Cultura
Manuel Canelles, “IPOTESI”: geografie fluide e memorie in cammino al Mini-Mu di Trieste
Negli spazi del Mini-Mu – Mini Museo 89 / Mini-Munari di Trieste, all’interno del Parco di San Giovanni, ex Ospedale Psichiatrico Provinciale, Manuel Canelles presenta “IPOTESI”, progetto a cura di Miroslava Hajek inaugurato il 21 febbraio 2022 e visitabile fino al 15 marzo. Non si tratta semplicemente di una mostra fotografica, ma di un dispositivo complesso che intreccia attraversamento geografico, esperienza corporea e riflessione sul paesaggio europeo, trasformando lo spazio espositivo in una mappa viva e percorribile.
“IPOTESI” nasce come evoluzione di una ricerca precedente THE BATTERY IS RUNNING LOW, presentata al Fotoforum di Bolzano nel 2018, ma qui l’indagine si amplia e si radicalizza: se prima il viaggio era già elemento fondativo, ora diventa struttura portante, vera e propria architettura concettuale dell’opera. Canelles costruisce infatti un doppio itinerario fluviale che segue linee naturali anziché confini politici, assumendo i fiumi come vettori di continuità in un’Europa spesso raccontata attraverso le sue fratture.
Dalla Drava al Danubio fino al Mar Nero, e dalla Sava verso la Vistola, il percorso si sviluppa come una contro-cartografia, capace di restituire al territorio una dimensione relazionale e fluida. La scelta del fiume non è soltanto simbolica.
Nel lavoro di Canelles l’acqua diventa archivio, memoria in movimento, superficie che registra il passaggio umano senza mai fissarlo definitivamente. Il paesaggio non è sfondo, ma interlocutore; non è scenario, ma processo.
In questo senso, l’artista propone una modalità di abitare il mondo che mette in discussione l’idea stessa di confine, suggerendo che le geografie più autentiche siano quelle tracciate dal movimento e dall’esperienza. L’allestimento al Mini-Mu traduce questa visione in un’esperienza immersiva e fisica.
Le fotografie, disposte a pavimento in due blocchi distinti, obbligano lo spettatore a muoversi, a cambiare punto di vista, a negoziare il proprio passo con le immagini. Non c’è frontalità rassicurante, ma un invito implicito all’attraversamento.
Parallelamente, le proiezioni immersive ricostruiscono il corso dei fiumi dalla sorgente alla foce, in una drammaturgia visiva che rende percepibile la durata, la continuità e la trasformazione. I punti rossi che segnano i luoghi degli scatti trasformano l’esperienza individuale dell’artista in cartografia condivisa, facendo dialogare memoria personale e spazio collettivo.
Un aspetto particolarmente significativo del progetto riguarda la dimensione performativa dell’atto fotografico. Canelles interviene fisicamente sul dispositivo, agendo sul processo automatico di sviluppo senza alterare l’emulsione: un gesto che introduce una tensione fertile tra controllo e casualità, tra intenzione e imprevisto.
L’immagine nasce così da una frizione, da una zona di rischio che sottrae la fotografia alla pura registrazione e la restituisce a una dimensione di evento. In questo quadro, il viaggio non è mera documentazione, ma costruzione drammaturgica.
Ogni attraversamento si configura come partitura, con tempi di cammino, soste, attese. Non è un caso che la curatrice Miroslava Hajek sottolinei come il tempo di sviluppo dell’istantanea sia già tempo di viaggio: un’attesa in cui la realtà si rivela lentamente, stratificando senso.
L’opera si situa dunque in uno spazio intermedio tra analisi e meditazione, tra cartografia e poesia. Esporre nel contesto del Parco di San Giovanni, luogo segnato da una storia complessa legata alla trasformazione dell’ex Ospedale Psichiatrico, aggiunge un ulteriore livello di lettura.
In un sito che porta inscritto il tema del superamento dei confini – fisici e mentali – “IPOTESI” dialoga silenziosamente con la memoria del luogo, rafforzando la propria riflessione sull’attraversamento come pratica di conoscenza. Manuel Canelles Manuel Canelles, ricercatore interdisciplinare, artista e curatore indipendente, conferma con questo progetto una traiettoria coerente e ambiziosa, capace di coniugare rigore concettuale e apertura sensibile.
“IPOTESI” è una mostra che invita a rallentare, a camminare con lo sguardo, a rimettere in discussione la nostra idea di mappa. In un tempo dominato da immagini veloci e geografie semplificate, l’artista propone un’Europa complessa, stratificata, in continua trasformazione: un territorio da attraversare con consapevolezza, dove memoria e spazio si intrecciano in un’esperienza viva Durante i tuoi attraversamenti lungo i fiumi, c’è stato un momento preciso in cui hai capito che il progetto stava cambiando direzione rispetto all’idea iniziale?
È stato un momento silenzioso. Stavo seguendo la Drava, in un tratto in cui il fiume sembra quasi trattenere il respiro.
Avevo iniziato pensando al viaggio come prosecuzione naturale di THE BATTERY IS RUNNING LOW, il progetto esposto nel 2018 a FotoForum di Bolzano, una riflessione sul tempo dell’infanzia. Ma a un certo punto ho capito che stavo lavorando sull’idea di “connessione”.
I fiumi sono emersi dapprima come metafora per poi iniziare a considerarli come struttura. Quindi non più immagini da attraversare, ma linee che ridefiniscono la mia posizione nello spazio europeo.
Ho compreso che stavo sì documentando un percorso ma, al contempo, stavo anche penetrando una geografia relazionale che mi precedeva e mi superava. E così anche il tema dell’infanzia si è ridefinito non come memoria privata, ma come stato originario dell’esperienza.
Insomma, l’acqua del fiume come un ritorno a un punto primario, a un luogo in cui la vita comunica prima del linguaggio. Ho sentito che stavo cercando una forma di infanzia collettiva, quasi antropologica — qualcosa che precede le identità e le narrazioni.
Cosa succede al tuo modo di guardare dopo giorni di cammino? Senti che l’occhio si trasforma insieme al corpo?
Non ho camminato fisicamente lungo ogni tratto dei fiumi dalla sorgente alla foce. Li ho raggiunti, li ho sfiorati, attraversati, fotografati in punti precisi.
Ho sostato. Ma non ho mai voluto trasformare il progetto in un’impresa epica o totalizzante.
Quello che cambia, però, è lo sguardo. Anche sostare a lungo lungo la Sava o nei pressi della Vistola modifica la percezione.
L’occhio perde l’urgenza di catturare e diventa più poroso. Il corpo rallenta, e con esso rallenta la visione.
In un momento storico segnato da conflitti, crisi e traumi, mi sono chiesto cosa significhi oggi parlare di Europa. Non volevo aderire a una definizione culturale o politica già data.
Seguendo l’andamento dei fiumi ho sentito il bisogno di spazzare via ogni narrazione codificata per tornare alla morfologia, al terreno. Ritornare coi piedi per terra, dunque, laddove i fiumi non riconoscono confini ma seguono la gravità.
Forse l’Europa, oggi, può essere ripensata così: non come concetto ideologico, ma come territorio attraversabile. Quando intervieni fisicamente sulla macchina fotografica, vivi quel gesto come un atto di fiducia o come una messa in crisi dell’immagine?
È entrambe le cose. È una messa in crisi che nasce da un atto di fiducia.
Intervenire sul dispositivo, perforandolo durante ogni scatto, significa interrompere l’automatismo dell’immagine contemporanea. Introduco una frizione nel processo di sviluppo, senza alterare l’emulsione.
È un gesto minimo ma decisivo: ricorda che ogni immagine è un evento e non una superficie neutra. Allo stesso tempo è un atto di fiducia nel tempo.
L’istantanea che emerge lentamente è come una nascita. In quel tempo di attesa accade qualcosa che non controllo del tutto.
E lì si apre uno spazio vulnerabile, quasi infantile, in cui l’immagine non è ancora definita ma sta diventando. D’altronde la luce che faccio entrare con prepotenza brucia i miei scatti e al contempo li trasforma in simbolo di qualcos’altro, rendendoli evanescenti, onirici, non descrittivi.
Se dovessi descrivere “IPOTESI” non come mostra ma come stato d’animo, quale sarebbe? Direi: una sospensione aperta.
IPOTESI non è la descrizione di qualcosa che è stato compiuto integralmente. Non ho percorso ogni metro fino alla foce del Mar Nero.
Alcuni tratti sono stati immaginati, proiettati, ricostruiti attraverso la mappatura. E sono convinto che l’arte non sia obbligata a certificare ciò che è avvenuto.
Può rendere reale qualcosa che esiste come possibilità. Un’ipotesi è una forma di verità che non si è ancora incarnata, ma che agisce come tensione.
Per me questo progetto è proprio questo: un’Europa pensata non come dato compiuto, ma come spazio potenziale. Un ritorno all’acqua da cui tutto comincia.
Camminare, sostare, toccare. E accettare che non tutto debba essere accaduto per essere vero.
The post Manuel Canelles, “IPOTESI”: geografie fluide e memorie in cammino al Mini-Mu di Trieste appeared first on ReWriters.