Storia
Il Gran Diavolo da Forlì
Quando pensiamo alla dinastia dei Medici vengono subito in mente figure di scaltri statisti come Lorenzo il Magnifico oppure di finanzieri rampanti come Cosimo il Vecchio e Giovanni di Bicci. Tuttavia il casato può annoverare tra i suoi esponenti più illustri anche un coraggioso condottiero e uomo d’armi, che fu tra gli ultimi capitani di ventura del Rinascimento.
Stiamo parlando di Ludovico di Giovanni de Medici, meglio noto con il nome di Giovanni delle Bande Nere. Ritratto di Giovanni delle Bande Nere in armatura realizzato dall’artista fiorentino Francesco de’ Rossi, detto Il Salviati Pur facendo parte della stessa famiglia fiorentina di Lorenzo il Magnifico, il nostro era nato a Forlì il 6 aprile 1498.
La città romagnola era allora sottoposta alla signoria di sua madre, Caterina Sforza, che per il carattere forte e battagliero venne ricordata con l’eloquente soprannome di “Leonessa di Romagna”. Il padre, terzo marito di Caterina, si chiamava Giovanni di Pierfrancesco de Medici.
A differenza del suo illustre cugino Lorenzo, Giovanni era appollaiato su un ramo cadetto dell’ingarbugliato albero genealogico dei Medici appartenendo alla linea dei cosiddetti Medici Popolani (o del Trebbio), discendenti di Lorenzo il Vecchio, figlio secondogenito di Giovanni di Bicci e dunque fratello minore di Cosimo il Vecchio, nonno del Magnifico. Il bambino fu battezzato col nome di Ludovico, in omaggio a suo zio, il Duca di Milano, conosciuto col soprannome di Moro.
Tuttavia, già qualche mese dopo la sua nascita, il 14 settembre1498, suo padre morì e la madre decise di cambiargli il nome assegnandogli quello del defunto marito. La vita di Giovanni fu decisamente movimentata, potremmo dire fin dalla più tenera infanzia.
Quando il piccolo aveva solo due anni, nel 1500, Forlì fu assalita dai mercenari al soldo di Cesare Borgia, il Duca Valentino, figlio di Papa Alessandro VI. Giovanni di Pierfrancesco de’ Medici (1467-1498) detto il Popolano, padre di Giovanni delle Bande Nere.
Era un esponente del ramo cadetto del casato mediceo. Caterina si oppose con tutte le sue forze ma alla fine dovette cedere venendo catturata e condotta a Roma prigioniera.
Caterina rimase incarcerata in Castel Sant’Angelo fino al 30 giugno del 1501, quando fu liberata da Yves d’Allègre che era giunto a Roma con l’esercito di Luigi XII per conquistare il Regno di Napoli. In cambio della libertà fu però costretta a sottoscrivere un documento col quale rinunciava a ogni suo diritto su Imola e Forlì.
Dopo un breve soggiorno nella residenza del cardinale Raffaele Sansoni Riario, nipote del suo primo marito Girolamo, Caterina si trasferì a Firenze, dove poté riabbracciare i suoi figli. L’ormai ex signora di Forlì dedicò gli ultimi anni della sua vita all’educazione dei figli, e in particolare di Giovanni, l’unico che aveva ereditato la sua forte personalità.
La volitiva nobildonna si spense pochi anni dopo, il 30 maggio 1509, ad appena quarantasei anni. Giovanni, allora undicenne e già orfano di padre, si trovò così solo.
Il ragazzo passò allora sotto la tutela del canonico Francesco Fortunati e del banchiere fiorentino Jacopo Salviati, marito della primogenita di Lorenzo il Magnifico, Lucrezia de Medici. “La dama dei gelsomini” o “Ritratto di giovane donna”, presunto ritratto di Caterina Sforza, opera di Lorenzo di Credi, conservato presso la Pinacoteca Civica di Forlì.
Affezionatosi al suo pupillo, il Salviati gli avrebbe dato in sposa una delle sue figlie, Maria. Le nozze tra il diciottenne Medici e la diciassettenne Salviati furono infine celebrate il 16 novembre 1516.
Da quel matrimonio nel 1519 sarebbe nato il loro unico figlio, Cosimo, che così andò a riunire nella propria persona il ramo principale – da parte della madre – e il ramo cadetto – da parte del padre – della dinastia medicea. L’adolescente Giovanni dimostrò di avere ereditato in tutto e per tutto il carattere irrequieto della madre oltre che di possedere una innata propensione al menare le mani e a cacciarsi in guai anche piuttosto grossi.
A tal proposito le fonti riportano come il giovane Medici si rese responsabile di risse, duelli e bravate che ne mostrarono lo spirito combattivo precoce. Jacopo Salviati si trovò quindi spesso a dover intervenire per rimediare, con la propria autorità e fama, alle numerose intemperanze del figlioccio ma quando, nel 1511, questi si rese responsabile dell’omicidio di un coetaneo in una rissa tra bande di ragazzi, non poté opporsi in alcun modo al bando da Firenze emesso dalla Signoria nei confronti di Giovanni.
Ritratto di Papa Leone X e dei suoi cugini, i cardinali Giulio de’ Medici e Luigi de’ Rossi. Alla morte del Pontefice Giovanni fece abbrunire le proprie insegne in segno di lutto, dando vita alle “Bande Nere”.
Il periodo di confino comunque non durò a lungo, soltanto un anno. Già nel 1512 infatti Giovanni poté rientrare in città favorito del mutamento degli equilibri internazionali: nel contesto della guerra tra la Lega Santa costituita da Papa Giulio II Della Rovere e il Re Luigi XII di Francia, la Repubblica fiorentina guidata dal Gonfaloniere Pier Soderini si schierò a fianco di quest’ultimo finendo tuttavia per incorrere nella collera del Papa, il quale inviò contro Firenze un esercito guidato dal capitano spagnolo Ramon de Cardona e dal cardinale Giovanni de Medici, figlio di Lorenzo il Magnifico.
Avuta ragione della resistenza repubblicana, i Medici, cacciati da Firenze nel 1494, riuscirono a tornare al potere. Questo evento ebbe riflessi diretti sulla vita di Giovanni, che con la restaurazione dei propri consanguinei del ramo principale venne reintegrato pienamente all’interno della nobiltà fiorentina come rampollo del ramo “popolano” della famiglia.
L’anno successivo Jacopo Salviati fu nominato ambasciatore a Roma presso il nuovo Papa Leone X – Giovanni de Medici, figlio cadetto di Lorenzo il Magnifico – e Giovanni seguì il proprio tutore nell’Urbe. Grazie all’intercessione del Salviati presso il cognato pontefice Giovanni poté essere ammesso nelle armate pontificie.
Il suo battesimo del fuoco giunse infine il 5 marzo del 1516, durante la cosiddetta guerra di Urbino, scatenata da Leone X nel tentativo di installare il nipote Lorenzo il Giovane – figlio di suo fratello maggiore Piero – alla guida del Ducato marchigiano a scapito del legittimo Signore Francesco Maria Della Rovere. Messo al comando di una compagnia di cavalleria leggera, Giovanni riuscì ad inculcare in quei mercenari individualisti e irrequieti concetti quali disciplina e obbedienza.
Scena di battaglia in una stampa del XVI secolo. Sullo sfondo si possono notare i quadrati di picchieri attaccati dalla cavalleria.
L’esperienza della guerra convinse Giovanni di come l’epoca della cavalleria pesante fosse ormai tramontato per sempre e che la guerra moderna richiedesse nuove soluzioni tattiche per conseguire la vittoria. Innanzitutto occorreva puntare sulla mobilità dei reparti: per tutta sua carriera di comandante Giovanni ricorse a imboscate e colpi di mano piombando sul nemico al termine di marce forzate e spostamenti repentini.
Per aumentare la velocità di movimento delle proprie truppe scelse quindi di impiegare cavalli piccoli e leggeri, preferibilmente turchi o berberi. Il Medici intuì inoltre la crescente importanza dell’artiglieria e delle nuove armi da fuoco, un ambito nel quale gli stati italiani erano ancora piuttosto indietro rispetto ai grandi regni europei come Francia e Spagna.
Giovanni non lasciò nulla al caso curando personalmente l’addestramento dei propri soldati. Questi ultimi furono sottoposti ad una disciplina severa: saccheggi e ruberie erano vietati mentre insubordinazione, tradimento o diserzione venivano puniti con la morte.
Ma a spronare gli uomini era prima di tutto l’esempio fornito dallo stesso Giovanni, che non esitava a esporsi in prima linea durante i combattimenti, un’abitudine che come vedremo finirà per costargli molto cara. Affresco che raffigura l’incontro tra il Re di Francia Francesco I e l’Imperatore del Sacro Romano Impero Carlo V. La rivalità franco-asburgica fu alla base delle guerre d’Italia del XVI secolo.
Nel 1521 arrivò una nuova occasione di impiego: Leone X si alleò con l’Imperatore Carlo V contro il Re Francesco I di Francia, per consentire agli Sforza di tornare padroni di Milano e per occupare le città perdute di Parma e Piacenza;
Giovanni venne assoldato e posto sotto il comando di Prospero Colonna. In quell’anno il Medici intervenne con le sue truppe in aiuto alla sorellastra Bianca Riario – figlia di sua madre Caterina Sforza e del primo marito Girolamo Riario – Marchesa di San Secondo, la quale era insidiata da un parente, Bernardo de’ Rossi, Vescovo di Treviso, il quale vantava diritti sui beni in San Secondo Parmense.
La campagna del 1521 si concluse con un pieno successo per le forze di Leone X e Carlo V d’Asburgo: nel novembre il capitano generale Prospero Colonna occupò Milano riportando al potere Francesco II Sforza, allora alleato degli Asburgo, mentre Parma e Piacenza tornarono a far parte dello Stato della Chiesa. Tuttavia a dicembre si spense Papa Leone X e Giovanni, in segno di lutto, fece abbrunire le proprie insegne che fino ad allora erano state a righe bianche e viola: nacquero così le “Bande Nere” che fecero guadagnare al condottiero il soprannome con cui è tutt’ora ricordato.
Papa Clemente VII in un ritratto realizzato da Sebastiano del Piombo. Nel tentativo di contrastare l’egemonia imperiale sull’Italia diede vita alla Lega di Cognac.
Perduto il suo datore di lavoro, Giovanni, il cui talento di comandante era ormai universalmente riconosciuto, continuò a guerreggiare sui campi di battaglia dell’Italia settentrionale: nel 1522 fu ingaggiato dai francesi coi quali combatté nella sfortunata battaglia della Bicocca, alle porte di Milano, ma già a partire dall’agosto 1523 passò al servizio dell’esercito imperiale. Nell’aprile del 1524 nei pressi di Caprino Bergamasco affrontò un esercito di mercenari svizzeri – considerati allora la fanteria migliore d’Europa – sceso dalla Valtellina in appoggio ai francesi, costringendolo a tornare in patria.
Intanto però, dopo il breve pontificato dell’olandese Adriano VI, il 19 novembre 1523 un altro Medici era stato eletto al soglio pontificio col nome di Clemente VII. Si trattava del cardinale Giulio de Medici, cugino di Leone X in quanto figlio del fratello di Lorenzo il Magnifico, Giuliano, assassinato nel 1478 durante la Congiura dei Pazzi.
Adesso che la posizione della casata medicea erano di nuovo salda sia a Firenze e che a Roma, Giovanni tornò al servizio del Papa, il quale, benché ufficialmente neutrale nella contesa tra Asburgo e Valois, andò assumendo una posizione sempre più filo francese. Quando, alla fine del 1524, Francesco I di Francia scese in Italia per riprendere il controllo di Milano, il Medici, alla testa di 2 mila fanti e 200 cavalleggeri si unì all’esercito francese impegnato nell’assedio di Pavia.
La cattura di Francesco I nel corso della battaglia di Pavia (24 febbraio 1525) nell’arazzo di William Dermoyen, conservato al Museo Nazionale di Capodimonte. Le Bande Nere tuttavia non presero parte alla celebre battaglia combattuta tra il 24 e il 25 febbraio 1525 in quanto il loro comandante era rimasto ferito da un colpo di archibugio che lo aveva raggiunto alla gamba destra nel corso di una scaramuccia pochi giorni prima.
Giovanni fu portato dapprima a Piacenza come riportato dal medico ebreo Abramo Ariè, inviatogli dal Marchese di Mantova Federico II Gonzaga. In seguito il condottiero trascorse la convalescenza nel parmense, ospite della sorella Bianca Riario, per poi recarsi, nel maggio del 1525, a Venezia.
Il governo della Serenissima arrivò a proporgli un ingaggiò ma il comandante mediceo declinò l’offerta. Ricostruzione dell’aspetto e dell’armamento di alcuni lanzichenecchi.
Questi soldati mercenari erano tristemente famosi per la loro crudeltà nei confronti dei popoli combattuti nonché per la violenza che mostravano sul nemico. Il Medici comunque non rimase a lungo disoccupato.
L’egemonia asburgica instauratasi in Italia andava stretta a diversi governanti della Penisola, a cominciare da Clemente VII. Nel marzo del 1526 Francesco di Francia, che era stato catturato dalle truppe imperiali a Pavia, tornò libero e in maggio si accordò con il Pontefice allo scopo di scacciare gli imperiali dall’Italia dando vita alla cosiddetta Lega di Cognac, cui aderirono anche Firenze, Venezia, il Duca di Milano Francesco II Sforza e, almeno inizialmente, Genova.
Quello che Giovanni non poteva sapere era che quella sarebbe stata l’ultima campagna militare della sua breve esistenza e della sua ancor più breve carriera di soldato. Gli ultimi giorni dello sfortunato condottiero sono stati portati sul grande schermo dal regista Ermanno Olmi, che nel 2001 diresse la pellicola Il mestiere delle armi, nel quale il ruolo di Giovanni delle Bande Nere fu interpretato dall’attore bulgaro Hristo Jivkov.
Stampa che riproduce la battaglia di Governolo, combattuta il 25 novembre del 1526. Deciso a punire Papa Clemente, l’Imperatore Carlo V inviò in Italia 12 mila lanzichenecchi, mercenari tristemente famosi per la loro crudeltà nei confronti dei popoli combattuti nonché per la violenza che mostravano sul nemico, agli ordini dell’esperto condottiero Georg von Frundsberg.
Agli invasori l’esercito la Lega di Cognac poteva opporre 9 mila uomini soltanto al comando del Duca di Urbino Francesco Maria Della Rovere. I Lanzichenecchi calarono in Italia attraverso la Valle Sabbia ed il lago di Garda.
Occuparono Castiglione delle Stiviere e mossero verso Rivalta. Il Marchese Federico II Gonzaga, temendo che i suoi territori potessero diventare un campo di battaglia per gli opposti eserciti, il 23 novembre 1526 acconsentì il transito degli imperiali verso il Po, mentre rallentò il transito da Curtatone delle truppe di Giovanni delle Bande Nere, affiancato da Aloisio Gonzaga, marchese di Castel Goffredo, riuscendo ad evitare che le truppe imperiali fossero agganciate a Borgoforte.
Un falconetto del XVI secolo, simile a quello impiegato a Governolo dalle truppe imperiali per ferire mortalmente Giovanni delle Bande Nere. Tuttavia, non avendo trovato le imbarcazioni necessarie per passare sull’altra riva, le truppe del Von Frundsberg dovettero deviare ad est, verso il Mincio, tallonate dagli uomini di Giovanni, il quale intercettò i lanzichenecchi presso Governolo, alla confluenza tra il Po e il Mincio, il 25 novembre 1526.
Dopo avere inflitto circa trecento perdite al nemico, mentre si apprestava a ritornare trionfalmente ai propri quartieri, Giovanni venne colpito alla coscia da un colpo di falconetto, probabilmente fornito ai lanzichenecchi da Alfonso I d’Este, come riportato dallo stesso segretario del Duca di Ferrara, Bonaventura Pistofilo, che quantifica i rifornimenti inviati via fiume ai mercenari tedeschi in dodici tra falconetti e mezze colubrine. Ciò colse completamente di sorpresa il capitano mediceo, il quale era convinto che gli uomini del Frundsberg non disponessero di pezzi di artiglieria.
Il monumento a Giovanni delle Bande Nere eretto da Baccio Bandinelli in piazza San Lorenzo a Firenze per volontà di Cosimo I de Medici, figlio del condottiero. Quello che è certo comunque è che le condizioni di Giovanni apparvero fin da subito estremamente gravi.
Gli erano vicini in quelle ore il fido luogotenente Lucantonio Coppi e l’amico e poeta Pietro Aretino, che lasciò testimonianza degli ultimi giorni di Giovanni delle Bande Nere in una lettera a Francesco Albizi. Trasportato a Mantova nel palazzo di Aloisio Gonzaga, il medico Abramo Ariè non poté fare altro che amputargli la gamba.
L’operazione avvenne senza alcuna anestesia e furono necessari dieci uomini per tenere fermo il condottiero. La rimozione dell’arto tuttavia non valse ad arrestare la cancrena che lo condusse alla morte il 30 novembre 1526 a soli ventotto anni.
Prive del loro amato e carismatico condottiero, le Bande Nere si dispersero. Inizialmente sepolta nella chiesa di San Francesco a Mantova, la salma venne successivamente traslata a Firenze dove fu inumata nel complesso delle Cappelle Medicee della Basilica di San Lorenzo.
Nel 1540 suo figlio Cosimo, nel frattempo divenuto Signore di Firenze, decise di rendere omaggio alla figura di suo padre commissionando allo sculture Baccio Bandinelli una statua collocata in Piazza San Lorenzo. Il monumento raffigura un Giovanni in posizione seduta nelle vesti di un condottiero romano in armatura ma privo di elmo e di calzari, mentre tiene in mano, puntato sul ginocchio un grosso bastone del comando, interpretato anche come una lancia spezzata – simbolo della morte in battaglia – o come il proiettile del falconetto che lo uccise, e che Giovanni, coraggiosamente, tenta di estrarre dalla gamba.
Per saperne di più: Giovanni delle Bande Nere, il Gran Diavolo – di Marcello Vannucci Giovanni dalle Bande Nere.
Il Gran Diavolo da Forlì – di Marco Viroli Il mestiere delle armi, regia di Ermanno Olmi Sulla guerra della Lega di Cognac: Italia!
Italia! 1526-1530. La prima guerra d’indipendenza italiana