Politica
Quel Chiapas che non ti aspetti
Sul Chiapas si sono addensate per decenni intere mitologie. Territorio rebelde per eccellenza, in cui covava un marxismo esotico e sorprendente, il Chiapas ha alimentato i sogni politici della generazione no-global.
Lo sfuggente e intellettuale subcomandante Marcos, la profezia millenarista dell’indio Antonio, l’imprevista e coraggiosa capacità di autodeterminazione di minoranze sfruttate e abbandonate, il nuovo mondo che maturava nel folto della selva Lacandona. Il grido Ya basta! (“Adesso basta!”) ha echeggiato ovunque, raggiungendo gli angoli più remoti del pianeta, insieme alle immagini di giovanissimi e umili militanti in ciabatte di plastica e con armi improvvisate.
Suggestioni affascinanti che parlavano di qualcosa di profondamente diverso dalla cosiddetta Scheinrevolution terzomondiale sempre invocata e attesa in Occidente, e mai realmente prodottasi. Sono però trascorsi diversi decenni da quel momento topico dell’altermondialismo, e ora un bel docufilm a opera di Maurizio Fantoni Minnella, scrittore, documentarista e regista, fa luce su quella che è la situazione odierna.
Da pochi mesi, infatti, circola nelle sale il suo ultimo lavoro, Orizzonti ribelli, frutto di un recentissimo viaggio in Chiapas organizzato grazie a un crowfunding. Filo conduttore del docufilm è la voce di una sociologa vicina al movimento, Diana Itzu Gutiérrez Luna, che ne descrive le trasformazioni intervenute negli ultimi anni, un periodo che ha visto crescere, sia pure lentamente, il radicamento territoriale dello zapatismo.
Viene così illustrato tanto il consolidarsi di giunte di buon governo e municipi autonomi, quanto il moltiplicarsi dei caracoles (“chiocciole”), piccole realtà comunitarie che ne articolano la presenza, e di queste viene mappata la collocazione. Realtà che hanno resistito tenacemente per oltre un trentennio, nonostante fossero rimaste deliberatamente ai margini della distribuzione di risorse economiche da parte dello Stato, e costantemente sottoposte alla minaccia rappresentata dall’esercito e dai paramilitari.
Al di là di quella che ne è stata la tenacia e di quella che ne è oggi la consistenza quantitativa, la sociologa segnala anche uno slittamento del movimento verso concezioni che sembrano progressivamente allontanarsi dal marxismo militante di un tempo, o almeno da ciò che se ne immaginava in Europa a metà degli anni Novanta. Un passaggio fondamentale è avvenuto in seno al movimento zapatista, quello dall’ideologia di una rivoluzione armata, con funzione di sovvertimento dell’ordine e del sistema vigente, alla scelta di un radicamento territoriale in difesa della “madre terra”, della collettivizzazione delle sue risorse e dei suoi confini.
La voce narrante riepiloga le diverse stagioni ed evoluzioni vissute dallo zapatismo, sia al proprio interno sia nei confronti della società civile messicana e internazionale, in cui si sono alternati momenti di apertura al confronto e fasi di protezione e autodifesa. Vengono ripercorsi frangenti difficili, come quando nel 2022-23 si è avuta in Messico una proliferazione di delinquenza organizzata, con la presenza di organizzazioni criminali che vedevano coinvolti in alcuni casi anche i militari, e il Chiapas è stato interessato dal fenomeno, che ha cercato di contrastare come poteva.
Per gli zapatisti difendersi dalla minaccia della criminalità organizzata ha voluto dire spostare alcune delle attività del movimento da San Cristóbal alla zona degli altipiani, più difficile da raggiungere. Non solo minacce esterne: c’è stata anche una crisi interna del sistema di autogoverno locale, legata a un certo verticismo delle strutture organizzate, in particolare delle giunte di buon governo, che ha condotto a una critica delle modalità di funzionamento interno, e a una proposta di revisione delle strutture stesse.
Fedeli al precetto “comandare obbedendo”, i caracoles hanno ispirato una rotazione nell’esercizio del potere, fornendo l’ispirazione per una reale partecipazione ai processi di governo locale. Le immagini poi mostrano gli studenti che frequentano la locale Universidad de la tierra, e Diana, commentandole, parla sì di capitalismo e di estrattivismo, della crisi terminale che attraversa le potenze occidentali, ma al tempo stesso insiste sullo spazio che, nell’ambito dei corsi, viene dato ad altri filoni di ricerca: si va dalla riscoperta del pensiero indigeno agli studi postcoloniali, in direzione di un approfondimento delle relazioni tra gli esseri umani, di una ricucitura tra il mondo degli esseri viventi, e la terra-madre, la pachamama.
Il tutto in un’ottica di ricostituzione di una globalità interrotta, di una progressiva riconquista di equilibri perduti, appartenuti forse un tempo a mondi arcaici. Il regista, con pochi tratti, rende efficacemente questo singolare ambito di studio, mostrandone le attività e i laboratori; e riesce a evitare la retorica anche quando la memoria si fa più amara, e riemergono stragi e violenze del passato, come nella testimonianza di Lupita, scampata da piccola a una strage perpetrata nella comunità di Acteal, in cui tutto sembra attenuarsi, e la rievocazione della barbarie degli assalitori e degli squadroni della morte, inviati a massacrare comunità pacifiche e indifese, affiora a fatica da una ritrosia piena di dignità, mentre emerge una mistica della non-violenza che, in alcuni casi, si fa anche fede e religiosità concreta.
In un caracol gruppi di donne raccontano tranquille di come abbiano avviato piccole attività commerciali, basate su saperi artigiani e su prodotti locali, ridendo del modesto esito commerciale della loro impresa. Sullo sfondo, un paesaggio aspro, collinare, a tratti montano, che pare separare il Chiapas dal resto del mondo, escludendolo e al tempo stesso proteggendolo.
Su tutto aleggia il silenzio, la lentezza di chi non ha fretta, e si dipana un tempo intermedio, sospeso, divenendo significativi un sorriso, un’immagine colta casualmente, una cappella improvvisata e disadorna. Così il docufilm di Minnella propone un Chiapas meno militante e meno eroico di quello della vecchia immagine stereotipata, ma per questo forse più intrigante, più avvincente, nel suo proporsi come luogo remoto, in cui avvengono mutamenti in maniera sottile: un territorio lento, che digerisce una trasformazione ancora in atto, e su cui sarebbe facile ingannarsi se ci si limita alla ricerca degli aspetti esteriori.
In particolare, le figure femminili emergono con forza: solide, radicate, telluriche, sempre più presenti e protagoniste nel movimento, come hanno mostrato anche le ultime uscite recenti: nella cerimonia dell’anniversario dell’insurrezione, nel 2024, sono state loro, le donne, le principali protagoniste dell’evento. Qui, evidentemente, il progetto di assimilazione delle comunità autoctone in maniera subordinata alla “civiltà del libero mercato” è fallito, lasciando il posto a una soggettivazione indigena, che procede con i suoi tempi, con le sue modalità, difficili da cogliere per lo “sguardo coloniale”, come comprese Frantz Fanon prima di tutti.
La rottura dei Novanta ha aperto una crepa che non è stata ricomposta, e, mentre l’ordine globale si disfa e risuonano tamburi di guerra, questi mondi procedono verso una loro strada, aprendo finestre su un futuro diverso. Il regista ce li restituisce attraverso un sobrio realismo che si tinge a tratti di elementi fantastici, cui fa da complemento una colonna sonora piena di evocative allusioni generazionali.
L'articolo Quel Chiapas che non ti aspetti proviene da Terzogiornale.