Mercoledì 8 aprile 2026 ore 20:00

Cultura

Dall’Alaska alla Patagonia di Valeria Barbi

Venerdì 3 aprile 2026 ore 06:48 Fonte: Il Tascabile
Dall’Alaska alla Patagonia di Valeria Barbi
Il Tascabile

V iaggiare. Penetrare paesaggi e skyline a cui il nostro occhio non è abituato; ammirare flore e faune anomale; entrare in contatto con culture altre, interagire con esse, saggiare le loro usanze, compararle – inevitabilmente – con le nostre.

Forse l’unico shock, quello culturale, che ha un effetto positivo: illuminarci sulla necessità di decentralizzare i nostri riferimenti. E poi, viaggiare come conquista interiore e socioeconomica: basta guardare i dati o i trend dei social network per capire come il viaggio sia diventato sempre più status symbol, quantizzato in pacchetti che via via si collezionano per conoscere, per aprirsi; alla stregua di un master, un’esperienza definitiva, quasi mistica, che faccia curriculum e si risolva in crescita personale.

Eppure. Eppure ogni beneficio ha un costo, un’altra faccia della luna che forse è l’aspetto più disturbante – e quindi illuminante – che si trae dalla lettura di Dall’Alaska alla Patagonia (2025) di Valeria Barbi.

Il libro racconta, nel solco della tradizione del reportage vecchia maniera e senza fronzoli, il viaggio-spedizione attraverso la Panamericana, una dorsale che ha cominciato a essere costruita nel 1923 e che oggi collega l’Alaska con la Patagonia: 30.000 chilometri di strada che la naturalista e giornalista ambientale Valeria Barbi ha percorso con il fotografo Davide Agati sul van aVANscoperta.

Un progetto ambizioso e complesso che ha richiesto molta preparazione ed è durato un anno, sei mesi e sette giorni, dal 2022 al 2024. Ma il progetto WANE (We Are Natural Expedition) non è solo un tragitto attraverso la bellezza di quasi tutti i biomi della terra, è anche una riflessione che porta alla luce i costi di ciò che significa viaggiare, e a un’analisi che parte necessariamente da lontano.

Nel capolavoro di Joseph Conrad (sto parlando di Cuore di tenebra) l’attenzione del lettore cade a fine avventura sulle nefandezze che l’epoca coloniale – su cui il libro apre uno squarcio piuttosto netto – ha perpetrato nei confronti del mondo non occidentale. Il tema di Conrad è chiaro e sconcertante: con l’arbitraria missione (o copertura) di portare tecnologia a chi non ce l’ha, si rastrellano risorse utili per la spinta economica e la fame di crescita della vecchia Europa.

Un monito che, grazie alla letteratura, ha sicuramente raggiunto migliaia di lettori e generazioni di studenti. Ma Cuore di tenebra non si limita a una fotografia, per quanto lucida, di un rischio all’epoca ancora assai poco nitido.

No, in Conrad c’è una morale altissima proprio legata alle due parole più note di quel libro “L’orrore, l’orrore” che il commerciante d’avorio Kurtz pronuncia prima di morire sull’imbarcazione che lo sta riportando in patria. Quella parola, orrore, non è un epitaffio statico, non è la constatazione di un dato di fatto.

È una parola mobile, un messaggio che Kurtz formula con estrema chiarezza e forza affinché arrivi fino alle vie più illuminate, magnifiche e progressive di Londra. Una chiamata umanitaria che, in parole semplici, metta in guardia l’Occidente sul suo modus operandi, che analizzi il rapporto tra fini e mezzi.

La Panamericana oggi collega l’Alaska alla Patagonia, 30.000 chilometri di strada che Valeria Barbi ha percorso con il fotografo Davide Agati. Un viaggio-spedizione che attraversa quasi tutti i biomi della terra, durato un anno, sei mesi e sette giorni.

La sfortuna di Kurtz, e dell’intero Occidente, però, è che a raccogliere questo messaggio, a fare da testimone, c’è un uomo per sua stessa ammissione mediocre, infine pavido, incapace di capirne veramente il significato. E la dimostrazione è nel bellissimo finale, spesso derubricato a coda melensa, in cui però sta il centro tematico di tutto il libro.

Charles Marlow, marinaio e narratore della storia, è tornato a Londra e si trova di fronte alla compagna senza nome (perché ha il nome e cognome di tutti noi) di Kurtz che gli chiede conto e conforto delle ultime parole dell’amato. Il marinaio mente:

“L’ultima parola che pronunciò fu il suo nome”. In quel momento Marlow perde un’occasione, lui e tutto l’Occidente: guardarsi in faccia, conoscersi, esaminare la propria coscienza ed eventualmente correre ai ripari.

E, se nella finzione libresca questo messaggio non arriva a destinazione, nelle intenzioni di Conrad c’era quella di ridefinire il significato della sua storia, facendo di quel libro il messaggio stesso. Il crepuscolo di un nero plumbeo che ospita le ultime righe ne è la plastica e fosca dimostrazione.

Di questa morale in movimento si resero ben conto Francis Ford Coppola e soprattutto John Milius scrivendo Apocalypse Now (1979). Qui il Libero Stato del Congo (libero più o meno, dato che era il controverso regno privato di Leopoldo II del Belgio) diventa il Vietnam; il fiume Congo diventa il Nung;

Kurtz diventa colonnello e il marinaio Marlow diventa il maggiore Willard. L’Occidente ha già spostato il suo baricentro attraversando l’Atlantico e il colonialismo di inizio secolo ha nel frattempo varcato la soglia dell’esportazione della democrazia.

Nell’iconico finale della versione cinematografica, Kurtz non muore da sé per malattia ma, anzi, invita Willard ad abbatterlo, come il toro sacrificale che si vedrà morire nelle scene immediatamente successive. In questo momento c’è tutta la grandezza tematica e morale del film (e dei suoi autori): il maggiore Willard, infatti, dopo l’esecuzione si assicura di prendere gli scritti del colonnello – le sue memorie, il suo lascito – e poi, affacciandosi mezzo in luce mezzo in ombra sulla popolazione e i suoi soldati, depone l’arma, scende le scalinate della fortezza di Kurtz e prende uno a uno i suoi uomini per tornarsene a casa.

Questa volta il messaggio deve essere recapitato. E arrivare a tutti.

In un periodo caratterizzato al contempo dalla crisi ecologica e da un diffuso desiderio di entrare in contatto con la cosiddetta natura incontaminata, si corre il rischio di compromettere ecosistemi unici e fragili per mera curiosità o tendenza al presenzialismo. Anche la Panamericana è un’interminabile discesa nel cuore di un Paese.

E per questo, il libro di Barbi è un oggetto intelligentemente capzioso, soprattutto nelle intenzioni dell’editore che, fin dal titolo, passando per la foto di copertina e la malizia della quarta, accalappia il lettore come nettare di pianta carnivora. E meno male.

Perché l’autrice, con un lavoro di cesello, lo tiene attaccato fino a quando arriva il momento di mettere le cose in chiaro. Il suo non è un reportage fatto a uso e consumo della sognante immaginazione dei lettori-viaggiatori, di coloro che si aspettano lande immacolate e selvagge come quelle della copertina.

Non è il resoconto di fantastiche scoperte (anche interiori) attraverso un’iconica strada. Non è un invito a prendere zaino e buona volontà e fare come loro per assurgere all’illuminazione di cui va in cerca ogni pellegrino contemporaneo.

O meglio: è tutto questo ma è molto di più, perché Valeria Barbi non si scorda né di Conrad né di Coppola, e non vuole ripetere l’errore di Charles Marlow. La loro è, a tutti gli effetti, una discesa nel cuore nero dello sfruttamento, tra gli angoli sporchi della cambusa dell’Occidente, lungo sette tappe che dividono il suo reportage in capitoli e che vanno da “L’ultima Frontiera dell’Alaska” a quella che “Non è la fine del mondo” tra Cile e Argentina, passando per il Messico, il Guatemala, El Salvador, il Nicaragua e la Costa Rica, la Colombia e l’Ecuador, la Bolivia saltando, curiosamente, gli Stati Uniti.

I problemi di cui Barbi in questo lungo percorso si fa testimone e portavoce sono tanti: alcuni noti, come povertà e crisi ambientale (due facce della stessa medaglia), sfruttamento, corruzione; altri meno, come la perfida forma di simbiosi tra gli allevamenti intensivi e il narcotraffico: Nonostante il Petén appaia di primo acchito come un’enorme distesa verde […] tra il 2001 e il 2023 questa regione ha perso il 33% della sua copertura forestale […].

A guidare il processo di deforestazione sono agricoltura e allevamento di bestiame, con un’ampia partecipazione dell’industria del narcotraffico. […] Insieme alle mucche, a seconda del paese, arrivano le infrastrutture per la coltivazione della coca, la raffinazione e il trasporto, dando vita a quel fenomeno noto come narcoganaderia. (Dall’unione delle parole che in spagnolo indicano la droga narco e l’allevamento ganaderia). Questa forma di allevamento illegale è funzionale al controllo del territorio e permette ai trafficanti di droga di sviluppare infrastrutture per ricevere la cocaina che arriva da altre regioni del Sud America per via aerea o marittima, immagazzinarla e spedirla principalmente negli Stati Uniti e, da lì, al resto dell’Occidente.

E poi c’è un ulteriore aspetto che ha a che fare con l’essenza del viaggio stesso, del libro stesso. È un riflesso che spunta tra le pagine e prende corpo via via come una domanda che sibila (e che non poteva esserci in Conrad): per quanto attento e arricchente, il segno che il contemporaneo mito del viaggio lascia sugli ambienti naturali e le popolazioni locali, non è esso stesso una forma di colonialismo mascherato, certamente più gentile ma non meno impattante e vincolante?

L’inquinamento da microplastiche è stato rilevato persino nella regione sud-orientale delle isole Galapagos dove il nostro leone marino stabilisce le sue principali colonie riproduttive, tanto che un recente studio ha evidenziato come, su 180 campioni di feci analizzate, ben il 37% presentasse 81 diverse tipologie di microplastiche di diversa forma e dimensione che venivano assunte attraverso la catena alimentare, proprio come accade anche a noi. Di queste microplastiche, il 69% era riconducibile a fibre tessili utilizzate per produrre i costumi da bagno, materiale da pesca e imballaggio.

Ecco, dunque, che in un momento storico caratterizzato da un lato da una crisi ecologica senza precedenti e, dall’altro, da un diffuso desiderio di entrare in contatto con la cosiddetta wilderness ‒ la “natura incontaminata” ‒ il rischio è quello di violare ecosistemi irripetibili nella loro storia evolutiva per mera curiosità o tendenza al presenzialismo. Come per Joseph Conrad e Francis Ford Coppola, anche quella di Valeria Barbi è una discesa nel cuore nero dello sfruttamento, tra gli angoli sporchi della cambusa dell’Occidente.

Viaggiare è certamente una possibilità che ha come principale e positivo effetto quello di aprire la mente, sensibilizzare, conoscere. E certamente, con il giusto reportage, come quello di Barbi, anche chi non può o non vuole viaggiare è invitato a riflettere su certe abitudini all’apparenza innocue o “salutari” ma di fatto devastanti (tipo comprare l’avocado per colazione).

D’altra parte, però, la società del viaggio esercita anche e inevitabilmente una nuova forma di sopruso. Dunque?

Che fare? Ci sono due cose, dice Barbi, che ci possono salvare.

La prima è l’empatia, e la consapevolezza che ogni volta che ci muoviamo ci arricchiamo di qualcosa ma depauperiamo chi quel qualcosa ce lo dona: chi si occupa di natura non lo fa mai solo per lavoro. È una vocazione.

Una questione estremamente personale che ti fa vedere tutto in modo diverso, compreso il comportamento di chi ti circonda e che diventa spesso motivo di riflessione: se nobile, cerchi di replicarlo e raccontarlo al meglio a più persone possibile, se riprovevole, cerchi il modo migliore per attenuarne gli effetti ed evitare che si compia ancora. Il dolore delle altre creature, siano esse animali, piante o funghi, diventa un po’ anche il tuo dolore.

L’empatia è un processo che tende a divenire totalizzante. La seconda è la speranza, la necessità di credere nella forza del mondo.

Barbi sceglie di chiudere il libro non con le sue parole ma con quelle di Atreyu e Gmork, nel dialogo disturbato dagli inquietanti sussulti di una Fantàsia sul punto di crollare: “Perché Fantasia muore?” “Perché la gente ha rinunciato a sperare.

E dimentica i propri sogni. Così il Nulla dilaga.” “Che cos’è questo Nulla?!” “È il vuoto che ci circonda.

È la disperazione che distrugge il mondo, e io ho fatto in modo di aiutarlo.” “Ma perché?!” “Perché è più facile dominare chi non crede in niente. E questo è il modo più sicuro di conquistare il potere.” L'articolo Dall’Alaska alla Patagonia di Valeria Barbi proviene da Il Tascabile.

Articoli simili