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Cultura

Dopo la svolta narrativa

Lunedì 24 novembre 2025 ore 15:17 Fonte: La ricerca
Dopo la svolta narrativa
La ricerca

  Le storie aiutano coloro che cercano comprensione separando la trama dallo sfondo, e gli eroi o i cattivi che stanno al centro della trama dalla schiera delle comparse e dei manichini. Zygmunt Bauman, Vite di scarto, 2004   L’orientamento narrativo, da intendersi specificamente come un metodo di orientamento formativo ideato da Federico Batini alla fine degli anni Novanta, e poi sviluppato negli anni successivi anche grazie al contributo della comunità scientifica e professionale che da quasi vent’anni si riunisce in occasione di questi convegni, non potrebbe essere compreso senza far riferimento a quel fenomeno che viene sinteticamente definito svolta narrativa, traduzione dell’inglese narrative turn, che generalmente si attribuisce alla seconda metà del XX secolo.

Negli anni Novanta anche in Italia, grazie soprattutto alla traduzione e alla rielaborazione originale di teorie provenienti soprattutto dal mondo anglofono, è cresciuto in diversi ambiti disciplinari l’interesse per le storie, che divengono oggetto di analisi psicologica, sociologica, linguistica e semiologica, ma anche strumenti dell’agire sociale, come dimostra il successo incontrollato delle strategie di storytelling applicate alla comunicazione politica e al marketing. Rimanendo all’ambito delle scienze umane e sociali, dobbiamo al pionieristico volume Il pensiero narrativo di Andrea Smorti (1994) uno dei primi tentativi di spiegare il fenomeno dalla prospettiva della psicologia:

Oggetto di indagine degli antropologi, degli studiosi del folklore, dei semiologi e dei linguisti, il testo narrativo divenne negli anni Settanta materia di ricerca anche fra gli psicologi. E questo per una serie di importanti ragioni.

Nelle storie convergono processi psicologici diversi. Intanto la storia si esprime attraverso il linguaggio, comporta il ricorso alla memoria episodica degli eventi passati, l’uso della memoria semantica e delle conoscenze su come il mondo funziona, l’attivazione delle aspettative sulle conseguenze e sugli sviluppi futuri delle azioni.

Con la storia emergono poi i sentimenti di empatia per i personaggi del racconto e questo processo di identificazione con le vicende narrate chiama in gioco il mondo emotivo della persona. Inoltre, come prodotto di una cultura, essa costituisce fonte di conoscenza, di trasmissione educativa e di valori.

I testi narrativi sono tra le esperienze più precoci e frequenti nella vita di una persona ed entrano nella vita quotidiana come discorsi, aneddoti, autobiografie. Lo specifico contributo che uno psicologo poteva apportare allo studio delle storie consisteva nella possibilità di passare dall’analisi del testo, livello questo già ampiamente coltivato dai linguisti, ai processi mentali che ne permettono la comprensione (Smorti, 1994, pp. 51-52).

Jerome Bruner, uno dei più autorevoli e prestigiosi psicologi del Novecento, nella sua Presentazione al manuale di psicologia culturale di Andrea Smorti (2003) ha messo in evidenza il carattere rivoluzionario di questo nuovo approccio all’interazione tra mente e cultura, da ricondurre alla teoria del costruttivismo. Se la realtà è una costruzione condivisa, continua Bruner, uno dei temi fondamentali degli studi psicologici – e in particolare di quel nuovo campo di ricerca che prende il nome di psicologia culturale – dovrebbe essere l’intersoggettività, da intendersi come il prerequisito per lo sviluppo della cultura umana.

Questa disciplina, si legge nella quarta di copertina del volume La psicologia culturale: Processi di sviluppo e comprensione sociale di Smorti, «non intende dimostrare in che misura e in quali modi siamo influenzati dalla cultura nella quale viviamo, ma è un punto di vista con cui studiare e comprendere la vita mentale».

Nel 2000, prendendo più di uno spunto dal fondamentale Tu che mi guardi, tu che mi racconti: Filosofia della narrazione di Adriana Cavarero (1997), il sociologo Paolo Jedlowski (2000) pubblica Storie comuni, un aureo volumetto che ha dato un contributo decisivo al dibattito e alla ricerca sulla narrazione nella vita quotidiana.

Come Smorti e Cavarero, anche Jedlowski attinge ad esempi tratti dai classici della letteratura, ma sempre tenendo fermo lo sguardo sulle storie comuni, sull’oralità e sulla narrazione come comportamento specifico dell’essere umano. Questa è la quarta di copertina della prima edizione Jedlowski, 2000:

La vita è un intreccio di storie: dalle chiacchiere al bar ai pranzi in famiglia, dal lettino dello psicoanalista alla conversazione fra amici, dall’intervista ai talk-show, ogni giorno ciascuno racconta qualcosa di sé stesso e degli altri, di vicende reali e di mondi fantastici. Alla fiction televisiva, ai romanzi e al cinema si affianca un tessuto di narrazioni comuni.

Le relazioni quotidiane si giocano anche sulla capacità o meno di raccontare e di ascoltare una storia. In forme diverse, questa capacità attraversa ogni età e ogni strato sociale.

La narrazione è una pratica con la quale elaboriamo la nostra esperienza ed entriamo in contatto con gli altri. I problemi della narrazione come comportamento e come specifica forma di pensiero, come dimostrano i titoli citati in bibliografia, hanno accompagnato la lunga carriera di Jedlowski e di Smorti, del cui lavoro hanno potuto giovarsi le ultime generazioni di studiose e di studiosi, di insegnanti e di operatrici e operatori del settore educativo e socio-sanitario.

Mentre in Italia qualcosa cominciava a muoversi, e da più parti cresceva l’interesse inter e transdisciplinare per la narrazione, è ancora nel mondo anglosassone che si verificano altri sommovimenti, altri cambi di prospettiva o svolte che riguardano anche i problemi della narrazione. Dobbiamo a Michele Cometa uno dei più completi e articolati resoconti sulla questione della narrazione affrontata con gli strumenti dell’archeologia cognitiva, secondo cui i primi utensili realizzati da Homo Sapiens sarebbero delle «incarnazioni del pensiero», le prime manifestazioni di un pensiero narrativo.

Con la pubblicazione di Perché le storie ci aiutano a vivere: La letteratura necessaria (Cometa, 2017) viene rilanciato in Italia l’interesse per un campo di studi che sembra in declino, e soprattutto si fa strada quella che viene chiamata svolta bioculturale, una prospettiva molto promettente anche per la teoria letteraria:

Questa attitudine narrativa dell’Homo sapiens, la cui funzione ha a che fare palesemente con lo sviluppo cognitivo, con l’interazione sociale tra i membri della specie (sia sul piano filogenetico sia su quello ontogenetico) e con la realizzazione di manufatti e media (dal più semplice strumento litico alle più complesse tecnologie) è ciò che sta alla base della produzione letteraria propriamente detta, anche se ciò non si limita ad essa. Per questo il comportamento narrativo viene ormai rubricato come il naturale trait d’union tra l’evoluzione biologica dell’- Homo sapiens e la creazione letteraria delle ere storiche e ci sono buoni motivi per credere che esso abbia dato un vantaggio adattivo agli umani (Cometa, 2017, pp. 27-28).

E se oggi negli studi letterari cresce l’attenzione per i comportamenti narrativi e per la prospettiva bioculturale (Barenghi, 2020), così come è in espansione il settore della medicina narrativa (Charon, 2017; Alastra, 2021), non si è mai spento l’interesse per gli approcci narrativi in ambito pedagogico: dalla fine degli anni Novanta a oggi, quella che viene sinteticamente definita pedagogia narrativa (Mantegazza, 1996) ha continuato a inventare e mettere alla prova strategie, metodi e strumenti basati sul gioco narrativo, sulla lettura, sulla produzione di storie o sul digital storytelling (Bruschi, 2017;

Grandi, 2017). L’idea di mettere intorno a un tavolo alcuni dei protagonisti di questa stagione nasce dalla volontà di fare un bilancio delle tappe che hanno portato alla situazione attuale, ma anche dalla curiosità per le strade ancora da percorrere, per le svolte mancate e per i passi che ancora dobbiamo compiere per mettere a frutto le potenzialità di teorie e di tecniche che non hanno ancora esaurito il loro corso.

Il programma completo è qui: Le storie siamo noi 2025 Brochure.

Riferimenti bibliografici Alastra, V. (2021). Cura di sé cura dell’altro e Humanities, Pensa MultiMedia, Lecce.

Batini, F., Zaccaria, R. (Eds.) (2000). Per un orientamento narrativo, FrancoAngeli, Milano.

Barenghi, M. (2020). Poetici primati:

Saggio su letteratura e evoluzione, Quodlibet. Roma Bruschi, B. (Eds.) (2017).

Ludodigitalstories: Un progetto per raccontare storie alla comunità, FrancoAngeli, Milano.

Charon, R. (2017). Medicina narrativa:

Onorare le storie dei pazienti, Raffaello Cortina, Milano. Cometa, M. (2017). Perché le storie ci aiutano a vivere: La letteratura necessaria, Raffaello Cortina, Milano.

Cometa, M. (2018), Letteratura e darwinismo: Introduzione alla biopoetica, Carocci, Roma.

Jedlowski, P. (2000). Storie comuni:

La narrazione nella vita quotidiana, Bruno Mondadori, Milano (nuova ed. Mesogea 2022).

Jedlowski, P. (2003). Fogli nella valigia:

Sociologia, cultura, vita quotidiana, il Mulino, Bologna. Jedlowski, P. (2009).

Il racconto come dimora: Heimat e le memorie d’Europa, Bollati Boringhieri, Torino Giusti, S., Batini, F. (Eds) (2013).

Imparare dalla lettura, Loescher, Torino. Grandi, W. (2017).

Gli ingranaggi sognati: Scienza, fantasia e tecnologia nelle narrazioni per l’infanzia e l’adolescenza, FrancoAngeli, Milano.

Mantegazza, R. (Ed.) (1996). Per una pedagogia narrativa:

Riflessioni, tracce, progetti, Emi, Roma. Smorti, A. (1994).

Il pensiero narrativo: Costruzione di storie e sviluppo della conoscenza sociale, Giunti, Firenze.

Smorti, A. (1997). Il Sé come testo:

Costruzione delle storie e sviluppo della persona, Giunti, Firenze. Smorti, A. (2007).

Narrazioni: Cultura, memoria, formazione del Sé, Giunti, Firenze.

Smorti, A. (2018). Raccontare per capire:

Perché narrare aiuta a pensare, il Mulino, Bologna. L'articolo Dopo la svolta narrativa proviene da La ricerca.

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