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Primavera di guerra. Parafrasi da Il glicine di Pierpaolo Pasolini
Marzo è finito. Nelle strade di Roma si sente il presagio del glicine, lo porta con sé – e lo fa intenso – questo mese ventoso.
Dalle finestre aperte, le parole che ci raggiungono dalle radio accese sono voci di sterminio. Com’è possibile che tutto rinasca mentre si muore, che tutto richiami alla vita mentre non si vive?
È questa la domanda che si pone Pierpaolo Pasolini in una poesia del lontano 1958, tempo che sentiva profeticamente altrettanto infelice del nostro – e non lo era. Rileggerla può dar voce ai nostri stessi dubbi, al nostro stesso dolore.
Per questo mi limiterò a restituire le sue parole il più fedelmente possibile, quasi in parafrasi, e sia pure nell’intreccio della sua voce con la mia. Se il glicine è gemello dell’anima è questa comune anima che parla.
L’irrompere del glicine, l’irrompere della vita, ha tutto il sapore di un miracolo. Miracolo è la stagione che si rinnova in Roma, terra d’esilio, in una lingua che suona diversa e barbarica rispetto al dolce dialetto.
Miracolo è questa sensazione che si rinnova in un’anima che non si crede più immortale, anzi, che si sente già morta dentro. Miracolo è che il viola, che è il colore del lutto, possa vestire ancora la luce della bellezza.
Quelli che il poeta vede non sono però i glicini appena fioriti, sono quelli presenti nella sua memoria. Gli altri sono piuttosto “calchi funerei”, ne imitano la forma e il linguaggio senza farsi parola, sono colore senza luce.
Vengono, in una condizione di assenza, soltanto a testimoniare che è aprile. E tuttavia questo colore non è pallore di cadavere, quanto estranea dolcezza: forse diventerà interamente tale solo più tardi, alla fine di un tempo avido di divorarsi.
E quindi no, l’animo non è morto, le sensazioni del passato sono ancora presenti, restano una provocazione: attraverso le fioriture recenti restituiscono memoria di vita, rinnovano la percezione e perfino la gioia della bellezza. Ma lui, ecco, il poeta, li maledice quei sensi che lo vogliono vivo per illusioni e dolori che riteneva superati.
Perché troppo belli sono quei glicini, sono ancora vivi, sono in qualche modo carnali. E insieme ai suoi sensi che alimentano illusioni maledice anche i cuori che ci credono, ma solo perché non hanno vissuto ancora o addirittura nemmeno sono ancora nati.
La vita, quella vera, è solo quella che sarà poi delusione. Egli sente così il dolore di una scheggia immateriale nel cuore che si ridesta.
È debolezza del cuore o al contrario eccesso d’intelligenza? È comunque segno di una caducità – religiosa nel momento in cui porta in sé una dimensione che va oltre – una caducità che turba e che commuove fino alle lacrime.
È a questa emozione che egli reagisce: è solo ingenuità, un’esplosione disarticolata e quasi selvaggia di vita. Non può coinvolgere chi ha già riconosciuto la gioia come volontà alienata, come cecità, come esercizio retorico, come desiderio di arrendersi al mondo per poi morirvi dentro.
Allora quale colpa perde il poeta? O meglio: di che cosa è vittima?
Di una storia forse che vuole inevitabile la guerra, la morte e la sconfitta? E tutto sommato perché banalizzare la lotta epica tra passione e ragione?
Si deve rispetto a un cuore antico che esiste prima ancora del pensiero, a un corpo che fiorisce o è già ferito, e deve opporsi ai suoi stessi nervi. In questo è visibile il germe della lotta tra l’Io e la Storia, come una stupenda stonatura che fa l’inizio come la fine, come una spaccatura tra il labirinto e l’abisso.
Oltre si sente il brusio dell’esistenza: e ogni atto della storia è, di fronte a questa realtà, irrazionale. Vico, Croce, Freud – il mito e la scienza – possono magari, a volte, consolare, ma non servono a spiegare.
E nemmeno Marx. Cambiano le parole, ma non c’è chiarore, e diventa inutile anche il buio che c’era prima.
Quanto vive nel glicine – questa richiesta d’amore – quanto ne trema nel cuore dell’uomo, è come un gemito ineffabile e ignoto. E del resto come si fa ad amare senza un significato, quando tutto contraddice questo amore?
Può esserne felice il glicine – gemello vegetale – che può nascere prima ancora della nascita, prima ancora della storia, il glicine che in una sola notte travalica e copre ogni muro. Il suo è un profumo che per un attimo purifica dalla storia, e fa simile nell’innocenza a un animale oppure a un monaco.
È questo che riapre oscure ferite, la consapevolezza dell’oggi. Quello che oggi viviamo ha la ferocia di una stampa e di una conversazione senza remore, di tradizioni inaridite.
E così viene bruciata ogni purezza, ogni religione che non sia frutto di regole e leggi vuote di presente. E se mai si parla d’amore contano i numeri e ci vogliono tutti eguali, non può conoscere compassione chi vede nella vita solo scommessa e conquista.
Questo fin dall’inizio è stato per il poeta doloroso, ma non del tutto privo di aperture, quando credeva in Cristo e credeva nella poesia. Il glicine rinasce ora in un contesto senza passione, in un mondo che corre impazzito.
È un mondo in cui è protagonista non più il popolo ma la massa, che si abbevera a ogni video, a ogni schermo, spinta dal Nuovo Capitale verso il nulla. Il linguaggio vede così trasformato e vanificato il senso antico, si priva della parola di speranza, di ogni parola di speranza.
E non serve per rinascere né l’angoscia né la resa. Il glicine che rinasce, con la furia dolcissima della natura, profuma del suo trionfo la sconfitta dell’uomo.
Solo la sua caducità partecipa di quanto v’è ancora di sacro nel mondo della natura: la morte e la rinascita, la morte per rinascere. Quanto al mondo dell’uomo c’è ormai solo ferocia, e nello spazio dell’anima solo rabbia.
Cosa ritroviamo di noi in questo tessuto di immagini, di emozioni, di parole, questo non c’è bisogno di sottolinearlo perché è evidente. Cosa c’è che non troviamo – e che vorremmo – questo vale la pena di domandarlo: ed è un progetto per il futuro, la capacità di inventarlo, di aprire nuove strade al futuro al di là di quello torbido che s’indovina.
Pasolini ha ragione nel dire che la ribellione e la resa si equivalgono. Quando sono fini a se stesse non servono a costruire, ma solo a distruggere.
Quello che occorre è un’alternativa. Gramsci diceva che esistono epoche di transizione in cui il vecchio non ha la forza di morire e il nuovo non ha la forza di nascere.
In questo interregno si producono mostri. È questo il nostro caso, con una differenza rispetto ad altre stagioni.
In realtà il nuovo non solo è già presente, ma dilaga in ogni campo: però non si è disposti a riconoscerlo e ad accettarlo in quello che ha di positivo. Soprattutto non si è capaci di dargli un’anima.
Ci si aspetta che la trovi in qualche modo da sé. In The game, Alessandro Baricco sostiene che siamo così scottati dal concetto di sistema – e dall’esperienza funesta dei sistemi totalitari – da rifiutare anche soltanto di pensarci.
Ma di questo si può discutere. È inevitabile che la vita si confronti costantemente – e onestamente – con la verità, con il dolore, con l’amore.
E, tutto sommato, è appunto questa la lezione del Glicine. Liliana Cantatore The post Primavera di guerra.
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