Cultura
Mosè Bianchi in mostra a Vimercate
La locandina della mostra su Mosè Bianchi. Nella collezione del MUST (Museo del Territorio Vimercatese) sono compresi due prestigiosi dipinti di Mosè Bianchi (1840-1904), che ritraggono il cavalier Luigi Ponti (1826-1888) – più volte sindaco di Vimercate e instancabile filantropo – e la moglie contessa Elisabetta Sottocasa (1838-1904) – nobile di origine bergamasca – proprietari della Villa che oggi è sede del Museo.
L’omaggio della città a un grande pittore Ritratto di Luigi Ponti, 1888, ©ComuneVimercate_MUST Questa premessa è necessaria per cogliere il senso profondo di una bella esposizione che sarà visitabile al MUST fino al 3 maggio dal titolo Mosè Bianchi. L’Ottocento a colori curata da Simona Bartolena e realizzata in sinergia con i Musei Civici di Monza.
Non è solo una carrellata di oltre quaranta opere del celebre pittore monzese, provenienti da collezioni pubbliche e – soprattutto – private, ma è anche un modo per mantenere viva la memoria storica di una città che vanta un illustre passato, che principia addirittura dall’età romana, e interessanti monumenti di epoche diverse: non ultima proprio la Villa Sottocasa (sede di spazi comunali oltre che del Museo) i cui affreschi sono stati oggetto di un recente ottimo restauro. Ritratto di Elisabetta Sottocasa, 1874, ©ComuneVimercate_MUST Ma torniamo al nostro pittore ottocentesco, al quale non mancavano certo – oltre a una straordinaria perizia tecnica – anche l’eclettismo nei temi e nelle tecniche espressive.
Così, pur muovendo idealmente dai ritratti, l’esposizione ci mostra un convincente spaccato delle sue raffigurazioni preferite: dalle scene popolari, che comprendono parimenti soggetti di alta estrazione sociale e umili figure, ai celeberrimi chierichetti, alle vedute campagnole, alle prospettive cittadine, in particolare di Milano. Una “linea lombarda” anche in pittura?
Quando penso a Mosè Bianchi – esponente di un’illustre famiglia di pittori che comprese anche il padre Giosuè, il fratello Gherardo e il celebre nipote Pompeo Mariani – non riesco a non fare un paragone con la letteratura, nella quale i critici hanno individuato una cosiddetta «linea lombarda». Milano, Ripa di Porta Ticinese, collezione privata (courtesy Quadreria dell’800) A cominciare da Manzoni, attraverso la Scapigliatura fino a Gadda e dintorni gli scrittori lombardi si sono infatti distinti per una tensione del tutto speciale tra realismo e immaginazione, tra impegno sociale e sperimentalismo artistico.
In questo stesso solco inserirei la pittura del Nostro – formatosi all’Accademia di Brera – le cui opere riproducono la realtà con uno stile mosso, vibrante e inconfondibile, nobilitandola sovente con quei colori ai quali allude il titolo della mostra vimercatese. Una mostra che è fatta soprattutto di dipinti di medio formato, che denotano la committenza per lo più borghese di queste opere, destinate ad abbellire i salotti dei facoltosi lombardi del tempo, da poco divenuti anche loro “italiani”.
E che non sono affatto disdegnate, queste opere, anche dai collezionisti odierni, poiché – come anticipavo – molte di loro provengono dalle case di generosi prestatori. L’attenzione empatica alle figure umane Pastorella a Gignese, collezione privata (courtesy Enrico Galleria d’arte) Ma al di là delle classificazioni e delle etichette, una cosa soprattutto mi piace della pittura di Mosè Bianchi, e cioè la capacità di riempire di figure umane i suoi dipinti, mostrando una certa vicinanza nei confronti delle sue “creature”.
Condivido infatti pienamente quello che Simona Bartolena scrive nel Catalogo, laddove afferma «è ingenerosa la critica secondo cui Bianchi non fosse in alcun modo interessato agli aspetti psicologici dei personaggi da lui ritratti: nel rappresentarli egli è meno esplicito e più controllato di molti suoi contemporanei, ma dalla sua opera traspare comunque una certa empatia per gli umili, una riflessione sottile sul destino dei meno fortunati» (p. 17).
Carrobbio di notte, collezione privata Così avviene con le tenere pastorelle, i loquaci chierichetti o le umili popolane che camminano infreddolite in mezzo alla neve, alle quali offre la stessa attenzione riservata alle signore eleganti appena scese da una lussuosa carrozza a cavalli; e anche quando sembra prevalente lo scorcio paesaggistico, non mancano figure che lo animino: ad esempio in una meravigliosa Ripa di porta Ticinese (1893 circa), con cielo e skyline che sembrano quasi alludere a Monet, o in un Carrobbio di notte la cui oscurità è mossa da piccole luci e accennati movimenti umani. Tra Manzoni e Verga Scena di vita milanese:
Il curato, 1885 ©MuseiCivici Monza E non ci stupisce questa attenzione – per così dire – “umanistica” da parte di un pittore che ha dipinto scene storiche e letterarie e ha pure amato i Promessi sposi, regalandoci uno dei ritratti della Monaca di Monza – conservato in due copie simili alle GAM di Torino e Milano – più carichi di suggestioni introspettive e psicologiche; è forse (anche) tra le righe di Manzoni che ha imparato a capire che è indagando nel «guazzabuglio del cuore umano» che un buon artista può trovare il necessario complemento della sua creatività. E che se poi in questa indagine usa un po’ di ironia, è pure meglio.
Inoltre per meglio guardare il mondo che lo circondava Bianchi fece uso anche della fotografia, tecnica della quale fu un pioniere, proprio come il grandissimo scrittore Giovanni Verga, trasferitosi dalla Sicilia a Milano nel 1872 per meglio immergersi in quella modernità della quale vedeva i pregi (invero non troppi…) e i difetti. Figure sulla strada a Milano, collezione privata (courtesy Enrico Galleria d’arte) Certamente Mosé Bianchi non ebbe nel suo campo la forza innovativa di Manzoni o Verga, due veri caposcuola della cultura romantica e di quella verista; eppure non mi pare sbagliato suggerire una (casuale?) corrispondenza di date che lega tra loro questi tre artisti: nel 1840, anno della nascita del nostro pittore, Manzoni pubblicava l’edizione definitiva del suo romanzo, mentre nel 1874, anno nel quale Bianchi ritraeva Elisabetta Sottocasa (l’opera dalla quale siamo partiti…), Verga scriveva la celebre novella Nedda, che alcuni considerano la “svolta verista” della sua produzione.
La sagrestia, collezione privata (courtesy Enrico Galleria d’arte) Concludendo. La stagione olimpica ha certamente fatto proliferare mostre di grande importanza a Milano (ad esempio i Macchiaioli o la Metafisica a Palazzo Reale), che si aggiungono alla consueta interessante rassegna al Castello di Novara: di tutte queste esposizioni parlerò nelle prossime settimane.
Eppure mi sento di consigliare ai nostri lettori anche una visita a questa iniziativa vimercatese, un po’ più intima, raccolta, ma nondimeno qualitativamente elevata. Come pure di sfogliare le pagine del catalogo (edito a cura del MUST e curato da Simona Bartolena) la cui lettura è ricca di spunti per meglio comprendere questa pagina di storia dell’arte (ma più in generale della cultura) italiana, talora colpevolmente trascurata – anche nell’insegnamento scolastico – a favore delle più blasonate esperienze d’Oltralpe.
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