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Il sistema di tortura e detenzione in Libia a processo nei Paesi Bassi. Il caso Walid

Lunedì 15 dicembre 2025 ore 07:23 Fonte: Altreconomia
Il sistema di tortura e detenzione in Libia a processo nei Paesi Bassi. Il caso Walid
Altreconomia

“Walid mi ha trovato e ha iniziato a picchiarmi con un tubo dell'acqua fino a lacerarmi completamente la schiena. Quando gli ho chiesto che cosa avessi fatto di male ha afferrato una pistola, me l’ha puntata alla testa e mi ha detto che mi avrebbe ucciso”.

Fa una pausa, prende uno, due respiri. Poi con la voce leggermente incrinata continua la sua testimonianza.

L’uomo, che usa solo l’iniziale per motivi di sicurezza, è una delle quattro vittime che il 17 novembre 2025 nel tribunale di Zwolle, una città un’ora a Nord-Ovest di Amsterdam, hanno parlato in aula durante il processo per il cittadino eritreo Amanuel Walid, noto anche come Tewelde Goitom. Il 41enne è accusato di dirigere un’organizzazione criminale internazionale che deteneva, torturava e violentava rifugiati eritrei in Libia.

“È il primo processo contro un presunto leader di un gruppo criminale”, spiega ad Altreconomia Luigi Prosperi, assistant professor all’Università di Utrecht. Gli altri imputati nei diversi Paesi europei, e soprattutto in Italia, sono stati finora perlopiù “pesci piccoli”, aggiunge il professore.

A volte erano le guardie nei centri di detenzione che Walid è ora accusato di gestire, come nel caso di Osman Matammud, il 22enne somalo condannato nel 2017 a Milano. Il processo per Walid è cominciato il 3 novembre e si è concluso il 26.

Conta un fascicolo di circa 30mila pagine ed è il primo a poter esaminare l'intera rotta migratoria, dall'Eritrea all'Etiopia, alla Libia e all'Italia. L’imputato è stato estradato dall'Etiopia ai Paesi Bassi nell'ottobre 2022, con l'accusa di aver partecipato a un'organizzazione criminale che trafficava esseri umani, prendeva ostaggi e commetteva violenze sessuali ed estorsioni tra il 2014 e il 2018.

La rete gestiva campi di detenzione, principalmente a Bani Walid, in Libia, dove le persone venivano trattenute e torturate fino a quando le famiglie, alcune delle quali proprio nei Paesi Bassi, non pagavano riscatti da migliaia di dollari. Dopo circa due anni di udienze preliminari, all’apertura del processo il 3 novembre giornalisti olandesi e internazionali, avvocati e rappresentanti della società civile eritrea hanno riempito l'aula e una galleria aggiuntiva del tribunale.

Walid è entrato scortato dalla polizia, il volto apparentemente impassibile. Di bassa statura, indossava jeans, scarpe da ginnastica e un piumino blu chiuso fino al collo.

“Non sono la persona che state cercando, non sono Walid”, ha detto attraverso un interprete. Per il resto delle udienze, l’imputato ha invocato il suo diritto di rimanere in silenzio.

Una trentina di uomini e donne della diaspora eritrea si sono ritrovati al tribunale di Zwolle da tutti i Paesi Bassi. Tra loro c'era Tadese Teklebrhan, presidente della Ong Eritrean human rights defenders (Ehrd).

“Nel nostro Paese non abbiamo alcuna esperienza di processi di questo tipo, quindi siamo tutti felici di essere qui”. Davanti al tribunale il gruppo ha condiviso l’injera, il pane tipico eritreo, e ha manifestato con cartelli che chiedevano la fine delle reti di traffico, intonando “basta alla repressione transnazionale del regime eritreo”.

Da quando ha ottenuto l'indipendenza dall'Etiopia trent'anni fa, l'Eritrea è guidata dal dittatore Isaias Afwerki. Non esistono libertà civili e gli uomini sono costretti a un lungo e spesso violento servizio militare.

VluchtelingenWerk, un'organizzazione che aiuta i rifugiati, stima che circa 28mila persone di origine eritrea vivano ad oggi nei Paesi Bassi. Nella prima udienza il giudice René Melaard ha detto di voler leggere una per una le storie delle vittime:

“Meritano di essere condivise pubblicamente”. La Procura ha ottenuto circa 200 dichiarazioni di testimoni, quasi tutti residenti ora nei Paesi Bassi, e 30 sono state incluse nell'atto d'accusa.

Nel sistema olandese i testimoni non vengono ascoltati in tribunale ma da un giudice istruttore e tutto il materiale viene discusso in pubblico solo all’apertura ufficiale del processo. La prima testimonianza letta dal giudice era quella di una ragazza eritrea arrivata a Messina il 4 febbraio 2018, all'età di 15 anni.

Sulla barca dalla Libia non era consentito portare cibo, acqua o telefoni. “Non so nuotare e non avevamo giubbotti di salvataggio”.

È stata soccorsa dalle autorità italiane: “Eravamo felici perché l'acqua entrava nella barca e pensavamo che saremmo morti”.

Sono state salvate 157 persone, 128 delle quali eritree. La stragrande maggioranza aveva la scabbia ed era stata rinchiusa in un magazzino vicino alla città libica di Bani Walid.

Le famiglie dovevano pagare tra i tre e i seimila dollari di riscatto per liberarli, ha detto il giudice. Dopo il pagamento le persone ricevevano un codice e potevano lasciare il campo e raggiungere la costa.

Per molte famiglie è stato difficile raccogliere quella somma, alcune non ci sono riuscite. “Mia madre ha dovuto chiedere soldi a tutto il villaggio: famigliari, vicini, sconosciuti”, ha detto la ragazza agli investigatori.

Il 4 novembre il giudice ha letto altre testimonianze. La maggior parte raccontava di essere fuggita dalla dittatura eritrea attraversando l'Etiopia, il Sudan e la Libia, dove è stata venduta all’imputato e tenuta in ostaggio in un magazzino, ammassata in più di mille, e spesso vi rimaneva dai tre ai sette mesi.

Walid controllava diverse decine di “kapos”, rifugiati provenienti per lo più dall'Eritrea che non potevano pagare il viaggio ed erano costretti a lavorare per lui, picchiando e torturando le persone con bastoni di plastica, tubi flessibili, rami, o versando plastica fusa sulla pelle nuda. A volte era Walid stesso a picchiare.

Ogni giorno le persone detenute dovevano mettersi in fila per telefonare ai loro parenti perché pagassero il riscatto. Durante le telefonate venivano picchiate dalle guardie:

“Vogliono che piangi o urli”, in modo che i tuoi parenti paghino al più presto, ha detto T., una donna sulla trentina che viaggiava con i suoi due bambini piccoli. Nel magazzino le condizioni igieniche erano disastrose, secondo le testimonianze, e i servizi igienici e il cibo insufficienti.

Un piatto di pasta spesso distribuito una sola volta al giorno era diviso tra otto persone: a 16 anni il testimone E. ricorda che pesasse 30 chilogrammi per 1 metro e 70 di altezza al suo arrivo in Sicilia. I testimoni hanno visto persone morire per fame, torture, malattie e parto.

Molti raccontano anche di abusi sessuali. Walid o le guardie entravano quotidianamente a prendere con sé le donne, minacciate di non poter continuare il viaggio se si fossero rifiutate.

Durante le dichiarazioni conclusive il 19 novembre il pubblico ministero olandese ha chiesto la pena massima di 20 anni. “Abbiamo a che fare con atti criminali il cui impatto su tutte le vittime è semplicemente inimmaginabile e al di là di ogni umanità”, ha affermato Petra Hoekstra, aggiungendo che migliaia di persone ne hanno sofferto.

Secondo lei Walid è uno dei trafficanti di esseri umani più noti del Mediterraneo centrale e una parte della sua organizzazione operava su suolo olandese, raccogliendo i soldi dei riscatti e trasferendoli tramite il sistema informale e non tracciabile detto “hawala”. Hoekstra stima che Walid potrebbe aver guadagnato quasi tre milioni di dollari.

Secondo la difesa i Paesi Bassi non hanno giurisdizione su questi crimini e non ci sono prove sufficienti a sostegno delle accuse. Nelle dichiarazioni conclusive del 24 novembre l’avvocato Jordi L'Homme ha contestato il fatto che Walid fosse a capo di un’organizzazione criminale, spiegando che secondo un rapporto delle Nazioni Unite erano le milizie e i proprietari terrieri libici a detenere il potere nei campi di Bani Walid.

L’Homme ha chiesto l'assoluzione del suo assistito. L’indagine che ha portato a questo processo è cominciata nel 2018.

Oltre a Walid è imputato anche Kidane Zekarias Habtemariam, “uno dei trafficanti di esseri umani più noti e crudeli al mondo”, secondo la polizia olandese. Arrestato in Etiopia insieme a Walid, Kidane è stato poi condannato nel 2020 per traffico di esseri umani, ma è fuggito un anno dopo.

Ricatturato in Sudan nel 2023, è stato condannato per reati finanziari negli Emirati Arabi Uniti e la Procura olandese è ora in attesa della sua estradizione. Alla raccolta di prove e informazioni ha collaborato anche l’Italia, oltre a una squadra più ampia che comprende tra gli altri la Corte penale internazionale, il Regno Unito, la Spagna ed Europol.

“Questi joint teams possono fungere anche da catalizzatori -spiega Prosperi-. Quando tutti questi attori si trovano insieme a lavorare sui casi, si crea anche un po' di sana competitività”.

Secondo lui, l’Italia ha tutti gli strumenti per portare a processo figure come Walid. Il processo ha ricevuto grande attenzione internazionale.

Secondo il giudice René Melaard circa un migliaio di persone hanno seguito la diretta streaming in olandese, inglese o tigrino. Il verdetto è atteso per il 27 gennaio 2026. © riproduzione riservata L'articolo Il sistema di tortura e detenzione in Libia a processo nei Paesi Bassi.

Il caso Walid proviene da Altreconomia.

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