Cultura
Le ragioni dell’errore
Morelli, Ritratto di Giacomo Leopardi, 1842 (Wikipedia); sullo sfondo, un manoscritto leopardiano. Sorprende davvero come e quanto il pensiero mobile, complesso, in perenne svolgimento, di Leopardi continui a essere imprigionato entro classificazioni rigide spesso sconfinanti nello schematismo.
In verità, la ricerca scientifica, sin da un saggio di Antonio Prete dal titolo illuminante, Il pensiero poetante1, ha da tempo messo in guardia sulle trappole dei “pessimismi” leopardiani, sulle facili dicotomie (“pessimismo storico” / “pessimismo cosmico”), in un sistema che finisce per chiudersi su sé stesso. Eppure la didattica leopardiana a scuola sembra ancora oggi impermeabile all’importante lavoro di lettura e interpretazione che l’opera di Leopardi ha conosciuto in oltre quarant’anni di ricerche.
Non è difficile in fondo capirne le ragioni: proprio la natura mobile di quel pensiero, che non tollera di cristallizzarsi in formule incontrovertibili, ha per paradosso indotto a “normalizzarne” l’andamento e a neutralizzarne le contraddizioni, le aporie, le sovrapposizioni, secondo una progressione quasi hegeliana (tesi/antitesi/sintesi). Un buon antidoto alla vulgata scolastica, che àncora la lettura di Leopardi a griglie interpretative comode ma ampiamente superate, è quello di allargare la scelta testuale percorrendo strade meno battute.
Il che non significa rinunciare a letture canoniche, ma riproporle in relazione a temi di grande rilevanza, che giochino una partita doppia tanto sul piano della conoscenza dell’autore che su quello dell’immaginario dei lettori. La strada che ho scelto di percorrere prende spunto proprio dal tema dell’errore, sulle cui declinazioni ruota questo numero de «La ricerca».
Può sembrare una chiave di lettura laterale rispetto a temi leopardiani ben altrimenti noti come quelli della felicità/infelicità, della natura, della civiltà, del fine ultimo dell’esistenza individuale e universale. Invece, si presta a essere esplorato almeno per tre ragioni:
1. interseca tutti o quasi gli altri temi di Leopardi fornendo un punto di vista su di essi meno consueto; 2. è una cartina al tornasole di come il tracciato del pensiero leopardiano proceda per avanzamenti, rotture, recuperi e continui riassetti, in cui il valore del vero non sta nella sua infallibilità ma nell’interrogazione continua e nella ricerca dei nessi tra le cose e le idee;
3. dà valore euristico all’errore e lo mette al centro dell’esperienza umana; il che anche in chiave pedagogica è di grande rilevanza. Un tema nevralgico Partiamo dunque dal primo dei tre assi individuati per valutare la significatività della proposta.
Ho anticipato che la riflessione di Leopardi sull’errore si incrocia con una costellazione di temi nevralgici della sua indagine: illusione, immaginazione, natura e ragione, inganno e speranza, progresso e verità. Ma di quali strumenti disponiamo per avviare in aula un’indagine che ne dia conto?
Una ricerca delle occorrenze del lemma errore nei testi è sul piano della ricerca il primo passo da fare. Possiamo immaginare di compiere un’operazione simile con la classe?
Docenti e studenti potrebbero ricorrere a strumenti di informatica umanistica2, ma in questo caso suggerisco di ricorrere al Lessico leopardiano, un progetto di ricerca promosso dal Laboratorio Leopardi della Sapienza di Roma, nel cui sito sono consultabili i volumi finora allestiti per indagare le opere leopardiane attraverso le ricorrenze lessicali. Dalla voce «Errore» redatta da Susanna Casacchia per il Lessico leopardiano 2022, a cui rinvio per un’analisi documentata della questione3, emerge che il lemma, assieme ai suoi corradicali (errare, errato, errante, erroneo, errantemente, lat. error, lat. erratus, lat. errans, fra. erreur, spa. errado, spa. errarse), «è notevolmente attestato all’interno del corpus leopardiano e distribuito lungo un arco cronologico ampio», che va dal 1809 al 1836.
Si parla di 933 occorrenze, variamente distribuite nella produzione, con forti concentrazioni nelle opere in prosa (in particolare nelle Prose puerili e giovanili e nello Zibaldone) e una distribuzione decrescente nel tempo. La rigorosa metodologia con cui è condotta l’indagine può fornire all’insegnante alcune chiavi di lettura per impostare il percorso: ad esempio, soffermarsi su quali parole – nei passi presi in esame – il lemma errore è in rapporto di sinonimia o equivalenza, con quali è incompatibile in toto o parzialmente, a quali si oppone per antinomia, quali aggettivi, sostantivi, verbi si accompagnano alla parola in esame.
Ma, soprattutto, l’insegnante ricava che la parola può assumere diverse connotazioni a seconda del contesto, e che queste connotazioni possono essere negative o positive anche in relazione alla densità semantica del lemma. L’indagine sui Canti, per quanto numericamente meno significativa di altre opere, da sola può fornire spunti sufficienti a dar conto di questa ambivalenza.
Dovendo scegliere un punto di partenza praticabile in aula, opterei per un’attività di analisi e riflessione sugli usi del verbo errare nel Canto notturno4, una delle liriche più lette a scuola, e che consente di proporre alla classe un’occasione di riflessione sul significato letterale della parola e sulla sua valenza polisemantica. Grazie a WikiLeopardi5, una piattaforma di agevole utilizzo, possiamo infatti verificare con la classe la trasformazione del titolo della lirica, che nell’edizione Piatti dei Canti (Firenze, 1831) aveva al posto di errante il participio vagante.
Il titolo cambia nell’edizione Starita (Napoli, 1835) per poi mantenersi inalterato. Lo strumento informatico consente inoltre di raccogliere insieme agli studenti le altre modifiche apportate nel tempo alla lirica e di valutare come la variante del titolo sia forse, fra tutte, la più significativa.
A questo punto, è utile chiedersi: «Cosa potrebbe aver indotto Leopardi a sostituire vagante con errante?». Nel titolo originario la forma vagante, pur sfruttando l’evocatività dell’idea di lontananza e vaghezza che il verbo ha in Leopardi, rinviava a livello denotativo al nomadismo del pastore.
Sostituendola con errante, Leopardi non si limita a introdurre un sinonimo (il significato etimologico del latino errare rinvia infatti all’atto fisico del “vagare”), ma sfrutta la parola anche nel suo valore figurato: vagando ci si può allontanare dal vero e quindi si può cadere nell’errore. Dalla lettura del canto si potrà rilevare inoltre che il verbo errare torna altre due volte nell’ultima strofa senza subire modifiche: nel primo caso nella forma dell’infinito (errar al v. 136, con riferimento all’eco sonora dei tuoni, che rimbalza «di giogo in giogo») e nel secondo nella forma erra (v. 139: «erra dal vero»), riferita invece al pensiero del pastore.
In questa seconda occorrenza è evidente lo slittamento metaforico (il pensiero devia dal vero e quindi cade in errore). Nel momento in cui la domanda viene rivolta alla classe, emergerà che la sua rilevanza non è solo filologica, ma può trasformare gli studenti in co-costruttori di significati sulla base di un metodologia e di strumenti scientificamente validi.
La lettura che propongo di seguito è solo una delle risposte che si possono avanzare dopo il confronto con il testo. Sulla base della strofa finale, in cui il verbo errare ricorre sia nel significato letterale sia in quello metaforico, possiamo ipotizzare che Leopardi sia voluto tornare sul titolo per condensare nel participio errante tanto l’esperienza storica del pastore, condannato a una vita erratica di steppa in steppa, quanto la sua ricerca filosofica, chiamata a far i conti, più che con le verità acquisite, con gli errori di valutazione sul senso dell’esistenza.
Anche il pensiero del pastore, al pari dei suoi passi, di domanda in domanda, di considerazione in considerazione, gira a vuoto nella sua martellante e fallimentare interrogazione alla luna. Si potrebbe anche sollecitare l’attenzione degli studenti su un’altra circostanza: come mai nella strofa finale, che culmina con una massima lapidaria e irrevocabile («È funesto a chi nasce il dì natale», v.
143), Leopardi dissemina per ben tre volte l’avverbio forse («Forse s’avess’io l’ale », v. 133; «O forse erra dal vero», v. 139; «Forse in qual forma», v. 141)?
Che rapporto c’è tra dubbio e verità? E che ruolo hanno gli errori del pastore nel procedere della sua investigazione?
Si tratta di domande di senso, non di domande di mera comprensione o di analisi tecnica, rispetto alle quali l’insegnante dovrebbe non suggerire risposte preconfezionate, ma mettersi in ascolto della classe. Errore e verità: una tensione continua Il rapporto errore/verità che attraversa il Canto notturno mi consente di passare al secondo asse del ragionamento e di intersecare anche il terzo.
Per affrontarlo suggerisco di spostarci sullo Zibaldone. E qui ci soccorre lo stesso Leopardi, che ha dotato questo libro straordinario di un indice tematico, quasi a guidarci nei labirinti della sua meditazione fornendo in primo luogo a sé stesso una mappa per orientarsi.
Sarà bene avvisare gli studenti che non si tratta di una mappa di agevole decifrazione perché ci conduce da un appunto all’altro, spesso distanti tra loro cronologicamente e fisicamente. Cosa se ne potrà ricavare?
La lettura attenta e guidata dei passi6 (l’insegnante potrà farne una selezione preventiva) ha come obiettivo quello di seguire Leopardi nel suo modo di affrontare la ricerca della verità, passando dal pastore al poeta. Un modo non convenzionale, aperto a una costante revisione critica delle conclusioni a cui approda, in cui – come vedremo – il valore dell’errore svolge un ruolo nevralgico.
Collocherei l’avvio del discorso fuori dallo Zibaldone, ricordando che nel 1815 un giovanissimo Giacomo, che ancora si professava cattolico, aveva composto il Saggio sopra gli errori popolari degli antichi, mosso dall’entusiasmo di dissipare le nubi delle superstizioni e delle credenze nemiche della ragione (e della fede). Già però a questa altezza, egli distingue tra gli errori più triviali e quelli degli antichi: «Ogni pregiudizio è un errore, ma non ogni errore è un pregiudizio»7.
In questa affermazione si coglie uno spostamento del significato della parola, che – quando riferita agli antichi – non coincide necessariamente con l’area semantica della falsità e dell’ignoranza, ma piuttosto dialoga con quella dell’illusione, degli inganni ameni della fanciullezza e dell’immaginazione, principi e valori interni al sistema della natura. Il concetto di errore non si connota dunque in modo univocamente negativo, ma acquista una valenza più complessa e stratificata, su cui Leopardi tornerà a meditare.
Diversi anni più tardi, infatti, si legge nello Zibaldone sullo stesso tema: Oltre che la natura, voglio dir la ragione semplice, vergine e incolta, giudica spessissime volte piú rettamente che la sapienza, cioè la ragione coltivata e addottrinata.
E però non è raro che le genti del volgo e i fanciulli abbiano di molte cose opinioni migliori o piú ragionevoli che i sapienti (Zib., 4478). Il pensiero risale al 31 marzo 1829: sono trascorsi 14 anni dal Saggio giovanile e l’interesse per il tema non solo non è scemato, ma conferma almeno due acquisizioni: la prima, che l’interrogazione sul rapporto verità/errore rimane al centro della speculazione leopardiana; la seconda, che l’idea che gli antichi fossero per vari aspetti superiori ai moderni resta un’idea di lunga durata: non è temerario il dire che, generalmente, nelle materie speculative e in tutte le cose il conoscimento delle quali non dipende da osservazione e da esperienza materiale, i filosofi antichi errassero dalla verità, o dalla somiglianza del vero, meno che i filosofi moderni (Zib., 4478).
Leopardi distingue quindi la filosofia moderna, che si basa sull’osservazione empirica (Rivoluzione scientifica, Locke, Hume e pensiero settecentesco), dalla filosofia antica: quest’ultima nella conoscenza delle materie che non necessitano del metodo sperimentale si discosta dal vero – o dal suo simulacro – meno di quella dei moderni. In parallelo, Leopardi va definendo anche il compito della filosofia moderna: sulla scorta del pensiero di Bayle, potrà affermare «che la ragione è piuttosto uno strumento di distruzione che di costruzione» (Zib., 4192, 30 agosto e 1 settembre 1826).
Essa è chiamata a de-costruire gli inganni e gli errori, ma non quelli che la natura ha previsto per l’equilibrio del sistema universale, bensì quelli generati dall’uomo stesso: i falsi miti del progresso, della perfettibilità del genere umano, dell’antropocentrismo, del finalismo e dello spiritualismo, figli dell’incivilimento s-misurato e dello s-naturamento senza limiti. Dalla messa a punto progressiva anche se non lineare di questa riflessione, emergono altre due implicazioni di grande rilievo per il pensiero novecentesco: la prima è che senza l’errore non ci sarebbe stimolo alla cognizione del vero e che dunque il cammino umano della conoscenza deve più agli errori che alle verità8; la seconda è la natura relativa della verità e il ruolo nevralgico del dubbio.
Se ci spostiamo dal valore epistemologico a quello etico dell’errore, la riflessione leopardiana non cessa di riservarci sorprese: se è vero che la natura ha previsto gli errori/illusioni come funzionali alla conservazione del ciclo della speranza e dunque alla conservazione del sistema stesso, cosa succede quando la ragione si accanisce a dimostrarne la vacuità? Se nuoce il fatto che la natura ha volutamente nascosto alcune verità agli uomini, gli effetti di questa rivelazione sul vivere in società potrebbero rivelarsi ancor più gravi.
Quegli «errori primitivi», infatti, hanno generato costumi, consuetudini, valori come la virtù, l’eroismo, l’amor patrio, il coraggio, la tensione verso la gloria, necessari per rendere grandi gli individui portandoli a superare nello stesso tempo l’eccessivo amor proprio: «La distruzione delle illusioni, quantunque non naturali, ha distrutto l’amor di patria, di gloria, di virtú ec. Quindi è nato, anzi rinato, uno universale egoismo» (Zib. 4136, 18 aprile 1825).
Sembrerebbe dunque che gli errori possano avere un valore positivo quando non siano generati da ignoranza superstiziosa o, al polo opposto, dall’esercizio freddo della ragione moderna. E questa idea convive, non senza tensioni, con la spinta etica, oltre che teoretica, verso la verità, ben oltre gli anni giovanili delle Canzoni, degli Idilli e del Discorso di un Italiano intorno alla poesia romantica del 1818.
I due volti dell’errore e della verità si fronteggiano infatti in un’operetta del 1827, il Dialogo di Plotino e di Porfirio, un testo che, quando è proposto in aula, viene generalmente letto per affrontare il tema del suicidio. Se non si riesce a leggerlo nella sua versione integrale, fondamentali risultano ai nostri fini almeno le ultime pagine, che culminano nell’esortazione di Plotino al suo discepolo a non togliersi la vita.
Nelle parole dei due protagonisti si riflette la posizione bifronte di Leopardi sul tema errore/verità: non a caso le occorrenze della parola errore/error9 si concentrano e si distribuiscono quasi equamente nell’ultimo botta e risposta dei protagonisti. Difronte alle argomentazioni di Porfirio che condanna l’«errore di computo e di misura» che porta gli uomini ad amare la vita preferendola alla morte, Plotino ne confuta il ragionamento sostenendo che quello che il suo amico chiama «errore» nasce da una disposizione connaturata all’esistenza, che accomuna tanto gli uomini privi di cultura che quelli di ingegno.
L’«errore di computo» è reso necessario dalla natura per alimentare quel «gusto della vita» che altrove Leopardi assimila al ciclo del desiderio. Ciò che la ragione di Porfirio smaschera come errore è assunto, dunque, come vero e necessario dal «senso dell’animo», istinto vitale mascherato sotto il velo della speranza.
Plotino ribalta le tesi dell’amico senza rinnegarne i fondamenti, e dunque la validità razionale, ma oppone l’etica alla logica: la decisione di privarsi della vita volontariamente nasce dal «men bello e men liberale amore di sé medesimo» ed è pertanto una forma estrema di egoismo che corrode i valori affettivi e di solidarietà su cui deve fondarsi il vivere sociale. Da qui, il passo verso la Ginestra non è poi così lungo.
Una breve (e molto provvisoria) conclusione Tirando le fila, pur senza la pretesa di far tornare i conti a tutti i costi o di voler ricostruire percorsi di assoluta coerenza in un pensiero dall’andamento mosso e zigzagante come quello di Leopardi, mi sembra importante far parlare i suoi testi rintracciando chiavi di interrogazione più stimolanti per giovani lettori che si accostano all’opera leopardiana forse per la prima (e unica) volta. Aggiungerei che, in prospettiva pedagogica, i testi qui richiamati sia pur rapidamente possono inserirsi all’interno di un più generale ripensamento critico del concetto di errore inteso non come stigma e segnale di inadeguatezza da estirpare o correggere, ma nel suo valore relativo come fase imprescindibile dei processi di crescita e di conoscenza.
Leopardi ci offre l’opportunità di cogliere persino il lato estetico dell’errore, che si sprigiona quando l’immaginazione fanciullesca, la fantasia, il sogno partoriscono illusioni e belle favole. E su questo piano, davvero, è possibile stimolare un confronto cognitivamente ed emotivamente forte con il testo letterario.
Note A. Prete, Il pensiero poetante. Saggio su Leopardi, Feltrinelli, Milano 1980 (riedito nel 2021 da Mimesis).
Numerosi sono ormai gli strumenti che la Rete ci offre per interrogare i testi tanto nella prospettiva del Close che del Distant Reading. Senza la pretesa di fornirne un repertorio, cito qui soltanto quelli che ho utilizzato nel mio lavoro.
Tra i più versatili e completi, sicuramente Voyant Tools (https://voyant-tools.org/), che necessita però di una certa preparazione. Per i corpora di testi della letteratura italiana, utili per la ricerca di occorrenze e concordanze, almeno due strumenti: la Biblioteca Italiana (http://www.bibliotecaitaliana.it/) e Intratext (www.intratext.com/).
Cfr. https://lableopardi.web.uniroma1.it/. La voce «Errore» di S. Casacchia è alle pp. 75-87 di Lessico leopardiano 2022 (https://lableopardi.web.uniroma1.it/sites/default/files/allegati/2025-06/Lessico_Leopardiano_2022_0.pdf).
Le citazioni dal Canto notturno sono tratte da G. Leopardi, Canti, a cura di L. Blasucci, Fondazione Pietro Bembo, Ugo Guanda Editore, Milano 2022, vol. 2, pp. 110-27. Il portale WikiLeopardi riproduce in digitale, con impostazione ipertestuale, l’edizione dei Canti curata da Franco Gavazzeni (https://wikileopardi.altervista.org/wiki_leopardi/index.php?title=Wiki_Leopardi).
Nell’indice leopardiano alla voce «Errore» sono riportati i passi 323-333; 421; 2705-2709; 2709-2715; 4192-4193; 4135-4136; 4477-4478; 4484.
Per i passi citati si è tenuto conto dell’edizione a cura di G. Pacella, Garzanti, Milano 1991. Si segnala inoltre la piattaforma digitalzibaldone.net/ di Silvia Stoyanova e Ben Johnston.
La citazione è tratta dal cap. XIX del Saggio sopra gli errori popolari degli antichi, Einaudi, Torino 2003.
Cfr. Zibaldone, 2706 (22 maggio 1823).
Dialogo di Plotino e di Porfirio, in G. Leopardi, Operette morali. Edizione commentata, Le Monnier, Firenze 2024, pp. 343-59.
La parola errore/error ricorre 5 volte, di cui 3 in bocca a Porfirio e 2 a Plotino. L'articolo Le ragioni dell’errore proviene da La ricerca.