurezza dello Stato. Le pene detentive vanno dai 5 ai 45 anni.
Tra le 34 persone condannate, scrive Amnesty in una nota, sei figure dell’opposizione sono detenute arbitrariamente dall’inizio delle indagini nel febbraio del 2023, mentre altre 20 sono residenti all’estero. Altre sono state arrestate negli ultimi giorni.
Chaïma Issa, condannata a vent’anni di carcere, il 29 novembre è stata prelevata con la forza da uomini in borghese nel centro di Tunisi, al margine di una manifestazione. Ayachi Hammami, ex ministro dei Diritti umani, “uno dei più importanti avvocati per i diritti umani in Tunisia, attivo anche durante il regime di Ben Ali”, spiega Nafti, è stato arrestato il 2 dicembre mentre era a casa.
Su di lui pende una condanna di cinque anni. Ahmed Nejib Chebbi, 81 anni, “è il politico di opposizione più conosciuto in Tunisia (presidente del Fronte di salvezza nazionale, ndr), attivo da 60 anni, che ha vissuto tutti i regimi”, è stato arrestato con una condanna a 12 anni.
Oggi, in Tunisia, molti leader di opposizione, “che va dagli islamisti alla sinistra passando per i sostenitori del vecchio regime”, sono in carcere. L’appello lanciato nel corso dell’incontro, si unisce a quello dei manifestanti a Tunisi: liberare tutti gli arrestati per motivi politici che “sappiamo essere tantissimi, ma di cui è difficile stabilire un numero esatto”.
Scarcerazioni dovute, perché “anche se alcune figure politiche hanno responsabilità di cui rispondere, in questo momento mancano le garanzie per un giusto processo”, aggiunge Hafti. Oltre alle opposizioni, scrive Amnesty International, “le autorità tunisine hanno intensificato la repressione nei confronti dei difensori dei diritti umani e delle organizzazioni non governative indipendenti attraverso arresti arbitrari, congelamento dei beni, restrizioni bancarie e sospensioni disposte dal tribunale” con “il pretesto di combattere i finanziamenti stranieri ‘sospetti’ e di proteggere gli ‘interessi nazionali’”.
Secondo l’organizzazione negli ultimi quattro mesi, almeno 14 Ong, tra le quali l'Associazione tunisina delle donne democratiche e media indipendenti come Nawaat e Inkyfada, hanno ricevuto ordinanze del tribunale di sospendere le loro attività per 30 giorni. A colpire, emerge nel corso dell’incontro, è anche il decreto legge 54 sulla divulgazione di informazioni false, approvato nel settembre del 2022, che “criminalizza la libertà di espressione, anche un semplice commento su Facebook critico verso la politica del presidente”.
Come accaduto a Dahmani, ancora oggi in attesa di una sentenza definitiva, indagata per delle affermazioni durante un programma televisivo. Quanto accaduto negli ultimi giorni “va in continuità con la strategia applicata dal 25 luglio 2021, quando è stato sospeso il Parlamento, a cui sono seguiti i giudici e il Consiglio superiore della magistratura, mentre nel 2022 è stata sostituita la Costituzione” che era stata approvata nel 2014 con un “lavoro collettivo tra le varie anime politiche e della società civile, smantellando molti degli strumenti che erano stati costruiti nei dieci anni di transizione democratica”.
La logica, per Hafti, “è quella di attaccare in modo sistematico i corpi intermedi, accusati di andare contro il progetto politico del presidente. Il ‘caso complotto’, poi, è emblematico, perché fin dall’inizio Saïed ha puntato molto sulla narrazione del complotto contro la Tunisia e questo ha una grande presa tra la popolazione che per la maggior parte crede che Saïed stia cercando di fare del suo meglio per risolvere i problemi del Paese”.
Un’altra retorica che sta segnando il discorso politico tunisino con grande presa sulla società è quella razzista verso le persone rifugiate e migranti, in particolare provenienti dall’Africa subsahariana, che negli ultimi tre anni, come denuncia il recente rapporto di Amnesty International “Nessuno ti sente quando urli: la svolta pericolosa della politica migratoria in Tunisia”, sono state oggetto di pratiche di polizia razziste, diffuse violazioni dei diritti umani ed espulsioni collettive di decine di migliaia di persone verso l’Algeria e la Libia. E l’Unione europea, che nel luglio 2023 ha firmato con la Tunisia un memorandum d’intesa, “rischia di rendersi complice”, denuncia l’ong.
In prima fila c’è l’Italia di Giorgia Meloni. Ed è per questo che Hafti ha sottolineato come, “tra le molte presentazioni europee, quella che ha contato di più è stata quella di Roma.
Perché, anche se il presidente Saïed punta molto sulla retorica della sovranità, nella realtà il suo regime gode del supporto dell’Italia e subisce una forte ingerenza esterna, soprattutto per quanto riguarda le politiche migratorie. Le tasse degli italiani sono usate anche per rafforzare l’apparato securitario tunisino e la sua guardia costiera che oggi interviene in modo sempre più violento per bloccare i flussi migratori”. © riproduzione riservata L'articolo Nel disinteresse mediatico generale la Tunisia di Saïed sta sprofondando nella repressione proviene da Altreconomia.