Politica
Per il centrosinistra una grande occasione da non sprecare
C’è responsabilità e vivacità nel Paese. La clamorosa vittoria del no al partecipatissimo referendum sulla giustizia è più del colpo di reni di quella società civile che in passato fu protagonista di grandi conquiste sociali e civili: dimostra che milioni e milioni di cittadini-elettori sono usciti dall’apatia, dal disinteresse per la res publica nel quale sembravano essere sprofondati, complice anche una politica che da tempo non è all’altezza delle necessità.
È una buona notizia perché se oggi la Costituzione è stata messa al sicuro contro il tentativo di alterare l’equilibrio dei poteri dello Stato con la giustizia asservita all’esecutivo, in prospettiva il risultato chiude quasi certamente anche la possibilità di altre manomissioni a iniziare dal presidenzialismo (è improbabile che il progetto venga portato avanti dalla maggioranza), per non dire dell’autonomia differenziata che in sostanza è stata bloccata sul nascere dalla Corte costituzionale. A questo punto, del progetto a tre gambe col quale la destra aveva “battezzato” la legislatura non resta più nulla.
Ma attenzione, perché sullo sfondo si intravvede una legge elettorale che la destra potrebbe essere tentata di usare come scorciatoia con l’introduzione di elementi che la avvicinino il più possibile al premierato. Il paese, insomma, ha voltato pagina.
La pagina nuova non è completamente bianca ma è per gran parte da scrivere. Ed è proprio quello spazio bianco che ora deve andare a occupare il fronte progressista.
Come? Le prime reazioni a caldo alla vittoria del No sono sembrate incoraggianti se proiettate verso le elezioni politiche del prossimo anno, ammesso che Giorgia Meloni non debba gettare prima la spugna: i due principali “player” – Elly Schlein, segretaria del Pd e Giuseppe Conte, presidente del M5s – sembrano incamminati su strade convergenti, a iniziare dalle primarie cui sottoporre la scelta del leader e l’approvazione del programma.
Entrambi, mentre le urne certificavano una vittoria inaspettata nelle sue proporzioni, si sono espressi con parole pacate e realiste. Non hanno chiesto le dimissioni di Giorgia Meloni.
Hanno più o meno detto che la vittoria referendaria, se non mina gli assetti costituzionali, lascia comunque intatti i problemi del paese che la destra non sa risolvere. Occorre dunque un lavoro capillare e certosino che renda concreta la possibilità di proporre l’alternativa a una destra uscita certamente ammaccata dal referendum.
Sempre entrambi hanno promesso ascolto del paese e attenzione alle emergenze sociali: il caro vita, il lavoro povero, il salario minimo, l’indebolimento della sanità pubblica, la riduzione delle coperture sociali, le drammatiche incognite aperte dalla situazione internazionale. Nel campo progressista sarà più facile dialogare dopo il 54% di No.
Sarà più facile anche perché la fotografia che è stata consegnata al paese da quel voto dice che la vittoria ha la freschezza dei ragazzi e delle ragazze se è vero, come indicano le prime analisi, che la fascia d’età entro i 34 anni ha contribuito in modo decisivo a far vincere il no. E non è neanche da trascurare il fatto che Conte e, soprattutto, Schlein possono vantare un’ottima fedeltà del proprio elettorato ben più alta di quella espressa dall’elettorato di destra.
La situazione, insomma, si è rimessa in movimento meglio delle più rosee aspettative. C’è un anno per costruire l’alternativa alla destra: ci si può riuscire.
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