Politica
Psico-tecnologie militari e città laboratorio dietro l’assalto alla Groenlandia
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Un anno da Jocker vissuto spericolatamente. È il bilancio della nuova presidenza di Donald Trump: in 12 mesi il presidente Usa è riuscito a resettare l’intero sistema di regole e tradizioni delle istituzioni americane, frantumando ogni aspettativa degli alleati occidentali.
Nessun temerario rivoluzionario avrebbe immaginato di poter disarticolare le relazioni economiche e diplomatiche fra le due sponde dell’atlantico come quell’allegra brigata che occupa la Casa Bianca ha fatto. E nessuno avrebbe immaginato un assalto così massiccio e continuativo contro la Groenlandia dietro il quale, come vedremo, si nascondono gli interessi psicomilitari e di controllo digitale di Palantir, la società di Peter Thiel.
Un anno spericolato con troppe stranezze. Che potrà mai dire, infatti, il re della Norvegia che si è visto recapitare dall’ambasciatore americano una missiva del suo presidente che rimproverava il sovrano scandinavo di non avergli dato il Nobel per la pace – che per lunga tradizione si attribuisce a Oslo – e pertanto gli Usa non perseguiranno più l’obiettivo della pace ma solo dei propri interessi personali?
Interessi che ancora Trump, nella stessa giornata di ieri, fa sapere che si tutelano facendo pagare ai prossimi componenti del comitato internazionale per Gaza, fra cui la premier italiana Meloni, la cifra di un miliardo di dollari da consegnare personalmente a lui. Distruzione del potere pubblico: la strategia di Trump Una sequenza di atti che hanno come unico effetto un vero attacco allo Stato e al diritto internazionale, una volontà di distruggere le istituzioni che nemmeno la ferrea strategia di Lenin poteva concepire.
A ben guardare le affinità fra i due non sono esili. Entrambi, da prospettive e con ambizioni certo radicalmente divergenti, sono uniti da una furente avversione per il capitalismo liberale, dove le regole temperano gli interessi.
Ed entrambi hanno un’idea molto strumentale della macchina statale: il leader bolscevico, come sappiamo, la usò per imporre la dittatura del partito del proletariato, mentre il presidente americano sta mirando a trasformarla in una cornice del proprio potere personale. Nei 12 mesi trascorsi da quella che è ricordata come la cerimonia della sottomissione della Silicon Valley al nuovo inquilino della Casa Bianca, di cose rivoluzionarie ne sono accadute davvero tante, e di grande profilo.
Dalla guerra dei dazi, allo smantellamento della tradizionale alleanza con l’Europa, agli interventi in Venezuela e Iran, o ancora alla militarizzazione delle città americane fino agli sberleffi ai suoi predecessori e le umiliazioni dei suoi occasionali ospiti come il povero presidente ucraino Zelenski, e ancora la criminalizzazione del capo della Fed, la banca centrale statunitense, fino ad oggi una delle icone intoccabili del pantheon americano. Una strategia perseguita con rigorosa tenacia.
Ogni atto, ogni messaggio, ogni segno prodotto dalla nuova amministrazione ha avuto l’obiettivo di sgretolare l’edificio dei poteri pubblici. Potremmo dire che Trump ha voluto hackerare il sistema pubblico, quell’insieme di regole e limiti che rendono i poteri privati e istituzionali relativi e non assoluti.
Lo Stato sono io, ripete il re sole di Washington. Il simbolo di questa privatizzazione di ogni procedura pubblica è la foto che, durante l’azione militare a Caracas per il sequestro di Maduro, ritrae l’intero staff presidenziale riunito, con gli alti comandi militari, nella sala delle feste del resort del presidente in Florida.
Più di così è difficile pretendere. Ma a ben vedere l’affaire-Groenlandia ci dà un risvolto meno estemporaneo della leadership del miliardario di New York.
Ancora una volta la chiave per interpretare questa rivoluzione trumpiana sono gli interessi privati e non le strategie pubbliche. Come abbiamo detto ai fini del controllo politico e militare la Groenlandia non riveste alcuna problematicità per gli Usa.
E allora perché imbarcarsi in una prova di forza che spinge perfino una parte rilevante del suo schieramento a protestare? Perché colpire al cuore quella relazione atavica con l’intera Europa che in termini geopolitici e economici risulta ancora essenziale per una egemonia americana?
L’Artico nei progetti del fondatore di Palantir Il senso di questa strategia ce lo fornisce forse il vero protagonista di questa rivoluzione, il Lenin di questo capitalismo senza regole: Peter Thiel.
Il fondatore di Palantir, l’impresa di psico tecnologie militari ormai più potente del mondo, ha messo in rampa di lancio due start up che mirano a radicarsi proprio nella grande isola appartenente alla Danimarca. Si tratta di Kobold, una società specializzata in estrazioni minerarie assistite da intelligenze artificiali e Praxis, forse la vera interprete del disegno globale di Thiel: si tratta di un gruppo che mira a costruire città laboratorio, dove decidono i dati e non le regole, e in cui le tecnologie vengono applicate in maniera intensiva.
L’idea è quella di un graduale smembramento degli apparati centrali amministrativi, e di una loro sostituzione con network costituiti proprio da città stato, da comunità urbane senza controllo, quelle che Thiel chiama le Freedom City. La Groenlandia è considerata il laboratorio ideale per avviare queste sperimentazioni, lavorando sui bassi numeri per collaudare forme di digitalizzazione delle reti metropolitane.
Un disegno che viene oggi spalleggiato esplicitamente proprio dal vice presidente americano Vance, ossia quell’uomo nuovo che si sta preparando a sostituire il leader presidente Maga (Make America Great Again) se e quando lui vorrà lasciare. Sono orizzonti che potrebbero far sorridere chi osserva dall’esterno, e ritiene che questa attuale congiuntura politica sia una parentesi che prima o poi si chiuderà.
Magari bisognerebbe chiedersi, prima di sorridere, cosa avremmo detto se qualcuno solo cinque anni fa, dopo la vittoria di Biden, avesse previsto il ritorno di Trump, nonostante le incriminazioni per attentato allo Stato e quanto lui ha fatto in soli 12 mesi, rovesciando copernicamente tutte le mappe geopolitiche su cui ci siamo formati. La fantasia al potere, si gridava nel ’68.
Oggi abbiamo qualcuno che, estremizzandolo, prende sul serio quello slogan e lo usa come un maglio per demolire tutte quelle tradizioni che avevamo disprezzato, sicuri che sarebbero state immutabili. Nei prossimi mesi l’Europa giocherà una sua partita decisiva.
Si allineeranno i paesi più rappresentativi, come Francia, Germania, Italia, e la stessa rediviva Inghilterra sul fronte di una strategia di contenimento che solleciti le forze americane più preoccupate ad uscire dalla tana? Troveremo spinta per creare nuove relazioni e costringere l’ex alleato atlantico a moderare le sue provocazioni?
E soprattutto, nel prossimo domino elettorale in cui si giocherà l’identità di realtà come Parigi, Berlino e Roma, riusciremo a proteggere almeno le procedure elettorali dalle pressioni dei templari digitali che da est e ovest stanno già impazzando nel web? Sono le domande che dovremmo porci sapendo che l’anno in corso avrà forse l’unico pregio di essere migliore del successivo, quello appunto in cui si voterà in Europa.
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